Tutankamon
Caravaggio
Van Gogh
Quando il cielo sopra di me formicola di innumerevoli
stelle, quando il vento soffia nello spazio immenso, quando l’onda si frange
mugghiando nella notte profonda, quando l’etere arrossisce al di sopra della
foresta e il sole rischiara il mondo, dei vapori si alzano nella valle e io mi
stendo sull’erba tra gocce di rugiada scintillanti, ogni foglia, ogni filo
d’erba deborda di vita, la terra vive e si agita attorno a me, tutto risuona
assieme in un solo accordo; allora la mia anima grida di gioia e plana nello
spazio incommensurabile tutt’intorno; non esiste più alto né basso, non esiste
più tempo, non esiste più inizio né fine, sento il soffio vivente di Dio che
tiene in mano il mondo e in cui ogni cosa viva si muove.
Philipp Otto Runge, Lettera del 10 maggio 1802
Molti tra i più grandi
artisti si sono misurati con il tema della notte; moltissimi di loro, e i loro
capolavori, sono dal 24 dicembre 2014 al 2 giugno 2015 nella mostra
“Tutankamen, Caravaggio, Van Gogh. La sera e i notturni dagli Egizi al Novecento”,
curata da Marco Goldin nella Basilica Palladiana a Vicenza.
Sono 113 opere provenienti da
trenta musei di tutto il mondo: vi figurano prestiti eccezionali come uno dei
preziosissimi Ritratti del Fayum, giunto
da Boston, o il “Campo innevato con aratro, verso sera (da Millet)” di Van
Gogh, arrivato da Amsterdam. Nella mostra della Basilica vicentina ci si può
trovare a tu per tu con Caravaggio, e la sua opera strepitosa “Marta e Maria
Maddalena” e il suo commovente “Narciso”; ma nel percorso si incontrano artisti
quali: Monet, Millet, Corot, Pissaro, Zurbaràn,
El Greco, Music e Rothko, Gaugin, Wytth fino a
Paul Klee, Hopper, Kiefer, Van Gogh, Giorgine.
Ogni mostra di Marco Goldin è
un frammento di autobiografia e di vissuto personale per immagini ed è inutile
cercare in tutti questi capolavori il rigore di un impianto scientifico o la
filologia negli accostamenti tra opere. Il tema è la notte – la notte in senso
reale e figurato – e l’arco temporale è vertiginoso, di oltre tre millenni.
Il percorso infatti prende le
mosse dagli Egizi, un popolo a cui la notte, specie nell’accezione funeraria,
doveva apparire amica. In Egitto, nella Valle dei Templi o altrove, la notte
nell’eterno è come proseguire la vita. Un viaggio che non ha fine, e nel quale
sempre si porta quanto era appartenuto in vita. La statuaria egiziana assegna
un valore quasi magico alle immagini del defunto, nel momento in cui egli è
partente, colui che si accinge a viaggiare a lungo dentro la notte. E se le
maschere mortuarie o le effigi più antiche dei faraoni, in accordo con i
linguaggi artistici delle diverse epoche,
mostrano ora fattezze morbide e
naturalistiche, come nella testa di Menkaura (il Macerino della terza piramide
di Giza), che regnò tra il
Il giovane soggetto del ritratto in mostra, ha
una folta capigliatura nera e riccia, una densa barba e baffi; la testa è
lievemente volta verso destra. Il suo abbigliamento è costituito da una tunica
bianca (chitone) con un motivo a triangoli intorno al collo e da un mantello
violaceo (clamide) fissato sulla spalla destra con una fibbia in cui è incastrata
una pietra rossa. Che poi la mostra abbandoni l’antichità e scavalcando i
secoli si immerga nell’arte dell’ età
“moderna”, non deve stupire: il curatore,ama questo modo di comporre percorsi, per
raggiungere “suggestioni” ed “emozione”.
L’incipit della sezione
“moderna” è affidata al celebre e misterioso Doppio ritratto di Giorgine. La luce radente che cade obliquamente
dall’alto investe con intensa chiarezza la mano sinistra del giovane in primo
piano, posata sul parapetto, che mostra un frutto riconoscibile come un
melangolo, simbolo dell’amore. Il giovane è elegantemente abbigliato, il suo
sguardo è immerso nell’ombra e poggia il capo sulla mano nell’atteggiamento
tipico del malinconico. La luce rischiara invece e porta l’attenzione sul volto
più pieno e sensuale del secondo giovane, meno raffinato nelle fattezze e
nell’abbigliamento, che volge lo sguardo franco ma pensieroso oltre le sue
spalle, verso l’osservatore. Qui la notte che assorbe le due figure ha poco o
nulla di naturalistico, perché intreccia inscindibilmente immagine, poesia e
simboli.
Allo stesso modo le notti
delle altre opere in mostra sono ora notti di preghiera
(la Santa
Caterina
d’Alessandria, di Tiziano), ora di adorazione del Bambino (nella notte di
Natale), ora di estasi (il San Francesco di
Caravaggio e quello di Gentileschi), ora di conversione (la Samaritana al pozzo di Annibale Carracci e quello
di Marta e Maria di Caravaggio).
La notte irrompe però anche
nella sua veste naturale, soprattutto nella pittura dell’800, quando con il
Romanticismo i notturni diventano protagonisti, soggetto del quadro, e si
caricano di nuove valenze emozionali. Ne sono interpreti Caspar David Friedrich
e William Turner, entrambi presenti in mostra con molte opere. Seguono Corot e
gli americani Winslow Homer, Thomas Cole, F E. Church e, ancora Monet, Pissaro,
Cézanne, van Gogh, Goguin, interpreti del crepuscolo della notte, spesso
illuminata dalla luna o dalle stelle o dal primo albeggiare. A loro, il
curatore, affianca cantori della notte del ‘900 come Hopper e poi Kiefer e Andrew
Wyeth, le cui notti evocano sentimenti di maggior desolazione, inquietudini e solitudine
dell’uomo.
È singolare, ma rimane
nella sfera del possibile, che esperienze apparentemente distanti tra loro ci
comunichino la medesima tensione, fino a che ci accorgiamo che l’incisione
della luce notturna a New York su un muro di Hopper corrisponde al tassello di
nero che Rothko pone su una delle superfici, che si leggono nella loro quasi
esagerata
frontalità. Ma è con Van Gogh che la mostra si chiude: Sentiero di notte in Provenza, 1890, è
l’ultima opera dipinta a Santin-Rémy, prima di trasferirsi a Auvers, dove
sarebbe morto (suicida) di lì a poco. Nel fra tempo Van Gogh aveva già descritto l’opera con entusiasmo a Goguin, in una lettera:<< Laggiù ho lasciato ancora un cipresso con una stella, un ultimo tentativo – un cielo notturno con la luna tenue, niente più che una gobba sottile che sale dall’ombra scura della terra, una stella con un bagliore eccessivo, per non dire, una dolce luce rosa e verde nel cielo oltremare solcato da nuvole…>>. Con questo notturno sinfonico, che è un canto d’amore alla luce della Provenza, van Gogh si congeda dalla vita.
Maria Paola Forlani
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