sabato 13 marzo 2021

Savinio. Incanto e mito

 


Savinio a Roma

Palazzo Altemps rende omaggio all’arte di Alberto Savinio, fratello di Giorgio de Chirico. Tra colori vivaci, atmosfere giocose e rimandi alla mitologia, aperta fino al 13 giugno 2021.

I colori vivaci e le forme geometriche dei “giocattoli” di Alberto Savinio irrompono fra le statue classiche e i saloni rinascimentali di Palazzo Altemps a Roma, nella mostra “Savinio. Incanto e mito”. Dopo aver ospitato le opere di Medardo Rosso e di Filippo de Pisis, il museo della capitale completa la trilogia degli artisti novecenteschi che hanno messo l’arte classica al centro del loro lavoro. E a Palazzo Altemps (una delle prestigiose sedi del Museo Nazionale romano), che contiene capolavori della statuaria romana, greca ed egiziana, ricambia l’attenzione omaggiando i tre maestri.


I quadri, ma anche bozzetti, schizzi, quaderni, manoscritti, fogli dattiloscritti e libri compongono il percorso sul mondo variegato di un personaggio eclettico e poliedrico, Alberto Savinio (pseudonimo di Antonio Francesco Alberto de Chirico, Atene, 1891 – Roma, 1952), meglio conosciuto come scrittore; ma solo perché suo fratello Giorgio de Chirico è stato uno dei più noti pittori del Novecento e ne ha in parte oscurato il lavoro artistico.

L’unicità del linguaggio di Savinio è chiara fin dalle prime sale: siamo nel mondo del colore e, al tempo stesso, del rigore geometrico, della natura e dei materiali della civiltà industriale, degli uomini-dei con il collo e il volto da animali che richiamano i miti greci, provenienti da un Paese (la Grecia, appunto) dove Alberto e Giorgio sono nati e hanno trascorso la loro infanzia.


Le più 90 opere in mostra, la maggior parte delle quali risalenti agli Anni Trenta con qualche excursus fra le ultime produzioni, provengono da collezioni private, personali e societarie, e da alcuni musei: il Mart di Trento e Rovereto, la Galleria Nazionale di Roma, il Museo civico d’arte di Pordenone, il Museo d’arte moderna Mario Rimoldi (Cortina d’Ampezzo), la Pinacoteca comunale di Faenza, il Musée d’Art Moderne de Paris. Nelle prime sale della mostra, le montagne, le isole, le spiagge dominate da giocattoli coloratissimi e geometrici si stagliano su paesaggi scuri o sfumati, su mari e montagne esistenti solo come “nostos”, veicoli di un nostalgico viaggio di ritorno verso la patria infantile.

Poi c’è il Savinio scenografo e costumista: l’intera sala del Galata suicida (la splendida statua romana del I secolo a,C., collocata in una enorme sala centrale) è occupata dalle opere che l’artista ha realizzato per l’allestimento dell’Edipo Re alla Scala di Milano nel 1948 con le musiche di Stravinskij, e per I racconti di Hoffmann con musiche di Offenbach, di nuovo alla Scala nel 1949. Diversi bozzetti provengono dell’Archivio storico documentale del teatro milanese.


Gli dei dell’Olimpo di Savinio, collocati nell’Olimpo greco-romano di Palazzo Altemps: Apollo (1931) dal volto di oca affianca la statua di Urania che regge in mano il globo; Le Dioscuri (1929) dal corpo scultoreo sono vicini ad Afrodite accovacciata, mentre i rossi, i verdi e i gialli accesi di un Prometeo (1929) acefalo contrastano con il marmo candido e la postura eretta di Hermes Loghios, in un dialogo continuo fra classicità antica e moderna.


Nella sala dove inizia e termina il percorso della mostra sono esposti libri e manoscritti che inquadrano a tutto tondo la figura dell’artista, accompagnati da audio d’epoca.

Nel libro-catalogo edito da Electa, Savinio A-Z, la curatrice della mostra (insieme a Zelda De Lillo) Ester Coen descrive il volume e il protagonista: “Una enciclopedia per un artista che, come in un gioco perenne, costruisce, distrugge per poi ricostruire con animo incolpevole e malizioso, inventa e scopre mondi paralleli e immaginari: il gioco che giocano il fanciullo e l’artista”. Dopo oltre quarant’anni Roma dedica una grande mostra a Savinio interrompendo un troppo lungo periodo di digiuno e silenzio.


M.P.F.

giovedì 4 marzo 2021

 

Le donne che hanno scritto la


storia di Ravenna

 

Ravenna è una città costruita dalle donne. Donne determinate che hanno visto in Ravenna un luogo da cullare. Donne innamorate che hanno intrecciato le loro vite con personaggi influenti della storia e della cultura, lungo gli assi geografici d’oriente e di occidente.

In un tour magico è bello pensare a Ravenna come la città della passione e dell’amore femminile e scoprirne la vita e i personaggi che hanno fatto la storia di Ravenna attraverso un percorso fatto di guerre, amori e leggende vissute dalle donne di un’epoca, attraverso le loro imprese e visitando i luoghi che le hanno rese indimenticabili…


Galla Placidia: nata a Costantinopoli nel 388/932 d.C., - a  Roma, muore il 27 novembre 450. Figlia dell’imperatore Teodosio I (che regnò dal 378 al 395) e della sua seconda moglie Galla.

Nipote di tre imperatori, figlia di uno, sorella di due, moglie di un re e di un imperatore, madre di un imperatore e zia di un altro, la nobilissima Galla Placidia fu dapprima ostaggio presso i Visigoti, poi loro regina; attraverso il suo matrimonio con re Ataulfo, e la nascita del loro figlio Teodosio rientrarono in una politica di avvicinamento tra barbari e Romani, ma la morte del bambino e quella del sovrano posero fine a questa possibilità.

Galla sposò l’imperatore Costanzo III, ottimo generale e collega di suo fratello, l’Augusto Onorio, ma la morte del consorte fu seguita da un rapido degrado dei rapporti con l’imperatore e Galla dovette rifugiarsi con i due figli a Costantinopoli, alla corte del nipote Teodosio II. A seguito della morte di Onorio, salì al trono un usurpatore; con l’aiuto dell’esercito orientale, Galla tornò in Occidente, depose l’usurpatore e pose sul trono il giovanissimo figlio Valentiniano III, per il quale fu reggente.

Nei dodici anni in cui regnò sull’impero romano d’Occidente, Galla dovette gestire il confronto fra tre potenti ed influenti generali, Costanzo Felice, Bonifacio ed Ezio. Dopo che quest’ultimo emerse vincitore, Galla ne ostacolò le mire di influenza su Valentiniano.

Gli ultimi anni furono caratterizzati dalla gestione della turbolenta figlia di Onoria e dal coinvolgimento nelle vicende religiose: fu una fervente cristiana, intransigente verso le ultime espressioni del paganesimo. La leggenda narra che quando Galla Placidia stava raggiungendo Ravenna per esercitare la reggenza dell’impero fu sorpresa da una tempesta: per intercessione di San Giovanni Evangelista riuscì ad approdare a Ravenna, nel punto in cui oggi sorge la Basilica di San Giovanni Evangelista. Inoltre a Ravenna fu promotrice della costruzione di molti edifici sacri. Oggi la sua reliquia è ospitata a Roma, ma a Ravenna sorge l’edificio funebre voluto dall’imperatrice stessa: il Mausoleo di Galla Placidia.


Amalasunta: nata a Ravenna il 495 d.C e figlia di Teodorico re degli Ostrogoti. Fu donna nobile, figlia, sposa, madre di re, e regina di Ravenna. Morto Teodorico, ella assunse la reggenza che segnò i migliori anni del regno del padre. Una donna molto determinata, bella, di grande intelligenza e dal carattere forte e virile. Fra le sue molte virtù, un solo difetto, che le fu fatale: un amore smodato per il potere. Amalasunta volle completare la fusione tra Romani e Goti: l’impresa era superiore alle sue forze, e la sua sconfitta fu anche la sconfitta di un ambizioso progetto politico. Governò Ravenna con grande saggezza e senso di giustizia, ma la leggenda narra che la grande amicizia con Giustiniano la portò a una morte ancora oggi misteriosa. Si dice che Teodora, che non era nata in un letto regale e si era conquistata il trono attraverso un uomo, temeva Amalasunta tanto da cospirare contro di lei: intuiva in lei una rivale pericolosa e diffidava della leggerezza di suo marito Giustiniano. Infatti, sembra che la morte della regina di Ravenna sia dovuta ad una trappola mortale di Teodora, sulle rive dell’isola di Martana.


Teodora: nata nel 500, donna dalle umili origini, libera, spregiudicata, ma imperatrice coraggiosa. Essa attraversò il Mediterraneo dalla Libia alla Siria e, nel 521 d.C, al suo ritorno a Costantinopoli divenne la donna del futuro imperatore romano, Giustiniano. Dimostrò astuzia e forte carattere tanto che si dice che Giustiniano si facesse consigliare da lei per le decisioni che riguardavano il regno, in quanto lui più debole e vigliacco. Giustiniano, per lei, stilò una legge che concedeva alle ex attrici di sposare un uomo di rango superiore. Si sposarono e nel 527 vennero incoronati imperatori. Teodora costruì ospedali, orfanotrofi ed emanò leggi volte a tutelare le prostitute. Essa fu una strenua paladina della dignità e dei diritti delle donne, donna coraggiosa e indipendente. La sua immagine continua ancora oggi a ispirare l’arte, il costume e l’estetica. Teodora si occupò di interventi di riedificazione nei territori conquistati, tra cui Ravenna. Teodora e Giustiniano non sono mai stati a Ravenna, ma è lì, nella basilica di San Vitale che hanno fermato il tempo: la loro fu una vera storia d’amore.


Francesca da Polenta da Rimini: figlia di Guido da Polenta il Vecchio, signore di Ravenna. Francesca andò in sposa a Giovanni Ciotto Malatesta, signore di Rimini, ma si innamorò perdutamente di Paolo suo cognato. La loro storia è pura poesia: tra i due nacque un amore segreto che, quando fu scoperto, venne punito con l’uccisione dei due amanti da parte del marito Giovanni. Un amore tragico e appassionato il loro… che venne raccontato da Dante nel II cerchio dell’inferno. Lei la prima donna viva e vera apparsa sull’orizzonte poetico dei nostri tempi.


Teresa Gamba Guiccioli: nata a Ravenna nel 1800 da una famiglia aristocratica, fu una contessa sorprendentemente attuale ed anticonformista, dai principi liberali.

Ha sempre amato la letteratura sin dai tempi della scuola (al convento di Santo Stefano e al Collegio di Faenza). Essa ebbe tanti amanti, ma oggi viene ricordata soprattutto per la sua indimenticabile storia d’amore con il poeta e politico inglese George Byron. A dare testimonianza di questo amore le molte lettere ritrovate che i due amanti si scambiarono nel corso della loro travagliata storia d’amore. Teresa venne biasimata dai suoi contemporanei per le sue scelte controcorrente rispetto ai clichè che volevano le donne del suo tempo spose e madri, soggette al dominio del marito. Al contrario oggi è considerata donna iconica e dalla forte personalità, guidata da ideali romantici e da uno stile di vita libero ed insubordinato all’uomo. A lei Ravenna rende omaggio ristrutturando la sua casa, dove visse con George Byron per 3 anni.


Anita Garibaldi: nata in Brasile nel 1821 il suo vero nome è Anna Maria de Jesus Rebeiro da Silva, ma per tutti Anita. Questa donna è ricordata nella storia per l’attrazione fatale che provò per Giuseppe Garibaldi con il quale condivise coraggio, passione e giustizia. Fu Garibaldi a darle il nome di Anita. Essa seguì la rivoluzione e insieme a lui approdò nella difesa della Repubblica Romana; preludio della sua morte. Fu moglie coraggiosa e fedele fino alla sua morte per cui i ravennati la ricordano con affetto: Anita venne trovata morta nella fattoria Guccioli (RA), a soli 28 anni, ma conobbe i sentimenti più veri e profondi. Di Anita oggi viene ricordato il suo coraggio e il suo sacrificio per la causa italiana e la terra in cui è morta e l’ha amata ancora profondamente.

M.P.F.

martedì 2 marzo 2021

Sophie Taueber-Arp

 


Sophie Taeuber-Arp

Living Abstraction

Ricca di 250 opere che dimostrano il suo eclettismo a livello di tecniche e mezzi espressivi, la retrospettiva che il Kunstmuseum dedica a Sophie Taeber-Arp (Davos, 1889 – Zurigo, 1943) si intitola Living abstraction : un’espressione che sottolinea lo stretto collegamento tra arte e vita proclamato dall’artista svizzera. Il suo era infatti un progetto utopistico (ma concreto) di trasformazione del mondo grazie all’estetica, di penetrazione dell’artista in tutti i settori della vita. La mostra, proposta al pubblico nella sede della Neubau, viene realizzata dal museo svizzero in collaborazione con il Moma di New York e la Tate di Londra.


<<Il desiderio di arricchire e rendere più belli gli oggetti non deve essere interpretato nel senso di aumentare il valore; si tratta invece di un istinto verso la perfezione e l’atto creativo>>. Così Sophie Traeuber-Arp riassumeva il suo impegno nelle “arti applicate” e più in generale la sua visione dell’arte come motore di cambiamento.


Nei suoi lavori, la geometria funziona come uno specchio delle possibilità, dei limiti e delle ambizioni di forme appaiono concluse e perfette, ma sembrano potersi trasformare ulteriormente, come un organismo. Con estrema grazia associata a una dirompente forza espressiva, affrontò tutti gli ambiti della creatività. La mostra di Basilea lo testimonia ampiamente, attraversando in ordine cronologico le sue diverse fasi e le discipline da lei praticate.

Si parte dal Dadaismo di fine anni Dieci, ambito nel quale conobbe il marito Jean Arp (l’opera dei due ha uno spirito affine ma forme di espressione non coincidenti), e si giunge al Costruttivismo degli anni Trenta, con l’adesione ai gruppi Cercle et carré e Abstraction-Crèation, per concludere con i lavori degli ultimi anni realizzati durante l’esilio in Francia.

Più eteree le sue composizioni astratte degli anni Dieci e Venti, più solide e definite quelle degli anni Trenta, le opere esposte evidenziano la costante capacità di creare un mondo autonomo in ogni opera. Rispetto ad altre ricerche simili dell’epoca, colpisce l’abilità di far convivere solidità e leggerezza, con una decisa sensazione di movimento.



Nel percorso espositivo, alle opere astratte si affiancano le creazioni “applicate”, non solo oggetti come la collana del 1918-20, ma anche elementi di scenografie come la sorprendente marionetta di un cervo (1918) per l’opera
König Hirsch  di Hans Werner Henze – la sua ricerca non si negava tratti relativi al gioco e all’infanzia. Altro ambito importante è poi quello dell’architettura, esemplificato dai bozzetti per il Wolmung di Strasburgo.


Pur se trascurata per molto tempo (colpa dell’annosa discriminazione verso le donne nel campo dell’arte), Sophie Taeuber-Arp si può considerare una capostipite di molte ricerche del Secondo dopoguerra, in particolare nel campo dell’astrazione geometrica. <<La sua grandezza>>, spiega Eva Reifert, una delle curatrici della mostra, <<risiede nella capacità di rompere i confini tra arti applicate e arte astratta. Nell’uso dei materiali inusuali all’epoca come il legno, per creare mobili ma anche rilievi astratti. Notissima al pubblico svizzero per essere stata raffigurata sulla banconota da 50 franchi, viene qui rappresentata non dalla sua effige ma dalla sua pera. Un’opera che non è giunta al suo compimento, ma che è rimasta interrotta a causa della sua precoce scomparsa>>.




M.P.F

Der Blaue Reiter

 


Der Blaue Reiter

Tutto ha inizio da un’accesa discussione. Il 2 dicembre 1911 Vasilij Kandinskij, Franz Marc e Gabriele Münter annunciano che avrebbero lasciato l’associazione di artisti Neu Künstlervreingung di Mnaco (che li aveva esclusi da un’esposizione) e a distanza di due settimane allestiscono una contro-mostra alla Galleria Thannhauser. Nasce così il Blaue Reiter, uno dei primi gruppi di artisti trasnazionali del Novecento, cui ora la città bavarese, fino al 5 maggio 2023, dedica un’ampia mostra, allestita alla Lenbachhaus.


L’intera opera che chiamiamo arte non conosce confini né nazioni, ma solo l’umanità”. Questo il mantra che stava alla base del loro almanacco Der Blaue Reiter (il Cavaliere azzurro). Lo stesso credo ispira via via i membri del gruppo – tra cui August Macke, Alfred Kubin, Maria Marc ed Elisabeth Epstein – tutti rappresentati alla Lenbachhaus di Monaco, che già vanta una corposa collezione permanente del gruppo. Per l’occasione sono state selezionate opere provenienti anche da altri musei e collezioni private, esposte in una prospettiva non solo estetica e storica, ma con l’intento di approfondire anche i rispettivi contesti spirituali, sociali e politici. Gli adepti infatti sostenevano una concezione globale ed egualitaria dell’arte non solo a parole, ma anche nei dipinti e nei fatti.


Almeno fino alla Prima guerra mondiale che li costrinse a sciogliersi.

La mostra inoltre offre la prima panoramica completa delle molteplici ispirazioni che gli artisti hanno tratto da xilografie giapponesi, arte popolare bavarese e russa, fino a sconfinare in quel mondo lontano, dalla Nuova Caledonia al Messico, allora ancora sottovalutato dalla cultura occidentale.


M.P.F.

lunedì 1 marzo 2021

Le signore dell'Arte. Storia di donne tra il "500 e il 600

 


Le signore dell’arte

Si è aperta fino al 6 giugno la mostra “Le signore dell’arte”, nella sede di Palazzo Reale, a Milano, nel contesto de “I talenti delle donne”, il progetto promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune che è dedicato alle donne protagoniste del pensiero creativo, delle figure esemplari del passato alle molte testimoni di oggi nel mondo dell’arte, della cultura, dell’imprenditoria, dello sport, della scienza.


La mostra “Le Signore dell’Arte”. Storie di donne tra “500 e 600”, capaci di distinguersi nonostante le difficoltà del tempo, presenta oltre 150 opere esposte, realizzate da autrici come Artemisia Gentileschi, Sifonisba Anguissola e Lavinia Fontana.


L’esposizione “in rosa” nasce per riscoprire in particolare l’arte e le incredibili vite di 34 diverse artiste capaci di una singolare abilità creativa, in grado di esprimere la vita di donne già “moderne” per quei tempi. In mostra sia artiste più note, ma anche altre meno conosciute al grande pubblico, che sono delle vere e proprie scoperte: come la nobile romana Claudia del Bufalo, che entra a far parte di questa storia dell’arte al femminile, mentre altre opere vengono esposte per la prima volta.


Le curatrici sono Anna Maria Bava, Gioia Mori e Alain Tapié mentre le opere selezionate per la mostra provengono da ben 67 prestatori e musei di tutta Europa.


La mostra presenta non solo la capacità artistica di queste pittrici, ma, più di tutto, anche il ruolo sociale che hanno rivestito nel loro tempo, alcune affermate presso le grandi corte internazionali, altre vere e proprie imprenditrici, determinate a significare nell’arte i loro ideali di vita.


Tra tutte le artiste esposte in mostra a Palazzo Reale, la più nota al grande pubblico per celebrità è Artemisia Gentileschi. Figlia del pittore Orazio, artista e imprenditrice, è artefice di quadri che la sua arte rivaleggia con quella degli stessi pittori uomini dell’epoca e il suo successo la porta allo scarto della sua categoria sociale; un esempio di lotta contro l’autorità e il potere artistico paterno, contro il confinamento riservato alle donne.


Di Sofonisba Anguissola, cremonese che visse oltre 10 anni alla corte di Filippo II a Madrid, per poi spostarsi in Sicilia dove fu visitata da Antoon van Dyck nel 1624, sono esposti tra gli altri la “Partita a scacchi” (1555), e per la prima volta la “Pala della Madonna dell’Itria” (1578). E ancora Lavinia Fontana, bolognese e figlia del pittore manierista Prospero Fontana in mostra con 14 opere tra cui l’ “Autoritratto nello studio” (1579), la “Consacrazione alla Vergine” (1599) e alcuni dipinti di soggetto mitologico.


Di grande impatto anche la pittrice bolognese Elisabetta Sirani, in mostra con tele nelle quali vengono portati sulla scena il coraggio femminile e la ribellione di fronte alla violenza maschile; Ginevra Cantofoli, con l’opera della seconda metà del XVII secolo, “Giovane donna in vesti orientali” del 1596; infine Giovanna Garzoni che visse tra Venezia, Napoli, Parigi e Roma, in mostra con rare pergamene.

M.P.F.

mercoledì 24 febbraio 2021

Signac

 

Signac, les harmonies colorèes


Alla fine del XIX secolo, in piena rivoluzione scientifica e tecnologica, il giovane Signac, insieme a Seurat e Pissaro, adotta la tecnica puntinista, che “scompone” i colori e regola l’accostamento di piccole pennellate sulla tela con un effetto vibrante e luminoso. La liberazione del colore dalla forma, fin quasi all’astrattismo, è ora raccontata in una mostra al Musée Jacquemart-Andrè.


Fu un po’ una rivincita della razionalità contro le passioni, il successo dell’ottimismo sugli impeti tormentati dei sentimenti. Fu la scienza che apriva i suoi sterminati confini suggestionando con le sue leggi il campo impulsivo dell’arte. La lampadina, il motore a scoppio, il telefono, il grammofono, il tram, l’automobile, la bicicletta stavano cambiando la vita di tutti i giorni ma erano solo le conseguenze più visibili di quel flusso inarrestabile di scoperte scientifiche e conquiste tecnologiche che attraversarono la seconda metà del XIX secolo.



Non è dunque un caso se nel 1884, mentre Parigi si preparava a celebrare il centenario della rivoluzione francese cominciando a innalzare la Tour Effel, simbolo della nuova tecnologia costruttiva basata sul ferro e sull’acciaio, tre giovani pittori sensibili al mutamento dei tempi fondarono una società di artisti indipendenti, pronti a “rivoluzionare” la tecnica pittorica attraverso principi scientifici.


Così Seurat, Signac e Pissaro dettero vita a un piccolo gruppo, quello degli “impressionisti scientifici” che, facendo tesoro delle nuove leggi dell’ottica, non univano più i colori sulla tavolozza, ma applicavano i pigmenti puri direttamente sulla tela, uno accanto all’altro, attraverso piccoli tocchi di pennello e secondo precisi accostamenti. In questo modo secondo le moderne teorie del chimico Michel Eugéne Chevreul, è l’occhio stesso, guardando l’immagine dalla giusta distanza, a mescolare i colori, liberandone la luce.

Non più dunque, la riproduzione spontanea e immediata della natura, come facevano gli impressionisti che dipingevano “en plein air”, catturando le sensazioni visive. Una pittura più meditata, riflessiva, invece, della realtà rispettava le proporzioni, ma la rendeva più astratta, ricostruendola intellettualmente nell’atelier. L’obiettivo finale doveva essere la liberazione del colore, la sua indipendenza rispetto alla forma, anche a scapito della gestualità dei protagonisti, in cui movimenti restavano rigidi. Nello stesso modo le emozioni non erano più legate al soggetto, ma dovevano trasformarsi in emozioni ottiche. Una rivoluzione artistica che non fu immediatamente compresa, ma che tuttavia non rinnegò mai la discendenza dei precursori impressionisti, tanto da riconoscersi nel nome di “neoimpressionisti”.

Sì alla tradizione, dunque, ma guardando il presente. Tanto che lo stesso Signac nel 1885 volle partecipare ad alcuni esperimenti sul fenomeno della riflessione della luce bianca svolti nella manifattura dei Gobelins, storico laboratorio tessile di Parigi specializzato in arazzi, di cui Chevreul era direttore. Ed è proprio a Paul Signac, anticonformista, ribelle, anarchico e pioniere del neoimpressionismo che il Musée Jacquemart-Andrè di Parigi dedica una mostra importante presentando un insieme di circa settanta opere riunite da più generazioni di una famiglia di grandi collezionisti.



Dagli esordi agli anni eroici della “mescolanza ottica”, dalla vita parigina ai colori forti del Midi fino alla luce trasparente della laguna veneziana, dai disegni, alle tele e infine gli ultimi acquarelli, in una carrellata cronologica che riapre anche il dialogo con gli artisti che condivisero l’avventura neoimpressionista. Seurat, Pissaro, Cross, Luce sono solo alcuni dei nomi più famosi che hanno fatto la storia della “decomposizione” del colore, e che oggi si confrontano di nuovo nel grande palazzo parigino di boulevard Haussmann.

<<l’opera di Signac è molto ricca. Se il suo approccio tematico si concentra su fiume mare e batteli, lui si appassiona anche a tematiche diverse. Non solo la pittura, dunque, ma anche l’acquarello e il disegno. Soprattutto il suo stile evolve dall’impressionismo al neoimpressionismo vicino a Seurat, poi a un secondo neoimpressionismo, più libero e più colorato>>, spiega Marina Ferretti, curatrice della mostra insieme a Pierre Curie, conservatore del Musée Jacquemart-Andrè. <<Si è dunque imposto un percorso cronologico per consentire al visitatore di seguire questo progresso espressivo>>.


Ma in tutte le sue esplorazioni stilistiche, la ricerca della luce e la liberazione del colore per Signac restano sempre un chiodo fisso. Non a caso, da giovane viziato, figlio unico di famiglia benestante, destinato a un’attività professionale, interruppe bruscamente gli studi di architettura dopo aver visto la mostra di Claude Monet. Era il 1880 e quella determinazione a braccare anche il minimo riverbero di luminosità che ossessiona il maturo artista suggestionò anche il giovane studente che, proprio in quell’occasione, decise di diventare un pittore. Le sue prime opere avvengono dunque nel segno dell’impressionismo, con il pennello che accresce la luce attraverso il vacillamento dei suoi tratti sulla tela. Fu invece l’incontro con Seurat, quattro anni più tardi, ad aprigli una nuova strada, quella del “pointillsme”, che prevede piccoli tocchi di colori puri, mai sovrapposti e accostati secondo la precisione scientifica indicata da chimici e fisici del tempo (non solo Eugéne Chevreul, ma anche Charles Blan e Ogden Rood).


Vale a dire che i colori primari – rosso, viola e arancione – avrebbero prodotto nell’occhio in maniera automatica le tinte intermedie e secondarie, aumentandone la brillantezza. Se questa era scienza, “avventurieri” artististici Seurat e Signac azzardarono la loro proposta. Che ebbe seguaci importanti ma trovò anche molte resistenze.

Basta pensare che nell’ottava e ultima mostra degli impressionisti in rue Lafitte a Parigi, nel 1886, a queste opere “puntillste” venne lasciata l’ultima sala, anche perché sembra che Monet e Renoir si fossero rifiutati di esporre i loro quadri acanto a quelli dei neoimpressionisti. D’altronde proprio il termine “pointillsme” venne al tempo utilizzato in maniera derisoria e rifiutato dagli artisti stessi. Comunque questi furono solo ostacoli momentanei. In realtà agli inizi del XX secolo Signac si era già conquistato un posto d’onore in Belgio, Olanda e Germania. In Francia, nel 1915, verrà nominato pittore ufficiale della marina militare. <<È allora considerato come uno dei padri fondatori della pittura moderna, accanto a Cézanne, Gauguin e Van Gogh>>, racconta Marina Ferretti, ricordando che proprio la liberazione del colore era in quel periodo al centro del dibattito artistico, come dimostra la nascita del fauvismo in Francia, quella dell’espressionismo in Germania, senza dimenticare l’avvento dell’astrazione.


M.P.F.