La Madonna del parto
Piero
della Francesca
Non
avrebbe apprezzato, l’imperturbabile Piero, il destino incerto, ovvero la
destinazione precaria, di quello che aveva concepito come il suo affresco più
semplice nel luogo più discreto. E, non volendo immaginare lo strappo – nel
duplice senso di distaccato e portato via da quel luogo di devozione e
pellegrinaggio che era la piccola cappella del cimitero di Monterchi -, oggi
non crederebbe ai suoi occhi: quei muri male intonacati e mal restaurati ai confini
della recinzione del cimitero, tutto rinfrescato e anonimo ma anche disabitato…
Dentro la cappella, infatti, oggi la parete di fondo è bianca. La Madonna non
c’è più. E non è il tempo, ad averla ferita o sciupata: sono gli uomini, che
l’hanno portata via con il pretesto di salvarla dallo spazio angusto e
inospitale della piccola cappella. È stata portata via per vederla e conservarla
meglio. Così è iniziato un calvario, per quella che era stata fonte di infinita
consolazione. Quale destino l’attende, e quale perversione l’ha sottratta al
suo luogo naturale! Certo, ora è possibile vederla con più spazio, e fra mille
premure, in una teca che sembra volerne sottolineare la potenza taumaturgica di
icona.

Ma
è proprio questo che Piero non vorrebbe, perché ne tradisce la natura
profondamente popolare. La Madonna pensata da Piero, e disegnata su quel povero
muro per sottolineare i legittimi propositi del devoto pellegrinaggio, è
un’amica rassicurante: vicina, non distante; non una Santa, e neppure madre di
Dio. È una donna
incinta, la cui condizione è svelata da due angeli danzanti. Lei, con il suo
portamento, allontana ogni sconcerto e ogni preoccupazione. Il suo ventre
morbido ha bisogno che l’abito si allenti, per respirare meglio. Una mano è sul
fianco, l’altra indica la dolce curva della pancia. Nella condizione di
partoriente c’è maestà, non disagio né difficoltà.

La
Madonna di Piero è rassicurante, regale e popolare insieme, ma quello status
non deve essere distante: deve rappresentare, per la donna che attende un
figlio, uno specchio della propria condizione. Questa era l’intenzione di
Piero, questo interpretava. E il trasferimento dell’affresco, dunque ha
rappresentato un tradimento.
L’affresco
era stato concepito per la chiesa di Santa Maria in Silvis, in mezzo alla
campagna, probabilmente nell’anno della morte della madre, quando Piero si recò
a Monterchi per i funerali. E fu probabilmente la natura dell’invenzione, così
diretta, così scoperta, così dichiarata, con il volume del corpo della regale
madre, a determinare le consuetudini delle partorienti di impetrare protezione
alla Madonna per i travagli del parto. Già tra il 1784 e il 1786, quell’area
suburbana dominata dalla piccola chiesa fu scelta come sede del cimitero di
Monterchi. In quell’occasione, la chiesa fu demolita per due terzi e convertita
in cappella funebre.

L’affresco beneaugurante fu tagliato a masello e spostato
in una nicchia sull’altar maggiore della superstite e rinnovata cappella. Negli
anni successivi fu dimenticato, e, un secolo dopo, un erudito curioso e
fortunato, Vincenzo Funghini, lo scoprì come purissimo capolavoro di Piero
della Francesca. Ma fu un terremoto, quello del 26 aprile 1917, a determinare
lo spostamento dell’opera, prima in un deposito della frazione di Le Ville, poi
nel museo civico di Sansepolcro, dove rimase fino al 1922. In quell’’anno, il
destino la riportò nella originaria cappella.

Nel
1956, altre trasformazioni della chiesetta costrinsero allo spostamento
dell’affresco, divenuto mobile. Da allora, per la Madonna del
parto è
iniziato il calvario degli spostamenti eventuali, ritenendosi provvisorio
quello nell’ex scuola media di via Reglia. Il dibattito su altre destinazioni
stringe il cuore, perché sembra segnare una vita diminuita dell’opera in
coincidenza del cimitero. Pietosamente, negli scontri fra sovrintendenza,
comune e diocesi, l’architetto Paolo Zermani ha concepito una sobria cappella
per contenere quella che è ormai diventata reliquia di devozione e di arte.
Piero forse apprezzerebbe lo sforzo di Zermani, ma non potrebbe che essere
sconcertato del destino che ha travolto la sua idea assoluta di madre, in
ricordo della madre perduta. E ora, impensabilmente, dispersa.

La
sua Madonna, letteralmente, appare: si esibisce su un palcoscenico il cui
sipario è sollevato da due angeli gemelli, con gli abiti dai colori alternati.
Anziché frontale, la figura è orientata in una lieve diagonale, proprio per
dare maggiore evidenza alla propria condizione, al volume del corpo.
L’espressione del volto è imperturbabile e riservata: mentre gli angeli ci
guardano con gli occhi sbarrati, la Vergine li orienta verso il basso con il
movimento delle palpebre. Il corpo è prorompente, lo sguardo ritroso, nella sua
condizione, la madre di Cristo non può incrociare lo sguardo con nessuno, non
può dialogare. Deve riflettere sul proprio stato: specialissimo in quanto madre
di Dio, ordinario e naturale in quanto madre.
Piero
non conosce né poteva immaginare il destino della sua opera più sensibile e più
personale, costretta a una precarietà che ne contraddice lo spirito e la
finalità.

Ma
più tardi un suo innamorato lo ha vendicato: Tonino Guerra ispirando Valerio
Zurlini nel film La prima notte di quiete immagina una
lezione del protagonista, un professore, all’allieva di cui è innamorato,
condotta davanti all’affresco di Piero della Francesca. La suggestione, così
come l’intenzione poetica e amorosa, sono insuperabili. Ma chi osserva il film
con attenzione si accorge che il problema della sede è risolto prima che sia
posta nell’attuale confusione. L’affresco, infatti, non è né nella cappella
superstite e mortificata del cimitero né nella scuola che ancora oggi, in una
resistente provvisorietà, lo ospita. Lo vediamo piuttosto in una bellissima
chiesa protorinascimentale, non grande ma con tre navate separate da colonne,
su una parete che sembra concepita per aspettarlo. La Madonna di Piero è lì –
naturalmente e convenientemente apparsa.

Il
poeta Tonino Guerra non ebbe il cuore di mandare i due innamorati nella
intristita cappella del cimitero, e pensò uno spazio nuovo, ma perfettamente
adeguato e potentemente evocativo.
Così
fece preparare una riproduzione perfetta dell’affresco collocandolo in una
remota, piccola chiesa di Pinnabilli, dove ancora, in effige, la Madonna del
parto è
visibile.
Nell’illusione
del film, quel luogo fittizio è il luogo naturale, e la finzione
cinematografica lo fa diventare tale.
Se
esiste un aldilà, e da lì Piero vede le cose del mondo, il suo disappunto si
sarà trasformato in compiacimento e soddisfazione per la soluzione trovata nel
mondo delle idee rispetto all’inadeguatezza della realtà. D’’altra parte,
nell’universo dell’arte anche la Madonna del parto più che alla
realtà cui si ispira appartiene al mondo delle idee.
M.P.F.