lunedì 20 novembre 2017

ETERNELLE IDOLE

Eternelle Idole,


Elizabeth Peyton
Camille Cloudel



Prosegue a Villa Medici, sede dal 1803 dell’Accademia di Francia, il ciclo di esposizioni dedicate all’arte al femminile: il confronto tra la ritrattista contemporanea Elizabeth Peyton e la scultrice Camille Claudel, vissuta tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, conferma quanto la passione creativa non conosca confini.


Da quando Muriel Mayette-Holtz ha assunto, nel 2015, la direzione dell’Accademia di
Francia, le iniziative si può dire che si siano, felicemente, colorate di rosa.
L’asse portante delle tante manifestazioni che animano settimanalmente le sontuose stanze e l’elegante giardino di Villa Medici è la serie di mostre intitolate Une, ossia <<Una>> con la quale s’intende, per la cura di Chiara Parisi, il confronto ideale fra due artiste diverse, anche se la prima mostra del ciclo è stata dedicata ad Annette Messager che non aveva previsto il raffronto con un’altra artista.

“Confronto ideale” perché non necessariamente le due protagoniste devono essere coetanee, conoscersi, oppure appartenere allo stesso secolo.
Così dopo la mostra di Yoko Ono e Claire Tabouret, lo spettacolare palcoscenico di Villa Medici, accoglie le sculture di Camille Claudel e i delicati ritratti di Elizabeth Peyton, due donne che hanno fatto arte a distanza di cento anni l’una dall’altra, in due nazioni diverse e in epoche completamente differenti, ma con la medesima carica dirompente per il fatto stesso di volgere al femminile un’irrefrenabile spinta creativa. In particolare, Camille Claudel (1864 – 1943) si può considerare una vera eroina della scultura che, a quell’epoca, ben più della pittura, era considerata arte completamente maschile. Iscrittasi all’Accademia Colarossi di Parigi, una delle tante istituzioni private, spesso condotte da italiani, come nel caso dell’Académie Vitti, Camille ebbe la fortuna di vedersi sostituire il maestro di scultura, Alfred Boucher, con Auguste Rodin di cui non solo divenne modella, ma assidua collaboratrice, ispiratrice e amante.
Questo rapporto straordinario, però com’è noto s’incrinò per incomprensioni e gelosie professionali dal momento che Camille stava diventando la grande artista che la Storia conosce, con capolavori come Il valzer (la valse), che è un monumento alla passione dell’amore travolta dalla danza. Purtroppo, le tensioni sentimentali e professionali che si produssero minarono alla radice l’equilibrio psichico della giovane artista che finì per essere internata in una casa di cura dove trascorse gli ultimi trent’anni della sua tormentata esistenza senza più scolpire o creare nulla. Alcune sue opere più importanti, provenienti dal Musée Rodin e dal Musée Camille Cloudel a Nogent-sur-Seine, popolano fino al 7 gennaio 2018 le sale di Villa Medici in un raffinato dialogo con quelle di Elisabeth Peyton.


Americana, nata in Connecticut nel 1965, inserita nel grande circuito dell’arte fin dagli anni Novanta del secolo scorso. Elisabeth, che vive e lavora a New York, è una delicatissima ritrattista: può annoverarsi fra coloro che, in America, contribuirono al recupero dell’arte figurativa. Innamorata di Giorgione e dell’arte antica ha visto nascere dentro di sé, fin dall’età dei dodici anni, la passione per la pittura. Per questo, si iscrisse, ormai diciasettenne, alla School of Visual Arts di New York dove iniziò a immaginare i “ritratti” dei protagonisti dei romanzi di Stehdhal. Il suo lavoro è ben noto a livello internazionale e compare non solo in gallerie private, ma anche nelle principali collezioni pubbliche, tra cui basta ricordare il Guggenheim di New York, il Museum of Modern Art della stessa città, il Centre George Pompidou, il San Francisco Museum of Modern Art, ovviamente, a San Francisco; il Museum of Contemporary Art a Los Angeles, la Tate Modern Gallery di Londra e il Whitney Museum of American Art di New York. Non è, però, la prima volta che la pittrice americana espone a Roma. Nel 2003, esibì le sue opere nel bel mezzo del Tevere, sull’Isola tiberina.


Adesso, però, l’esposizione a Villa Medici è diversa.  Elizabeth  ha voluto, in quanto donna, cogliere il mondo di Camille Cloudel, in tutte le sue sfumature.  Così come ha rappresentato infiniti personaggi che ha sempre amato profondamente: da Leonardo a Napoleone, a Kurt Cobain, (il rapper scomparso nel 1994 ritratto in un atteggiamento malinconico, suggestivo e coinvolgente), o David Bowie (2012) ritratto con sguardo intenso e profondo, o il bellissimo e significativo acquarello Camille Cloudel sculpting (2010).


Le opere di Elizabeth Peyton sono di piccole dimensioni, realizzate con una tecnica tradizionale che sfrutta la versatilità del colore acrilico.
Tuttavia, il personaggio ritratto lascia trasparire tutto il suo mondo interiore che s’intreccia con la leggerezza aerea delle pennellate di Elisabeth.  Le opere realizzate appositamente per la mostra di Villa Medici dalla pittrice americana lasciano entrare le sculture  di Camille Cloudel nella composizione, creando un inequivocabile dialogo con le vere sculture che punteggiano il percorso espositivo.


Maria Paola Forlani






Comunicato Stampa

Il 29 novembre era il compleanno di don Franco Patruno
Un tempo questo evento lo festeggiavamo, con gioia, a Casa Cini tra giovani, artisti ed amici.
Mercoledì 29 Novembre alle ore 18 nella Chiesa di Santa Maria Nuova (San Biagio, via Aldighieri 40), lo ricorderemo insieme ad un compagno ed amico d’avventura nel mondo della cultura e della solidarietà che è don Francesco Forini.
Celebrerà il rito il parroco don Renzo Foglia.
Guiderà l’Omelia il Diacono don Daniele Balboni



 

sabato 18 novembre 2017

RIVOLUZIONE GALILEO

Rivoluzione

Galileo
L’Arte incontra la scienza


Sidereus Nuncius
Ho visto Venere bicorne
Navigare soave nel sereno.
Ho visto valli e morti sulla Luna
E Saturno trigesimo
Io Galileo, primo fra gli uomini;
Quattro stelle aggirarsi intorno a Giove,
E la Via Lattea scindersi
In legioni infinite di mondi nuovi.
Ho visto, non creduto, macchie presaghe
Inquinare la faccia del sole.
Quest’occhiale l’ho costruito io,
Uomo dotto ma di mani sagaci:
Io ne ho polito i vetri, io l’ho puntato al Cielo
Come si punterebbe una bombarda.
Io sono stato che ho sfondato il Cielo
Prima che il Sole mi bruciasse gli occhi.
Prima che il Sole mi bruciasse gli occhi
Ho dovuto piegarmi e dire
Che non vedevo quello che vedevo.
Colui che m’ha avvinto alla terra
Non scatenava terremoti né folgori,
Era di voce dimessa e piana,
Aveva la faccia di ognuno,
L’avvoltoio che mi rode ogni sera
Ha la faccia di ognuno.
Primo Levi
11 aprile 1984
Tratto da
Ad Ora incerta Primo Levi 1984.

Dopo Galileo nulla fu come prima. E non solo nella ricerca astronomica e nelle scienze, ma anche nell’arte. Con lui, il cielo passa dagli astrologi agli astronomi.
La mostra (Padova, Palazzo del Monte di Pietà, aperta fino al 18 marzo 2018), concepita da Giovanni C.F. Villa per la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo racconta, per la prima volta, la figura complessiva e il ruolo di uno dei massimi protagonisti del mito italiano ed europeo. In un’esposizione dai caratteri del tutto originali, dove capolavori assoluti dell’arte occidentale in dialogo con testimonianze e reperti diversi, consentono di scoprire un personaggio da tutti sentito nominare ma da pochi realmente conosciuto.

Dalla mostra emerge l’uomo Galileo nelle molteplici sfaccettature: dallo scienziato padre del metodo sperimentale al letterato esaltato da Foscolo e Leopardi, Pirandello e Ungaretti, De Sanctis e Calvino. Dal Galileo virtuoso musicista ed esecutore al Galileo artista, tratteggiato da Erwin Pamofsky quale uno dei maggiori critici d’arte del Seicento; dal Galileo imprenditore – non solo il cannocchiale ma anche il microscopio o il compasso – al Galileo della quotidianità.

Poiché l’uomo, eccezionale per potenza d’intuizione e genio scientifico, lo era anche nei piccoli vizi e debolezze, quali gli studi di viticultura e la passione per il vino dei Colli Euganei – rifiutando la “vil moneta” baratta i suoi strumenti di precisione con vino “del migliore” – o la produzione e vendita di pillole medicinali.
Per documentare “Rivoluzione Galileo” (catalogo Silvana Editoriale), Giovanni C.F. Villa ha riunito in Palazzo del Monte di Pietà a Padova un numero impressionante di opere d’arte, a partire dagli splendidi acquarelli e schizzi dello stesso Galileo, che mostrano la sua altissima qualità di disegnatore. Lo scienziato era del resto un attento osservatore dell’arte, come confermano i commenti salaci su delle tarsie lignee – “prive di morbidezza e fatto di legnetti” – ma anche su Arcimboldo, autore di “capricci che hanno una confusa ed inordinata mescolanza di linee e colori”.
L’influenza delle conquiste galileiane e della scienza moderna sulla cultura artistica è evidente già nel primo Seicento: con la minuziosa resa della natura, come testimoniano le straordinarie opere dei Brueghel e di Govaerts, ma anche in una pittura che recepisce immediatamente la prorompente portata delle “macchine” di Galileo.

Nel 1610 Galileo pubblica il Sidereus Nuncius, e un effetto immediato si può scorgere nella celebre Fuga in Egitto di Adam Elsheimer, prima raffigurazione della Via Lattea. E poi in una sequenza di artisti capaci di raffigurare la luna così come vista con il cannocchiale, tanto che una notevole sezione della mostra racconta proprio la scoperta della luna fino ai giorni nostri. Anche il genere della natura morta sviluppa nuove formule compositive: i simboli della vanitas lasciano il posto ad una raffigurazione documentaristica legata allo sviluppo delle scienze naturali.
E poi un racconto iconografico per capolavori, tra le quali spicca il dipinto di Guercino dedicato al mito di Endimione, con una delle prime raffigurazioni del cannocchiale perfezionato dallo scienziato pisano. Tra gli anni Venti e Trenta del secolo prende vita una vera e propria “bottega” galileiana, ovvero una generazione di artisti (Artemisia Gentileschi, l’Empoli, Stefano Della Bella, ecc,) in grado di condividere le suggestioni offerte dalla lezione dello scienziato. Come le Osservazioni astronomiche di Donato Creti ora in Pinacoteca Vaticana: straordinarie tele raffiguranti stelle e pianeti ritratti in modo da mostrare l’aspetto che presentano al telescopio, evocando le scoperte galileiane.


Il curatore Giovanni C.F. Villa porta i visitatori anche dentro alla “costruzione” del mito galileiano in epoca ottocentesca. Si era nel 1841 quando il Granduca Leopoldo II di Lorena costruiva, in Palazzo Torrigiani, la Tribuna di Galileo, straordinario ambiente immaginato quale sintesi iconografica della scienza sperimentale, da Leonardo a Galileo. Dopo il centrale episodio fiorentino di Santa Croce, eternato da Ugo Foscolo, l’Ottocento diviene il secolo dei monumenti dedicati a Galileo. Ecco allora a Pisa, Roma, la Loggia degli Uffizi a Firenze per giungere alla trentaseiesima statua dei grandi padovani in Prato della Valle. A sancire il mito di Galileo accanto a quello di Dante, lo scienziato-umanista capace di una rivoluzione epocale per l’umanità ampiamente riverberata nell’arte.


La mostra sviluppa un’ampia sezione d’arte contemporanea che da Previati, Pelizza da Volpedo e Balla giunge fino ad Anish Kapoor, presente in mostra con l’opera di apertura.

Il poeta e artista Wiliam Blake (1757 – 1827) presenta una visione romantica e spiritualizzata delle immagini spaziali: Urizen è un personaggio divino da lui ideato che nei suoi scritti assume ruoli e significati diversi. La figura rappresenta lo spirito razionale che riconosce le leggi dell’Universo. Allo stesso tempo è emblema dei limiti della nostra percezione. Urizen appare come una specie di Sole che scaccia le nubi dell’ignoto favorendo la conoscenza resa possibile dalla luce del giorno: al contempo Blake evoca la forma di un occhio nella cui pupilla appare lo stesso Urizen, che quindi costruisce la natura nell’atto di riconoscerla. Urizen si presenta come alter ego di Galileo.
Anche Galileo aveva rivolto il proprio occhio all’universo, pur limitato dalla posizione terrestre. Verso la fine dell’Ottocento gli artisti lanciarono la strategia di accostare immagini fantasiose e riferimenti pseudoscientifici, ricorrendo alla stessa costruzione della realtà che aveva permesso a Galileo di affiancare alcune immagini alle sue osservazioni scientifiche.


La possibilità offerte dalle immagini in movimento hanno infine dotato queste idee di una sintesi figurativa efficace. Le voyage dans la Lune (1902) di Georges Mélies (1861 – 1938) rielabora gli spunti letterari di Jules Verne. Il cortometraggio è una delle produzioni più importanti e famose del cinema delle origini.
Vi si racconta il viaggio di alcuni scienziati francesi che vanno sulla luna con un razzo. Il satellite ha un volto in cui si conficca il missile e dalla ferita cola sangue, primo indizio di come l’avventurarsi dell’uomo nelle sfere oltre la Terra abbia sempre un che di invasivo e violento.


Nei tre secoli dopo Galileo l’idea dell’universo diventa un contraltare fantastico e multiforme della Terra. Le stelle recano tratti antropomorfi e fungono da teatro di romantiche avventure. Così facendo l’universo si conferma anche, paradossalmente, uno spazio distante e inaccessibile.


Maria Paola Forlani


giovedì 16 novembre 2017

LEOPOLDO DE' MEDICI

Leopoldo de’ Medici

Principe dei collezionisti


Enciclopedica figura di erudito, divenuto cardinale all’età di cinquant’anni, Leopoldo de’ Medici (Firenze, 1617 – 1675), figlio del granduca Cosimo II e dell’arciduchessa Maria Maddalena d’Austria, spicca nel panorama del collezionismo europeo per la vastità dei suoi interessi e la varietà delle opere raccolte. Servendosi di abilissimi agenti, mercanti e segretari italiani e stranieri, radunò, nel corso della sua vita, esemplari eccellenti e raffinati nei più diversi ambiti: sculture antiche e moderne, monete, medaglie, cammei, dipinti, disegni e incisioni, avori, oggetti preziosi e in pietre dure, ritratti di piccolo e grande formato, libri, strumenti scientifici e rarità naturali. Uomo scrupoloso e di indole riflessiva lasciò traccia delle sue predilezioni nella ricchissima corrispondenza intrattenuta con gli agenti, edita di recente e nota alla critica.

Leopoldo de ’Medici, da piccolo, era un bambino bellissimo. Lo testimonia l’imponente quadro che lo ritrae vestito alla polacca su un cavallo bianco dall’immensa criniera. Il dipinto, realizzato da Giusto Suttermans nel 1625 e rintracciato nel Castello di Konopiste in Boemia, è stato strategicamente utilizzato come immagine-logo della spettacolare rassegna su <<Leopoldo de’ Medici Principe dei collezionisti>>, (catalogo sillabe), allestita al pian terreno di Palazzo Pitti. Usare questa immagine come segno di richiamo è stata una scelta saggia, perché diventando adulto il principe Leopoldo, sul fronte fisico, peggiorò disastrosamente: la testa assunse la forma di un uovo bislungo, il naso divenne gobbo e adunco, il labro inferiore si fece pendulo e il mento cascante. Persino l’abilissimo Baciccio, nel ritrarlo in abito da cardinale, non riuscì a mascherare un tale coacervo di Imperfezioni.
Eppure, questo inguardabile personaggio merita di essere osservato con gli occhi della massima riconoscenza perché è anche grazie a lui se oggi Firenze e i suoi musei (Uffizi, Pitti, Archeologico e Museo Galileo) possono ostentare opere d’arte e collezioni uniche al mondo.

Nel quarto centenario della nascita di Leopoldo, le Gallerie degli Uffizi hanno voluto dedicare un’esposizione alla sua figura con lo scopo di presentare al pubblico esempi significativi del suo gusto nei diversi campi in cui esercitò la sua azione di conoscitore.

La mostra è stata affidata ad esperti come Valentina Conticelli, Riccardo Gennaioli e Maria Sframeli che da anni sono impegnati nello studio degli oggetti e delle carte documentarie, ovvero inventari e corrispondenze inerenti le collezioni e dalle quali sono emerse moltissime notizie inedite.
Alla sua morte la maggior parte delle opere a lui appartenute entrarono nelle collezioni granducali, e molte di esse furono espressamente destinate dal nipote, il granduca Cosimo III, all’abbellimento della Galleria degli Uffizi.

La mostra racconta questa storia così complessa e affascinante dividendo il vasto materiale per sezioni. Dopo aver incontrato il cardinale nel ritratto marmoreo che gli fece Giovanni Battista Foggini post mortem nel 1697, il visitatore si inoltra nelle sale e subito si imbatte nell’emozionante collezione di antichità assemblata dal principe. Anche senza volerlo l’attenzione viene attratta dal gigantesco fallo marmoreo su zampe leonine del II secolo dopo Cristo che domina la sala (il marmo è alto un metro e 40 centimetri, difficile non notarlo). Già al tempo del cardinale questo fallo destava pruriginose attenzioni tanto che il presule dette ordine di << situarlo dietro una porta, coperto da una testa di leone di cartone >>.
Fallo a parte, i pezzi forti della raccolta sono la celebre Venere Celeste, la raffinata figura di Offerente d’età tolemaica e il guerriero bronzeo di provenienza muragica. Di bellezza e perfezione assoluta è il piccolo Giove in maestà, una replica di età augustea di un bronzo greco che immediatamente ricorda i bronzi di Riace.
Busti, lucerne, componenti bronzee di carri e altre curiosità (come lo <<scheletro da tavola>>, uno scherzoso memento mori che veniva posto sulle mensole dei romani) completano la ricca sezione di <<anticaglie>>.


Proseguendo si scoprono i vasti interessi culturali e scientifici del cardinale, che ebbe una formazione aperta e moderna e per questo si battè (purtroppo senza successo) per ottenere la revoca del processo di Galileo e la rimozione dall’Indice di alcuni suoi trattati. Ė commovente osservare come il cardinale ha religiosamente conservato compassi e strumenti di osservazione degli astri ideati da Galileo e a lui appartenuti.

Promotore, insieme al fratello Ferdinando II, dell’Accademia del cimento, a Leopoldo piaceva molto sperimentare: lo incuriosivano le ampolle per fare il ghiaccio, gli igrometri, gli orologi e gli astrolabi, uno dei quali (bellissimo) è di fattura araba e risale al XIII secolo. E stupisce apprendere che Leopoldo fu anche un appassionato “collezionista” di parole. Entrato a far parte dell’Accademia della Crusca, prese molto sul serio il progetto di aggiornamento del Vocabolario e si mise a caccia di nuovi lemmi nei settori della marineria e dell’agricoltura, componendo lunghe liste di nomi destinati ad arricchire la terza edizione del Vocabolario. Lo sguardo curioso del cardinale si allargò alle terre lontane d’Oriente e Occidente. Dal Levante provenivano i nautili lavorati in Cina, le scatole di lacca giapponese e le armi indonesiane. Dal Nuovo Mondo, e precisamente da Teotihacan, era invece giunta – rarità delle rarità – la sorprendente maschera meso-americana di travertino verde traslucida.




Leopoldo espresse altresì amore e curiosità per ogni genere di manufatti provenienti dalla vecchia Europa. In mostra si ammirano, in particolare, mirabili oggetti in avorio e in pietre dure, come pure una sezione mette in evidenza la passione del nostro per i dipinti.


Il cardinale – che fu egli stesso pittore dilettante – collezionò quadri di Tiziano, Pontormo, Botticelli, Parmigianino, Veronese, Bassano e Correggio, collocandoli nelle gallerie domestiche su pareti tapezzate di rosso, incorniciati in sfolgoranti cornici dorate e intagliate. In mostra se ne ammira una minima selezione, ma il visitatore è invitato a ritrovare i capolavori del cardinale tra i quadri della Galleria Palatina e degli Uffizi, aiutato da un logo speciale che evidenzia la provenienza leopoldina delle opere. Da ultimo, la mostra ci ricorda che fu proprio Leopoldo de’ Medici ad avviare la ricchissima collezione degli autoritratti degli artisti, oggi vanto delle Gallerie degli Uffizi.



Prima di lasciare la mostra è bene non dimenticare la sala dei disegni, posta all’ingresso dell’esposizione sulla destra. Qui ci si imbatte in una sublime selezione dell’imponente raccolta di disegni che Leopoldo assemblò con l’aiuto di Filippo Baldinucci e che venne a costruire il nucleo primigenio del mirabolante Gabinetto del Disegno e delle Stampe, altro vanto inestimabile degli Uffizi.



Maria Paola Forlani