sabato 31 marzo 2018

VENTAGLI






“VENTAGLI. CREAZIONI D’ARTISTA”, A CECINA LE OPERE CHE
REINTERPRETANO UN ACCESSORIO MILLENARIO


La Fondazione Geiger propone una selezione di 90 lavori, realizzati da grandi artisti contemporanei e giovani emergenti. Dal 31 marzo al 13 maggio, ingresso gratuito



Il ventaglio inteso come opera d’arte è il protagonista della mostra che la Fondazione Culturale Hermann Geiger organizza e promuove a Cecina (Livorno) a partire dal prossimo 31 marzo, nei suoi spazi espositivi in Piazza Guerrazzi 32. L’esposizione “Ventagli. Creazioni d’Artista” propone ai visitatori una selezione di 90 pezzi provenienti dalla raccolta di Luisa Moradei, studiosa e collezionista fiorentina.

Attraverso questo accessorio, la mostra offre un’ampia panoramica sull’arte contemporanea italiana. Il ventaglio, svincolato dalla sua funzionalità, viene presentato attraverso una ricca gamma di lavori che si distinguono fra loro sia per la tecnica decorativa che per la varietà dei materiali impiegati.Troviamo così impiegati legno, ferro, terracotta, carta e cartone, rame, travertino, plastica, specchi, piume, stoffa, foglie, piombo, ceramica e reti metalliche, materiali che vanno a trasformare l’oggetto ventaglio, così come siamo abituati a pensarlo, e lo declinano in opere di pittura, scultura, fotografia, incisione, oreficeria, tessitura e altro.
In molti casi il risultato, pur nelle molteplici diversificazioni, si mantiene fedele alla forma di origine mentre in altri raggiunge effetti puramente allusivi, stravolgendo la forma stessa fino ai limiti della sua riconoscibilità.


GLI ARTISTI - Sono poco meno di cento gli artisti italiani rappresentati in mostra, dai grandi nomi ai giovani emergenti, ognuno dei quali, lasciatosi suggestionare dalla storia e dagli usi del ventaglio, ha raccontato con la propria cifra stilistica questo oggetto che, così interpretato, ha abbandonato la sfera quotidiana per immergersi totalmente nel campo dell’arte.

Abbiamo Elio Marchegiani con le sue armoniose grammature, Tino Stefanoni che presenta l’essenzialità della forma nella linearità del ventaglio; Gillo Dorfles con i disegni che fuoriescono dall’inconscio; Pietro Gilardi che per l’occasione abbandona la scultura per tradurre su carta l’elemento naturale che caratterizza le sue opere. Non mancano poi un ventaglio di Emilio Isgrò con le tipiche cancellature dell’artista e l’espressionismo astratto di Giacomo Soffiantino.

Nell’opera di Pino Pinelli, maestro dell’arte analitica, il volo di nuvole di colore rosso nello spazio della tela richiama movimento e leggerezza; Rosario Bruno utilizza per la sua opera l’antica tecnica del “cartone romano” Giosetta Fioroni ha creato un enorme ventaglio che esplode potente e decorativo ma che si allontana stilisticamente dai suoi lavori pop degli anni Sessanta e Settanta; Riccardo Guarneri presenta invece un delicatissimo schermo in cartone, in linea con la sua ricerca artistica aniconica e analitica.

Tra questi grandi nomi si inseriscono poi giovani artisti che propongono letture ancora diverse dell’opera ventaglio, anche grazie all’utilizzo di materiali non convenzionali come le posate in plastica deformate dal calore utilizzate da Donato Landi; le fibre ottiche unite a pizzi neri e piume di struzzo di Federico Laguzzi; la mezza ruota di bicicletta di Claudio Cammilli e Mariana Prioli; la porcellana di Nicole Grammi.


Nel corso della storia il ventaglio, in origine oggetto di uso quotidiano e con funzioni pratiche, si è trasformato acquisendo vere e proprie connotazioni artistiche e talvolta significati simbolici.

La vera e propria moda del ventaglio come indispensabile e raffinato complemento dell’abito femminile esplose nel Settecento e proseguì per tutto l’Ottocento. Il potenziale espressivo di questo accessorio non sfuggì alle fantasie interpretative dei pittori che durante la Belle
Époque iniziarono a cimentarsi con il piccolo formato della pagina a lunetta trasferendovi il loro estro artistico. Prese così campo la consuetudine di dipingere un ventaglio per poi farne dono ad amiche o alla persona amata in occasione di compleanni o altre ricorrenze.

Questa illustre tradizione ottocentesca della dedica ha suggerito a Luisa Moradei l’idea di una collaborazione con artisti contemporanei che hanno reso possibile la formazione di questo corpus, unico nel suo genere. Il progetto è iniziato circa venti anni fa e ha coinvolto complessivamente oltre 150 artisti che hanno realizzato per lei opere uniche e originali. Si tratta di ventagli “ad personam” che attestano il legame tra l'autore e la dedicataria e che contribuiscono a creare un continuum ideale nell'affascinante mondo del ventaglio evidenziandone la valenza comunicativa e l’identità artistica, così come usava due secoli fa.

La mostra “Ventagli. Creazioni d’Artista”, curata dalla Fondazione Geiger con il coordinamento di Federico Gavazzi e con la collaborazione della collezionista Luisa Moradei, resterà aperta fino il 13 maggio con ingresso libero, tutti i giorni (festivi compresi), dalle ore 16 alle ore 20.



Ventagli. Creazioni d’Artista
31 marzo – 13 maggio 2018
Fondazione Culturale Hermann Geiger
Piazza Guerrazzi 32, Cecina (LI)
Tutti i giorni dalle 16 alle 20. Ingresso libero
Inaugurazione 31 marzo, ore 17

Cecina,

L’Ufficio Stampa


Ufficio Stampa Fondazione Culturale Hermann Geiger
Jacopo Carlesi - Studio Headline
Tel. 055602834 - Cell. 3334969766


venerdì 30 marzo 2018

ALLA RICERCA DELLA SPERANZA



ALLA RICERCA DELLA SPERANZA, TRA ROVINE DI IMPERI E FOLLIE UMANE


                                                                                                                     Gian Luigi Zucchini

A margine della Pasqua, una richiamo storico alle religioni e alla fede, nell’attuale periodo in cui sembra prefigurarsi una nuova e incerta realtà, un futuro denso di sommovimenti culturali, di  popoli, idee, comportamenti che provocano timori e paure, tra l’emergere sempre più frequente di profeti di sventura, di idolatrie, utopie, false speranze e impossibili ritorni. 

Dopo la morte di Gesù, delusioni e speranze emergevano nel ‘piccolo gregge’ che ne aveva ascoltato l’insegnamento. L’atteso da secoli, colui che è fonte di salvezza, aveva o no portato un messaggio universale per distruggere il male?
L’idea di Colui che porta salvezza, diffusissima in quasi tutte le culture antiche. era da sempre profondamente radicata nella coscienza umana. Lo aspettavano i popoli iranici, che nella figura di Mithra, il dio della luce che dissipava l’oscurità e vedeva tutti i misteri dell’universo, avevano identificato Colui che sarebbe dovuto tornare alla fine del mondo per giudicare l’umanità risorta. Nella lontanissima India oltre cinque secoli prima di Cristo era apparsa la figura di Mahavira, ultimo dei ventiquattro salvatori, che aveva predicato la salvezza attraverso la liberazione dal ciclo della reincarnazione, per raggiungere l’illuminazione. Così pure Buddha, vissuto all’incirca nello stesso periodo, incarnazione di colui che porta la salvezza attraverso la misericordia. E ancora Vishnu, che nell’incarnazione di Kalki, dovrà redimere l’umanità dal male e dal peccato. Infine, tra i molti altri ancora, Glooskap, di cui gli indiani Abuaki, originari del nord-est americano, attendevano il ritorno per la salvezza della loro gente.
Ma nei tempi successivi alla morte di Cristo, molti avvertivano che gli dei dell’Oriente e quelli dell’Occidente stavano morendo, o restavano simulacri intorno ai quali si alimentava un crescente scetticismo. E in Palestina particolarmente, i riti previsti e puntigliosamente eseguiti, la liturgia minuziosamente osservata, avevano distolto da una reale partecipazione molti sia modesta che di nobile condizione.
In questa situazione di incerta perplessità e di crescente noncuranza, l’irrompere del messaggio cristiano poteva certamente promuovere un coinvolgimento più deciso. Tuttavia gli apostoli e i primi discepoli si rendevano conto che occorreva una semplice ma efficace traccia consegnata alla scrittura, che per i fedeli fosse come una guida al comportamento, un’indicazione alla preghiera e ai riti di partecipazione a quella che può essere definita un’embrionale liturgia. Vengono quindi stilati in diverse tappe e successivamente diffusi alcuni documenti, raccolti sotto la denominazione di Didaché. Essi sono un’insieme di istruzioni per le nuove comunità cristiane, compilate forse dagli Apostoli stessi oppure, come più recentemente si è ipotizzato, da alcuni discepoli, uno dei quali redasse poi il lavoro e ne curò la stesura materiale. Esso pare antecedente alla stesura dei Vangeli, anche se su questo punto il dibattito è ancora molto aperto. Questo documento, come del resto anche i Vangeli, ha attraversato una lunga storia di trasmissione orale prima di giungere alla redazione scritta, la quale ha avuto poi delle successive manipolazioni. Resta però il fatto che la Didaché sintetizza elementi consistenti dei Vangeli stessi, soprattutto in relazione al comportamento dei fedeli e ai suoi doveri morali e spirituali. Questa specie di manuale didattico si inserisce nella religione ebraica senza scontrarsi con essa, ma anzi cogliendone spunti significativi. Si apre con la definizione dei due ambiti del bene e del male, descritti come due vie: “Due sono le vie, una della vita e l’altra della morte….”. E si annunciano poi i punti essenziali dell’una e dell’altra, molti dei quali già presenti nella tradizione giudaica, altri invece più innovativi e propri del Cristianesimo.
Lo spirito di questo insegnamento era tuttavia abbastanza diffuso nel mondo antico. Alcuni principi erano entrati già nel sentire di molti che inconsapevolmente ne avevano assimilato l’originalità, o forse piuttosto l’intensità interiore. Delle antiche religioni d’Oriente erano giunte senz’altro lente e mediante risonanze attraverso i mercanti che per secoli avevano percorso, partendo dalla Cina, la via della seta fino al Mar Caspio, al Mare d’Aral, e per tutta la Siria e la Palestina fino al Mediterraneo. Qui le attese, i suggestivi incitamenti spirituali si erano stemperati nelle credenze già esistenti, nutrendo tuttavia un’aspettativa sempre più eccitata e profetica verso una presenza liberatrice. Così, se nella Didaché si parla di due vie, anche Buddha parla di vie diverse per raggiungere l’illuminazione: ad esempio, Buddha esorta i fedeli a comportamenti elevati. Raccomanda: “Evitate ogni male, cercate il bene…. È per soddisfare i propri desideri che gli uomini lottano e si combattono tra loro”. Nella Didaché, e ancor prima nei Comandamenti di Mosè, si trovano simili suggerimenti. Poi ecco, invece, le parole nuove, eco delle Beatitudini: “Al contrario, sii mite, perché i miti erediteranno la terra”.
Così, gradualmente, le sinagoghe, i quartieri popolari delle città, le case patrizie dell’Occidente e dell’Oriente conoscono un popolo nuovo, diverso, che vive una propria vita spirituale, obbedisce alle leggi politiche e sociali dei paesi in cui vive ma ha proprie leggi interiori, proprie convinzioni spirituali che spesso sono diverse da quelle vigenti; è come un fiume che gradualmente staripa, invadendo territori e regioni in modo incruento, ma via via modificando gli atteggiamenti, le mentalità, rielaborando e trasformando le idee. Più tardi, i maestri del pensiero cristiano occidentale, e soprattutto San Tommaso, riprenderanno i principi del ragionamento antico, l’elaborata filosofia greca, le indagini e le interrogazioni intorno all’esistenza del mondo e dell’uomo e vi inseriranno la linfa fresca e potente di questa nuova identità ponendo le fondamenta del pensiero occidentale, le cui radici affondano nella perennità secolare della ricerca umana, partendo addirittura dalle più remote regioni del mondo.
Le prime comunità cristiane, insediatesi in territori che non erano più luoghi d’origine ebraica, crearono in tal modo una sorta di compendio che conteneva anche i testi di preghiere per le varie occasioni, prime tra tutte il Padre Nostro, concludendole così come Gesù aveva raccomandato ai suoi discepoli, con l’Amen, di cui la Didaché offre un embrionale esempio, aggiungendo anche l’invocazione aramaica  Maranatha, con cui chiude anche l’Apocalisse di Giovanni, e che significa: “O nostro Signore, vieni!”
Poi, per rendere più solenne la riunione e l’invocazione, dovettero abbinare una prima forma di canto, principalmente una salmodia, eseguita da un cantore, mentre i fedeli concludevano in coro con l’Alleluja, antico grido del popolo d’Israele, o con l’Amen. Nelle prime riunioni ecclesiali si ascoltavano così questi primi responsori, primo e originario elemento del canto cristiano. Le ramificazioni dell’espansione cristiana sono poi sempre più estese, nasce il bisogno di raffigurare con bassorilievi, sculture, pitture murali e poi dipinti sempre più perfetti e fastosi le scene principali della vita di Cristo, le scene bibliche più ricorrenti, spesso figura di quanto si narra nei Vangeli, e i principali sacramenti, tra cui il centro di tutta la vita cristiana, cioè l’Eucarestia.
Tutta la storia dell’arte si svolge e si sviluppa in Occidente su questi temi del sacro, che coinvolgono del resto la vita e la morte, il bene e il male, la disperazione e la speranza. E la piccola, ridotta e sinteticissima orditura pedagogica della Didaché è come lo spunto per un insegnamento che si arricchisce via via, con il tempo, di ulteriori perfezionamenti, di approfondimenti, di nuovi apporti che formano il ricco complesso della Tradizione, cioè il cammino di crescita del Cristianesimo attraverso la storia.


ZHANG DALI


Zhang Dali

Meta – Morphosis


“Tutte le mie opere hanno una stretta relazione con la realtà che mi circonda”
(Zhang Dali)
Si è aperta a Bologna nella sede di Palazzo Fava, Meta-Morphosis, la prima mostra antologica di uno dei più noti artisti cinesi contemporanei, che a Bologna arrivò nel 1989 dopo i drammatici fatti di Piazza Tienanmen, rimanendovi fino al 1995.
Organizzata da Fondazione Carisbo e Genus Bononiae. Musei della Città, la mostra curata da Marina Timoteo (catalogo Bononia University Press) racconta la trasformazione storica, sociale ed economica della Cina degli ultimi trent’anni.

Pittore, scultore, performer, fotografo, padre della graffiti art in Cina, la definizione che meglio inquadra Zhang Dali è quella di street artist per l’irriducibile volontà della sua arte di cercare un dialogo con tutti gli elementi – umani ed architettonici, corporei ed incorporei – che permeano lo spazio urbano. I suoi lavori esposti nelle più importanti gallerie e musei di tutto il mondo – dal MoMa di New York alla Saatch Gallery di Londra allo Smart Museum di Chicago – sono frutto di uno sguardo profondamente umano e partecipe sulla Cina contemporanea e le sue contraddizioni, sui rapidissimi cambiamenti che la crescita esplosiva del capitalismo ha portato con sé, delle contradizioni di vita dei lavoratori ridotti alla serialità, all’urbanizzazione selvaggia che cementifica la tradizione.

Il titolo della mostra – Meta – Morphosis – è un esplicito riferimento all’essenza stessa dell’arte di Zhang Dali, un segno di riconoscimento che lo distingue da tutti gli altri artisti cinesi suoi contemporanei: arte che tenta di rappresentare i momenti della Cina a partire dallo status dei lavoratori che hanno pagato il prezzo più alto della transizione al capitalismo, “Realismo estremo”, quello di Zhang Dali – secondo la fortunata espressione di Yu Ke, caporedattore del mensile Contemporary Artist e professore alla Sichuan Academy of Fine Arts – in quanto artista che si fa interprete del dovere dell’arte contemporanea di esprimere il dubbio sulla brutalità che permea la vita.


Nove sezioni in cui sono raggruppate le 220 opere selezionate, tra sculture, dipinti, fotografie e installazioni, che spaziano nell’imponente produzione artistica di Zhang Dali. L’esposizione, ospitata nelle splendide sale di Palazzo Fava, affrescate dai Carracci, si apre con la serie di dipinti Human World, che Zhang Dali dipinge negli anni Ottanta, sul finire del periodo di studi all’Accademia Centrale di Arte e Design di Pechino: dipinti ad olio su carta in rosso, nero e bianco in cui dettagli figurativi si mescolano a una rappresentazione onirica, frutto del desiderio di sperimentazione dell’artista in un’ottica di contaminazione tra arte orientale ed occidentale.

La rapidità dei cambiamenti urbanistici della Cina contemporanea, le macerie che fanno spazio alla modernità cancellando il passato sono al centro del ciclo di fotografie Dialogue and Demolition: sulle rovine delle costruzioni abbattute dalla furia della crescita urbana Zhang Dali traccia per anni, a partire dal 1995, il profilo del suo volto, utilizzando l’arma clandestina dei graffiti appreso a Bologna: un tracciato che, demolito, diventa finestra, rivelando il disturbante contrasto tra Cina tradizionale e l’epoca contemporanea, e i costi della modernizzazione sul patrimonio storico e culturale.

In mostra anche il ciclo One Hundred Chinese, realizzato tra il 2001 e il 2002, documentario veritiero sulla condizione del popolo nel nuovo millennio, con la rapida globalizzazione del paese: le sculture, calchi di persone reali, diventano specchio di esistenze solo apparentemente ricche e privilegiate, in realtà stritolate dai ritmi della modernizzazione.

E ancora grandi dipinti della serie AK-47 e Slogan: nei primi la sigla del kalashnikov, simbolo universale di guerra e sopraffazione, compone ritratti di uomini e donne, svelando la violenza quale elemento integrante e tessuto connettivo delle esistenze.
Nei secondi gli ideogrammi che compongono gli slogan della Repubblica Popolare rivelano, grazie alle variazioni di scale cromatiche, le foto-segnaletiche di uomini e donne dal volto impassibile, privo di qualsiasi segno di gioia o dolore. Volti anonimi quanto gli slogan, appiattiti in una massa umana indistinta.


La violenza lascia spazio al silenzio e alla pace quasi metafisica nella serie World’s Shodows, realizzata con l’antico processo fotografico della cianotipia, che disegna su tela di cotone o carta di riso delicate ombre umane, animali e vegetali; una scintilla di eterno che si ritrova nelle grandi statue antropomorfe in marmo bianco (Hanbaiyu) a grandezza naturale della serie Permanence, in cui corpi di persone comuni, lavoratori, migranti, scolpiti nel materiale delle statue degli dei e degli eroi, il marmo, attingono al sublime che esiste in ogni singola esistenza.



La storia torna prepotentemente nei 100 pannelli della grandiosa serie A Second History, nei quali attraverso materiali d’archivio collezionati in sette anni Zhang Dali rivela impietosamente la sistematica manipolazione delle immagini operata dal regime a fini propagandistici degli anni dal 1950 al 1980.



Il percorso si chiude con la monumentale installazione Chinese Offspring, serie di sculture colorate in vetroresina dei mingong, i lavoratori strappati dalle campagne per diventare parte del fagocitante meccanismo produttivo della Cina post-maoista.
Una selva di sculture appese a testa in giù, a significare la mancanza di controllo che queste persone hanno sulla propria vita: una riflessione di devastante impatto sulla presente condizione di un popolo diventato ingranaggio di una macchina sulla quale non ha controllo.





Maria Paola Forlani

giovedì 29 marzo 2018

IL NETTUNO


Il Nettuno:

Architetto delle Acque
Bologna
L’Acqua per la città
Tra Medioevo
e Rinascimento


In occasione della fine dei restauri alla fontana del Nettuno, Fondazione Carisbo e Genus Bononiae. Musei della Città presentano negli spazi dell’Oratorio e del Museo di Santa Maria della Vita, la mostra Il Nettuno: architetto delle acque. Bologna, l’acqua per la città tra Medioevo e Rinascimento, a cura di Francesco Ceccarelli ed Emanuela Ferretti. (catalogo Bononia University Press).

La mostra, realizzata con il coinvolgimento del Dipartimento di Architettura
 dell’ Università degli studi di Bologna, racconta al pubblico per la prima volta uno dei capitoli più affascinanti della storia della città di Bologna, quello della costruzione del sistema delle fontane pubbliche negli anni del rinnovamento del centro cittadino da parte di Papa Pio IV.


La fontana del Nettuno è il monumento iconico, che conclude una straordinaria stagione di interventi architettonici e idraulici di grandiosa portata, che ancora oggi qualificano l’area centrale della città e i suoi spazi pubblici.
L’acqua tornata a zampillare dopo i recenti lavori di restauro, è l’elemento principale della fontana. I meccanismi nascosti dietro al suo funzionamento, svelano una storia idraulica complessa e segreta, composto da un reticolo di acquedotti, canali e condotte che disegnano la città sotterranea, contribuendo a delineare un passaggio tanto invisibile quanto sorprendente.



L’invenzione di Bologna città delle acque, trova un significativo fondamento nei progetti del Cinquecento, realizzati proprio per sottolineare lo stretto collegamento tra città e acque. Il progetto espositivo in Santa Maria della Vita illustra, attraverso l’esposizione di opere, documenti e materiali selezionati, la genesi progettuale e gli sviluppi del sistema idraulico della fontana del Nettuno, partendo dal medioevo e dall’antichità romana fino ad arrivare agli interventi infrastrutturali rinascimentali.


La mostra illustra la storia idraulica bolognese, partendo dall’acquedotto romano di Bononia dal sistema idraulico a servizio della città medievale, con il canale di Reno, la Chiusa di Casalecchio, i canali urbani e i mulini, i pozzi pubblici e privati, fino a giungere ai grandi interventi infrastrutturali rinascimentali.

Per documentare le vicende medievali è stata esposta, tra gli altri la copia autentica della cosiddetta Secchia rapita, normalmente contenuta nella torre della Ghirlandina, sottratta nel 1325 a un pozzo bolognese in seguito alla battaglia di Zappolino e che dopo settecento anni ritorna simbolicamente a Bologna grazie al prestito concesso dai Musei Civici di Modena allo scopo di testimoniare l’importanza che l’acqua svolgeva nella vita quotidiana della città nel medioevo al punto da assurgere a prezioso trofeo di battaglia.

I pezzi selezionati per l’esposizione sono: statue, modelli, dipinti, disegni, incisioni e altro materiale grafico, libri, documenti archivistici provenienti da collezioni pubbliche e private, locali e nazionali.

Il percorso inizia con Statua di Ninfa elemento di fontana III sec. D. C.
La statua rappresenta una figura femminile, priva di testa, sdraiata sul fianco sinistro, le gambe incrociate l’una sull’altra, con avambraccio sinistro appoggiato su un grande vaso reclinato e il braccio destro, mancante, disteso sulla coscia, come lascia intendere l’area di frattura ben visibile in prossimità del ginocchio. Il volto doveva essere di prospetto rispetto allo spettatore. La figura è vestita di una leggera tunica, dalla quale traspaiono le forme del busto e dei fianchi, e di un himation, che avvolge le gambe e si allunga fino a coprire il braccio del vaso. L’ampio foro che attraversa longitudinalmente il vaso rende sicura l’attribuzione di questa scultura ad una fontana o ad un ninfeo.


Di grande fascino sono l’acquaforte di Nicolaus di Hogenberg  Cavalcata trionfale di Carlo V e Clemente VII  (Londra, British Museum) e l’incisione di Frans Hogenberg “Festeggiamenti in occasione di Carlo V a Bologna nel 1530 “ (Berlino, Staatsbibliothek).

Al di là del fondamentale significato storico e politico, la cerimonia di incoronazione di Carlo V a Bologna del 1530 si pone tra gli eventi più singolari anche per la storia dell’arte europea. Un <<celeberrimo trionpho>> che – incrociando la tradizione del cerimoniale, le consuetudini dell’effimero e rinnovate strategie comunicative – costituisce uno dei più riusciti esperimenti di unità delle arti visive mai condotti nel Cinquecento. Nell’ottica della falsificazione dei luoghi, trasformando, magicamente e simbolicamente, Bologna in Roma.
In piazza Maggiore lo spettacolo organizzato dal cerimoniere pontificio il 24 febbraio travalicò i confini del visivo per sfociare in una manifestazione dal carattere sinestetico. Al pubblico, infatti, non fu offerta solo l’ammirazione del corpo del re mediante la celebre passerella che univa San Petronio a palazzo Comunale, ma anche degustazione di cibo e vino. Nell’area antistante palazzo del Podestà, fra le ultime due campate verso palazzo d’Accursio, fu allestita infatti una scena memorabile, quasi un apparato performativo: un’équipe di cuochi imperiali era intenta alla cottura di un enorme bue dalle corna dorate farcito di cacciagione mentre dalla balaustra soprastante veniva lanciato del pane e a terra una fontana stillava, fino a notte inoltrata, vino bianco e rosso.

Con rara maestria e vivace enfasi descrittiva, questa porzione di festa è evocata nel documento figurativo ufficiale di marca asburgica destinato a veicolare pace e unità tra papa e imperatore: l’acquaforte in 40 fogli raffigurante la Cavalcata trionfale di Carlo V e Clemente VII, realizzata nel 1530 quasi certamente per Margherita d’Austria. La serie si conclude proprio con le notazioni di costume relative alla fontana, alla cottura del bue farcito e ai soldati imperiali che distribuiscono cibo al popolo. La scena della fontana, in particolare, è di rara felicità narrativa e rende bene il tumulto che si dovette creare.

La mostra si conclude con il dipinto Fontana del Nettuno di Giovanni Boldini, opera acquistata dalla Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna nel 2007, è una delle rarissime vedute bolognesi del pittore ferrarese, realizzata durante il viaggio in Italia del 1910, quando lasciata Parigi per Venezia fece tappa a Bologna per visitare la sorella Veronica che risiedeva in città. Nella veduta è visibile sullo sfondo la facciata del palazzo Re Enzo su piazza Nettuno prima dei restauri rubbianeschi. Pur appartenendo alla tarda attività di Boldini, si tratta di un’opera di altissima qualità pittorica percorsa da un segno vivace che, attraverso studiati colpi di pennello, sembra dissolvere in puro movimento ogni forma.



Maria Paola Forlani