martedì 27 dicembre 2016

La tutela Tricolore

La tutela Tricolore

I custodi dell’identità culturale


Quest’anno la mostra degli Uffizi per il Natale 2016, si è aperta nell’Aula Magliabecchiana con il titolo La tutela Tricolore. I custodi dell’identità culturale (catalogo Sillabe), aperta fino al 14 febbraio

Nelle circostanze in cui viviamo, e dopo i recenti terremoti, nessun argomento poteva essere più calzante di quello scelto, narrando gli avvenimenti storici che hanno coinvolto e troppo spesso ferito il nostro patrimonio culturale dalla Seconda Guerra mondiale ai nostri giorni, ma anche le azioni legislative e istituzionali che hanno il compito di proteggerlo e custodirlo per le future generazioni. Tra queste la creazione – caso unico al mondo – di un corpo di polizia “specializzato”, il Comando Tutela Patrimonio Culturale dell’Arma dei Carabinieri che, in quasi mezzo secolo di attività, ha preso parte attiva nella difesa e recupero dei nostri beni culturali.

L’esposizione si articola in otto sezioni che rendono conto dei crimini contro il nostro patrimonio – da quelli di guerra a quelli terroristici, fino ai furti con scopo di lucro e agli scavi clandestini con conseguenti esportazioni illecite (attività quest’ultima legata alle organizzazioni criminali di stampo mafioso e un passato assecondata perfino da istituzioni straniere troppo spesso indifferenti alla provenienza illecita di quanto acquistavano) e dell’opera meritoria del Comando Tutela Patrimonio Culturale dell’Arma dei Carabinieri.

La prima sezione, Il crimine contro l’arte, racconta come agli Uffizi – una delle massime espressioni del patrimonio artistico nel mondo e non solo in Italia, sostanza fondamentale della nostra civiltà e identità culturale – siano stati oggetto di un attacco terroristico di stampo mafioso il 27 maggio 1993, con alcune opere distrutte ed altre scampate dall’oltraggioso delitto.

L’azione di Rodolfo Siviero e la sua eredità è il titolo della seconda sezione, dove si narra il salvataggio delle opere delle Gallerie di Firenze, trafugate nel corso dell’ultimo conflitto mondiale. Molte di esse furono recuperate grazie all’attività dell’allora ministro plenipotenziario Siviero, che su nomina di De Gasperi nel 1946 diresse una missione diplomatica presso il governo tedesco allo scopo di ottenere il riconoscimento di un principio di legittima restituzione delle opere italiane. Vi si trovano esposte le celebri Fatiche di Ercole di Antonio Pollaiolo,

la Madonna col Bambino ( detta Madonna del Solletico o Madonna Casini) di Masaccio,
il ritratto di uomo di Memling,
l’ Avarizia di Francesco Furini,
il Pigmalione e Galatea di Bronzino,
 Ritratto di giovane donna di scuola emiliana (illecitamente esposta negli Stati Uniti con la suggestiva attribuzione a Raffaello), tutte opere rientrate agli Uffizi grazie a Siviero.

Nella terza sezione Beni archeologici e diplomazia culturale si espone una serie di preziosi recuperi archeologici, per lo più provenienti da scavi clandestini e poi usciti illecitamente dall’Italia. Insieme al lavoro di ricerca e individuazione dei beni artistici da parte dei Carabinieri, la “diplomazia culturale” – di fatto un insieme di accordi diplomatici e trattative internazionali sull’argomento – ha raggiunto risultati prima irrealizzabili.
Ricordiamo in particolare il memorandum di intesa tra Stati Uniti e Italia sottoscritto nel 2001, che ha consentito ritorni di opere di grande importanza. In mostra alcuni esempi: la statua di Vibia Sabina
,
moglie dell’imperatore Adriano rientrata da Boston nel 2007, il cratere del celebre pittore Assteas rientrato da Los Angeles nel 2005 e infine l’Hydria etrusca dove è rappresentata la metamorfosi dei pirati delfini, tornata nel 2014 dal Toledo Museum of Art nell’Ohio.



I Carabinieri dell’arte a grandi passi verso i primi cinquant’anni è la quarta sezione. Una rassegna cronologica di recuperi di dipinti, reperti archeologici, ed altri oggetti di varia provenienza, che illustra il cammino del Comando Tutela Patrimonio Culturale vicino al compimento dei cinquant’anni. Tra queste va ricordata la Triade Capitolina e il Volto d’avorio,
il Putto con anatra della Casa dei Vetii a Pompei, l’Adorazione dei Pastori di Dono Doni di Assisi, trafugato dalla Pinacoteca Civica di Bettona.

Con la quinta sezione Scoperte fortuite: l’etica del cittadino, la mostra vuole raccontare anche i comportamenti virtuosi e rispettosi della legge messi in atto da alcuni cittadini che si sono inaspettatamente ritrovati ad essere protagonisti di ritrovamenti. Allo scopo viene esposta una Testa di bambina
rinvenuta assieme ad uno straordinario Torso di bronzo (arte romana, II sec. D.C.)
nei fondali a lago Puglia e un’Urna cineraria con raffigurazione di defunto recumbente  ritrovata in una tomba etrusca nei pressi di Città della Pieve da un agricoltore, che segnalandola alle autorità componenti ha scongiurato il pericolo che i preziosi corredi funerari cadessero in mano a tombaroli senza scrupoli.


La globalizzazione del crimine è la sesta sezione, che espone le Oreficerie Castellani  rubate dal Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia il 30 marzo 2013, su commissione di una facoltosa signora russa che ambiva a possederle, e che sono state fortunatamente recuperate grazie alle indagini e agli interventi dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale.
Non poteva


poi mancare uno sguardo sul mondo: sulle guerre che devastano patrimoni artistici che appartengono all’umanità intera, sull’accanimento del terrorismo contro i simboli di antiche civiltà, sulle calamità che continuamente mettono in pericolo edifici e oggetti. Per questo i curatori della mostra hanno scelto di esporre la stele funeraria di Palmira, che assurge a simbolo delle guerre in corso, dove sono entrati in azione i “Caschi blu della cultura” appena costituiti, di cui i carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale sono parte integrante e determinante insieme agli esperti del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo.



Quanto le richieste di prestito delle opere, avevano da poco raggiunto i destinatari, il terremoto dello scorso ottobre ne danneggiava gravemente una, l’Adorazione dei Pastori del pittore Dono Doni di Assisi della Pinacoteca Civica di Bettona. La storia per fortuna ha un lieto fine perché la tavola è stata adottata dall’organizzazione della mostra, che finanziandone il restauro ha permesso di cancellarne subito le ferite inferte dal tremendo sisma.



Maria Paola Forlani

giovedì 15 dicembre 2016

UCCIDIAMO IL CHIARO DI LUNA

Uccidiamo

Il Chiaro di Luna 1997/2015
Danze, Voci, suoni del Futurismo italiano
Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi


Anche se non mancano numerosi manifesti che presentano e spiegano il teatro futurista e le sue rappresentazioni, Marinetti ne aveva già anticipato i temi nel 1905, mettendo in scena Le Roi Bombance, tragedia satirica di carattere epico – allegorico nella quale venivano poste in discussione tutte le certezze del passato mentre con
Pouée Eletriques, rappresentata nel 1909, l’autore sperimentava il genere del dramma borghese inserendovi il tema del “doppio” (i due robot infatti sono gli alter-ego dei protagonisti).

La scrittura antinaturalista di questi due drammi e la forza immaginativa dell’autore annunciavano le soluzioni formaliste sperimentate dal futurismo a teatro.
L’inizio della vera e propria attività teatrale futurista si ha nel 1910, con la prima delle tumultuose “serate futuriste” che si svolge a Trieste il 2 gennaio. Questi meeting/performances consistono principalmente nell’unione di arte, propaganda e provocazione: la recita di poesie, le esibizioni musicali, la presentazione di quadri e la lettura di manifesti si intrecciano alle reazioni violente del pubblico, istigato e invitato alla partecipazione attiva dagli stessi artisti futuristi tramite provocazioni.

Con il Manifesto del Teatro di Varietà, Marinetti individua la necessità di inventare nuovi elementi di stupore e di modernità. Il Varietà, avvalendosi di simultaneità, rapidità e destrezza, appare all’autore come il regno naturale del futurista.
Se nel primo futurismo l’attività spettacolare appare all’insegna della frantumazione e dell’irraggiamento, a partire dal Manifesto Il teatro futurista sintetico del 1915 si pongono i fondamenti di un nuovo genere teatrale: la sintesi drammatica, attuata tramite la stesura di composizioni drammatiche brevissime in grado di <<stringere a pochi minuti, in poche parole e in pochi gesti innumerevoli situazioni, sensibilità, idee e simboli>> (citazione da “Il Teatro futurista sintetico”).

Lo splendido spettacolo di danza  presentato il 13 dicembre 2016 al Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara Uccidiamo il chiaro di luna di Silvana Barbarini ha promosso uno degli eventi più originali della stagione.
Questo recupero dello spettacolo futurista decollarono alla scuola Paolo Grassi, nel 1997, allora solo atelier e oggi Corso di Teatrodanza. Silvana Barbarini era stata allieva di Giannina Censi unica danzatrice futurista, scoperta da Filippo Tommaso Marinetti, quando, appena sedicenne, danzava i versi del poeta comasco Escodamè e del “parolibero” Gioia e nel 1931 la Sinfonia aerea del compositore Pick Mangiagalli. In lei – ex ballerina sulle punte, stanca dell’accademia – Marinetti intravvide subito l’ideale corpo della sua Danza dell’aviatrice e forse non a caso. Giannina, ebbe Rosina Ferrario come zia materna, la prima donna dell’aviazione italiana e tra il 1929 e il 1930 si era affiancata al celebre aviatore Mario De Bernardi per spericolati voli acrobatici. Nel novembre 1931, durante l’inaugurazione della Mostra di aereopittura e scenografia futurista alla Galleria Lino Pesaro di Milano, la Censi si esibì in un alluminico costume “balneare futurista”, firmato da Enrico Prampolini, mentre, dietro le quinte declamava il suo A mille metri su Adrianopoli bombardata e Serie di seconde parti di immagine aviatorie. Fu uno shock per il pubblico e per la critica entrambi reagirono lanciando ortaggi e improperi, e l’areodanza, idea originalissima del Futurismo, non ebbe seguito se non nel 1979 allorchè la Barbarini, con Alessandra Manari (altra giovanissima allieva della Censi) decise di ricomporre liberamente l’esperienza della loro insegnante, e sotto i suoi occhi vigili. Nacque un evento importante nella storia della danza contemporanea italiana SiioVlummia-Torrente. Da allora una serie di nuovi spettacoli neofuturisti, ispirati a materiali storici di poeti, artisti visivi e musicisti del movimento marinettiano, furono allestiti ancora dalla Barbarini.
Solo alla scuola Paola Grassi, nel 1997, il progetto prese tuttavia corpo e Uccidiamo il chiaro di luna di Silvana Barbarini iniziò un percorso importante che mise in luce le potenzialità inespresse dell’idea di danza futurista.

Oggi riproposto, perché parte del cospicuo bagaglio di creazioni e progetti non convenzionali del Corso di Teatrodanza della Paolo Grassi, Uccidiamo il chiaro di luna nell’interpretazione dei neo diplomati della Scuola Paolo Grassi ha conquistato una nuova freschezza e vivacità. Spettacolo dunque in cui il futurismo riaffiora nelle scene ricostruite, nelle musiche e nella declamazione di versi di Marinetti registrati dall’autore stesso.



Maria Paola Forlani

lunedì 12 dicembre 2016

CARLO CORSI

Carlo Corsi


Luce e colore
1879 – 1966

Fasci di luce irrompono fra le frasche e i tronchi del giardino in cui signore immerse nella quiete vengono avvolte da variopinti riflessi. Carlo Corsi descrive su la tela le atmosfere della natura come in una sinfonia, come musica, quella musica che aveva accompagnato tutta la sua infanzia imbevuta dalla magistrale sapienza musicale della sua famiglia.

L’artista, amante del colore, delle belle donne e della natura, è ora protagonista di una mostra: “Luce e colore”, allestita dall’Associazione Bologna per le Arti in occasione dei 50 anni dalla sua morte nella sala d’Ercole di Palazzo d’Accursio fino al 9 febbraio 2017, a cura di Stella Ingino (catalogo grafiche dell’Artiere).
Carlo Corsi, nacque a Nizza l’8 gennaio 1879 da Achille, che era tenore. Fu fratello del soprano Emilia. Stabilitosi a Bologna, manifestò sin dall’infanzia uno spiccato interesse per la pittura. Compiuti gli studi classici, si iscrisse, dietro pressioni familiari, alla facoltà di ingegneria. Frequentò in questo periodo la Pinacoteca civica dove, attratto dalla pittura emiliana del Seicento, si cimentò in un paziente lavoro di copista. Incoraggiato dal pittore bolognese A. Scorzoni, suo primo maestro, abbandonò ben presto l’università per dedicarsi esclusivamente alla pittura e nel 1901 fu tra gli espositori della Società Francesco Francia.

Nel 1902 si trasferì a Torino dove seguì i corsi all’Accademia Albertina; frequentò lo studio del pittore Giacomo Grosso, dal quale ricevette una rigorosa formazione accademica. Nel 1906, dopo il diploma, tornò a Bologna, in seguito alla morte del padre. Durante un viaggio in Europa nel 1907 visitò i musei olandesi e il Louvre, attratto dai grandi maestri del passato, da Vermer a Franz Hals. La conoscenza delle contemporanee vicende della pittura francese avverrà in seguito, dopo il ritorno in Italia, attraverso le riproduzioni in bianco e nero di alcune delle opere degli impressionisti e di Cézanne.

Sin dalla prima produzione l’artista si ispira a soggetti di vita quotidiana e borghese: la donna è la protagonista delle sue opere, ritratta ora all’interno di una stanza su un divano o dietro una tenda, ora all’aperto in un giardino o sulla spiaggia. Trattate con un linguaggio alieno da ogni riferimento naturalistico, tutto basato sul colore e sugli effetti di luce, le immagini femminili affiorano dalla superficie pittorica ora appena accennate con larghe stesure di colore, ora sinteticamente descritte con rapidi segni, densi di materia. Di volta in volta l’artista propone nuove soluzioni e invenzioni coloristiche, aspetti diversi di una ricerca unitaria che, partendo dal dato naturale, lo trasfigura liricamente in immagine pittorica, sino a giungere a formulazioni astratte.
Nel 1912 fu invitato per la prima volta alla Biennale di Venezia. La sua pittura era ormai giunta ad un’elaborazione completa. Frequentò in questo periodo a Bologna il pittore A. Protti e altri artisti della generazione degli anni ’80 (G.Romagnoli, G.Fioresi, G.Pizzirani) con cui, partecipò al clima di rinnovamento culturale della Bologna postcarducciana.

Chiusi in un ambiente provinciale in cui gli unici punti di riferimento erano gli insegnamenti coerenti di alcuni maestri dell’Accademia e le antiquate mostre della Società Francesco Francia, i giovani pittori bolognesi ricercavano un orientamento preciso scontrandosi con gli esempi inattuali della cultura accademica e gli svolgimenti stanchi e di maniera dell’arte floreale e del simbolismo.
L’informazione della cultura europea giungeva attraverso la Biennale di Venezia e orientava il gusto dei giovani verso le pitture di Bernard, di Mesdag, di Whistler e di Maris, di Serov e di Ensor, mentre nella birreria Rovani, luogo di riunione del mondo culturale bolognese, circolavano alcuni numeri della rivista Jugend. Le esigenze di rinnovamento artistico si indirizzarono intuitivamente nel senso di un’adesione ad una pittura “naturale”, che si richiamava alla tradizione coloristica dei veneti e degli spagnoli fino all’impressionismo e al postimpressionismo.

Carlo Corsi e gli altri artisti del gruppo parteciparono alle mostre della Seccessione romana dal 1913 al 1916, condividendone il clima di reazione alla cultura ufficiale. Pur non costituendo un vero e proprio gruppo artistico con una fisionomia ben precisa, tuttavia nell’edizione del 1914 i pittori bolognesi esposero insieme in una sala a loro dedicata; Carlo Corsi presentò Tango, opera in cui è chiaro l’ambito secessionista in cui muoveva la sua ricerca, lontana da quelle pericolose inclinazioni intimiste che caratterizzavano la produzione degli altri artisti bolognesi.

Alcuni critici tra cui G. Raimondi (1955), hanno individuato la matrice delle opere di Carlo Corsi di questo periodo nella poetica degli interni dei nabis, di Bonard e Vuillard. In realtà più che di una scelta culturale cosciente si tratta per Corsi di un’adesione istintiva, come lui stesso sostiene “…con riferimento ai miei primi lavori la critica citò i pittori francesi, i post-impressionisti. Non furono i soli, in verità, su cui feci le mie esperienze; ma del resto era direi fatale che, in uno spirito di intelligenza mediterranea, pur senza imitarli, fossi portato naturalmente a muovermi su un terreno pittorico dove si muovevano anch’essi”.

Non si tratta dunque di precisi riferimenti alle premesse nabis e vuillardiane in particolare, quanto di un’istintiva sensibilità culturale che conferisce alla ricerca di Carlo Corsi un’impronta di modernità e un respiro europeo situandola al di fuori del ristretto ambiente provinciale bolognese. Per quanto riguarda i rapporti con la cultura europea, inoltre, è da sottolineare il ruolo informativo svolto dalle mostre della Secessione romana durante le quali, nelle edizioni del 1913 e’14, furono presentate opere di Klimt, Matisse, Bonard, Valloton, e Vuillard.


Corsi partecipò in questi anni alla Biennale di Venezia (1914) e alla Mostra d’arte a San Francisco (1915). Al 1914 si data una nuova maniera nella ricerca dell’artista: le immagini femminili, le scene d’interno o di villeggiatura sono rese sfruttando al massimo le potenzialità espressive del colore con pennellate rapide, secondo modi di più diretta influenza matissiana: lo schema compositivo e la perfetta equivalenza pittorica tra la figura femminile ritratta e l’ambiente che la circonda preludono alle soluzioni più decisamente astratte dell’ultimo periodo (La Lettura del 1919).


Negli anni 1920-30 la ricerca di Carlo Corsi rimane immune dalle suggestioni volumetriche e monumentali della cultura di “valori plastici” e del Novecento. Così come aveva negato la sua partecipazione al futurismo, Corsi restò isolato, ma non assente, dalle vicende dell’arte italiana del ritorno all’ordine e del futurismo.


All’inizio degli anni’30 si trasferì nello studio alla torre dei Malvasia dove dipinse la serie delle Torri di Bologna e iniziò i primi studi per le grandi composizioni realizzate successivamente nel corso degli anni’50.
La produzione di Carlo Corsi continua in questo periodo su due diversi piani, corrispondenti l’uno ad una visione interiore con immagini femminili che affiorano dalla materia pittorica con una notevole carica sensuale, l’altro ad una resa più immediata ed espressiva, in cui l’uso del colore, di origine fauve, si stempera in effetti di controluce densamente tonali.


Nel 1941 l’assegnazione del premio Bergamo (destinato ad un pittore giovane e paradossalmente assegnato ad un artista ormai sessantaduenne ma di fatto pressochè sconosciuto) coincide con una graduale riscoperta dell’opera di Carlo Corsi. Frequentò in quel periodo Guidi, Mario e Saverio Pozzati, ed alcuni artisti della giovane generazione bolognese. Nel 1945 Corsi fu tra i fondatori della galleria “Cronache”, che promosse un’azione di rinnovamento dell’ambiente artistico bolognese, intervenendo con impegno ai dibattiti dei circoli Labiola e Las.


In relazione con questa sua vitalità intellettuale si pone intorno al 1947 una nuova fase di ricerca: ormai completamente sganciato da ogni riferimento naturalistico, Carlo Corsi realizza con particolare felicità inventiva una serie di collage astratti, utilizzando carte colorate, cartoni ondulati, nastri, manifesti strappati.




La sperimentazione del colore come elemento autonomo darà luogo nelle successive prove pittoriche degli anni 1950-60 ad un uso oramai totalmente libero della materia cromatica.

Nel 1958 ottenne importanti riconoscimenti ufficiali con la mostra alla Biennale di Venezia, presentato da Francesco Arcangeli, e la pubblicazione della monografia di M.Valsecchi. Nel 1964 fu allestita un’antologica nel Museo civico di Bologna sempre curata da Francesco Arcangeli.
Carlo Corsi morì a Bologna il 27 agosto del 1966.



 Maria Paola Forlani