giovedì 10 giugno 2021

ZUAN DA UDINE FURLANO: Giovanni da Udine tra Raffaello e Michelangelo (1487-1561)

 Raffaello lo volle al suo fianco nella Loggia di Psiche alla Farnesina e nell'impresa delle Logge


vaticane, Michelangelo lo teneva in alto conto, Clemente VII si affidò a lui per delicati interventi di restauro e decorazione sia a Roma che a Firenze

Giovanni Ricamatore, o meglio, Giovanni da Udine "Furlano", come si firmò all'interno della Domus Aurea, riuniva in sè l'arte della pittura, del disegno, dell'architettura, dello stucco e del restauro. Il tutto a livelli di grande eccellenza.


A Roma, dove era stato uno dei più fidati collaboratori di Raffaello, rimase anche dopo la scomparsa dell'Urbinate. Conquistandosi, per la sua abilità, dapprima il titolo di Cavaliere di San Pietro e quindi una congrua pensione da pagarsi sull'ufficio del Piombo. Intorno alla metà degli anni trenta del '500, Giovanni decise di abbandonare la città che gli aveva garantito fama e onori e rientrare nella sua Udine con il proposito di "non toccar più pennelli".


Preceduto dalla fama conquistata a Roma, una volta tornato in Friuli si trovò pressato dalle committenze e non seppe mantenere fede al suo "autopensionamento". Tra le realizzazioni di maggiore importanza vanno annoverate la decorazione di due corridoi in Palazo Grimani a Venezia e l'esecuzione di un fregio a stucco ed affreschi nel castello di Spilimbergo.


Inoltre è proprio salendo la monumentale scalinata a doppia rampa progettata da Giovanni, stavolta in veste d'architetto, che il pubblico può accedere alla magnifica Sala del Parlamento che fino al 12 settembre accoglie la prima retrospettiva che mai sia stata a lui dedicata.

"Giovanni da Udine tra Raffaello e Michelangelo (1487 - 1561)", promossa dal Comune di Udine - Servizio Integrato Musei e Biblioteche, è a cura di Liliana Cargnelutti e Caterina Furlan, affiancate da un autorevole Comitato scientifico.

Per la prima volta in questa mostra viene riunito un cospicuo numero di raffinati disegni che, provenienti da diversi musei europei e da una collezione privata americana, confermano la sua proverbiale abilità nella rappresentazione del mondo animalistico-vegetale e soprattutto uccelli.


Ciascuno degli ambiti della poliedrica attività di Giovanni da Udine è indagato in mostra attraverso stucchi, incisioni, documenti, lettere, libri e altri materiali.

Inoltre le spettacolari sezioni dedicate alle stampe e ai disegni di architettura consentono di visualizzare i principali luoghi e ambienti in cui l'artista ha operato: dalla Farnesina alle logge vaticane, da Villa Madama alla Sacrestia nuova di San Lorenzo a Firenze.


Il contesto storico e culturale del tempo viene ricostruito in mostra attraverso libri, documenti e filmati.

Una sezione speciale ripropone al Castello di Udine la mostra documentaria dal titolo "Loggia di Amore Psiche. Raffaello e Giovanni da Udine. I colori della prosperità. Frutti del vecchio e nuovo mondo", a cura di Antonio Sgamellotti e Giulia Caneva, realizzata nell'aprile 2017 alla Farnesina, dedicata ai festoni realizzati nella loggia di Psiche da Giovanni da Udine.


Concluso il percorso espositivo, il visitatore potrà ammirare dal vivo le opere architettoniche, gli affreschi e gli stucchi realizzati da Giovanni da Udine e dai suoi collaboratori nel Castello di Colloredo di Montalbano, a Spilimbergo, a San Daniele del Friuli e a Udine. Per chi voglia spingersi fuori dal Friuli, l'itinerario ideale trova il suo completamento a Venezia, per una visita a Palazzo Grimani, e naturalmente a Roma, che fa tesoro delle sue opere più celebri.

M.P.F.














mercoledì 9 giugno 2021

Francesco Morosini in Guerra a Candia e in Morea

Francesco Morosini, il valoroso comandante di Venezia, al Museo Atestino di Este


La mostra segue un viaggio nella potenza di Venezia, attraverso le vicende di uno dei suoi più grandi 

condottieri. E' la mostra "Francesco Morosini: la difesa di Venezia tra mare e terra a Creta e nel Peloponneso", allestita nella sala "delle Colonne" del Museo Nazionale Atestino di Este, in provincia di Padova, fino al 27 settembre.


Un viaggio nella potenza di Venezia, attraverso le vicende di uno dei suoi più grandi condottieri.

 La mostra "Francesco Morosini: la difesa di Venezia tra mare e terra a Creta e nel Pelopponeso", è

allestita nella sala "delle Colonne" del Museo Nazionale Atestino di Este, in provincia di Padova, fino al 27 settembre.


Lo Stato da mar, i territori veneziani del Levante, situati lungo le coste dell'Adriatico e nel Mediterraneo, sono luoghi in cui la presenza di Venezia risale al Medioevo. E' uno Stato dalle caratteristiche particolari poichè non possiede una coesione territoriale.


Ma è composto da città, porti e fortezze fra loro isolati e collegati principalmente dalle rotte marittime. Rotte che passano lungo la sponda orientale dell'Adriatico e raggiungono l'Egeo e il Mediterraneo orientale. Attraversando le isole Ionie, la Grecia continentale, la Morea (il Peloponneso) e l'isola di Candia (Creta) Nel corso dei secoli, la geografia dello Stato da Mar cambia continuamente. In particolare tra Quattrocento e Cinquecento, in seguito alle guerre con gli Ottomani e nuovi territori passano sotto il governo di Venezia. Altri sono invece definitivamente perduti.

Le città costiere della Morea cadono quasi tutte entro lo scorrere del 1500. Mentre l'isola di Candia rimane veneziana con continuità per più di quattrocento anni, fino al 1669.


Morosini per Venezia non solo riconquistò molte delle antiche città e fortezze della Morea, ma estese i possedimenti della Repubblica a quasi tutto il Peloponneso.


Francesco Morosini (1619 - 1694) fu per quattro volte capitano della flotta e dell'esercito veneziano, oltre che doge (dal 1688). Ebbe il ruolo particolare e importante nella storia di Candia (1645-1669) e ne segnò anche l'atto finale. Consegnando all'Impero ottomano la capitale (Candia, Chandaka, Iraklion) e l'intera isola, salvo alcuni avamposti che rimasero veneziani fino alla caduta della Repubblica.


Qualche anno dopo, nel corso della guerra della Sacra Lega contro l'Impero Ottomano (1684-1699) - l'unica guerra di attacco combattuta da Venezia contro i turchi - Morosini invece non solo riconquistò molte delle antiche città e fortezze della Morea, ma estese i possedimenti della Repubblica a quasi tutto il Peloponneso. Un successo però di breve durata poichè la Morea fu definitivamente persa solo pochi anni dopo, tra il 1714 e il 1718.


Un ricco corollario di testimonianze tra armi, cimeli, documenti storici, manuali, mappe militari e autentiche rarità provenienti dal Museo Correr di Venezia e da collezioni private, arricchiscono il percorso.



La mostra su Francesco Morosini ad Este si articola in quattro sezioni: nel percorso figurano nove tele originali e una riproduzione, parte del prezioso ciclo sulle campagne militari che la Serenissima ha condotto a Candia e in 


Morea. Più un ricco corollario di testimonianze tra armi, cimeli, documenti storici, manuali, mappe militari e autentiche rarità provenienti dal Museo Correr di Venezia e da collezioni private. Tra cui le insegne di comando turche, un raro cannone ottomano, alcuni strumenti musicali della banda dei giannizzeri.

M..P.F..



domenica 30 maggio 2021

Anima di Volterra

 Nasce 'l'Anima di Volterra', un progetto di valorizzazione di quella parte di Città che rappresenta maggiormente il cuore, ma anche l'anima della comunità volterrana.


La Piazza San Giovanni si presenta, infatti, come lo spazio sacro più significativo della città e della Diocesi di Volterra, in cui si affacciano il Duomo, il Campanile, la Casa dell'Opera, l'oratorio della misericordia, l'antico Ospedale e il Battistero e che dà il nome a questa significativa area del tessuto urbano al centro della giurisdizione vescovile volterrana, la quale, secondo la tradizione, risalirebbe addirittura all'epoca apostolica, sicuramente attestata agli ultimi decenni del V secolo.


La chiesa episcopale cittadina, ubicata nel luogo dove ora sorge la Cattedrale, è testimoniata con la sua titolatura a Santa Maria sin dall'epoca di Carlo Magno. Ma il cuore è anche l'anima di una città, nel suo duplice aspetto della religiosità e dei più alti valori civici e sociali ( come ricorda Santa Caterina in una sua lettera, l'uomo che si rinnova nello spirito "Possiede la città dell'anima sua... " ) ed è per questo che il progetto "L'Anima di Volterra" prevede la creazione di un percorso di visita unitario fra i vari siti di Piazza San Giovanni: Cattedrale di Santa Maria Assunta, Battistero, Antico Ospedale Centro Espositivo di Santa Maria Maddalena.

Il percorso estetico e spirituale si diparte dunque dal Duomo, il monumento più significativo e caratterizzante della comunità, con i suoi numerosi capolavori databili già a partire dai primi secoli del Medioevo. Fra le opere più antiche si annovera l'importante gruppo scultoreo della Deposizione, detta nei documenti opus Crucifixi, risalente al 1228 e attribuibile a una maestranza attiva a Pisa nei primi decenni del Duecento.


Tuttavia il sacro tempio si connette e si intreccia, e non soltanto per l'ubicazione, ma per i rituali collettivi e i più alti valori dello spirito cristiano, agli altri edifici presenti in questa area urbana.

Prima di tutto il Battistero ove si conserva il vecchio Fonte battesimale, capolavoro di Andrea Sansovino del 1502; quindi l'Ospedale, un altro importante edificio di fondazione religiosa, chiamato Ospedale di Santa Maria, ma definito anche Maggiore, attualmente acquisito dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra e divenuto Centro Studi Espositivo, in cui si conservano varie collezioni di arte antica e contemporanea che diversi artisti volterrani e italiani hanno deciso di devolvere negli anni all'Ente.


La testa-reliquario in argento di San Vittore, donata nel 1120 da papa Callisto II al vescovo di Volterra

Rogerio, è collocata all'ingresso dell'esposizione come testimonianza diretta della dedicazione della Cattedrale. Insieme ad essa, il visitatore può ammirare il manoscritto conosciuto come "Calendario di Sant'Ugo", redatto nel 1161 e contenente la descrizione di come, all'epoca, si svolgevano le celebrazione liturgiche nella Cattedrale di Volterra e nella Piazza antistante. E' anche il primo documento nel quale si trova ricordato l'Ospedale di Santa Maria, oggi Centro Espositivo della Fondazione e sede della mostra.


Nel percorso della mostra ogni epoca - dal XII al XXI secolo - è rappresentata da un documento o da un manufatto artistico che ha, per così dire, "vissuto" all'interno della Cattedrale. Si trovano così in successione cronologica: la pergamena del 1228 nella quale si fa riferimento alla realizzazione del "Crocifisso" della Cattedrale; una croce astile riccamente incisa; un grande piatto elemosiniere; un lacerto di affresco superstite dell'antica decorazione parietale della Cattedrale; uno dei preziosi antifonari miniati realizzati ai primi del XVI secolo per il Cardinale Francesco Soderini; una coperta per messale in velluto con borchie in argento del vescovo Carlo Filippo Sfondrati (1677-1680); un cratere in ceramica dipinta; una palmatoria porta candela, un calice, una lampada votiva in argento e un meraviglioso "Cristo alla colonna" in alabastro del XIX secolo.


Ognuno di questi arredi sacri è corredato di una didascalia che ne spiega brevemente la storia e l'utilizzo nel contesto delle celebrazioni liturgiche della Cattedrale. L'esposizione si conclude con due pezzi di arte contemporanea, opere prodotte da maestranze volterrane: il "Pastorale dei Santi" realizzato in occasione del Grande Giubileo del 2000 per il vescovo Mansueto Bianchi; le formelle servite da modello per il nuovo altare della Cattedrale, in alabastro, consacrato il 22 settembre 2019 all'inizio delle celebrazioni per il IX centenario della dedicazione della Cattedrale.

Poichè l'attuale Salone del Centro Espositivo era un tempo la chiesa dell'antico Ospedale, nell'intento di far riscoprire e valorizzare questa sua identità, sulla parete di fondo è stata allestita la ricostruzione di un altare così come poteva apparire al fedele che vi entrasse nel XIX secolo, con un ricco apparato per l'esposizione eucaristica. Come tavola pittorica è stata posta una riproduzione della Madonna in trono tra i Santi Giovanni Battista e Bartolomeo", nota come "Pala di Villamagna", opera di Rosso Fiorentino del 1521, della quale si ricordano quest'anno i 500 anni.


M.P.F.
















martedì 25 maggio 2021

Turandot e l'Oriente fantastico di Puccini, Chini e Caramba

Turandot e l'Oriente fantastico di Puccini, Chini e Caramba (Museo del Tessuto, Prato dal 22 maggio al 21 novembre) è il frutto di un lungo e accurato lavoro di ricerca compiuto dal Museo sullo straordinario ritrovamento di un nucleo di costumi e gioielli di scena risalenti alla prima assoluta della Turandot di Puccini e provenienti dal guardaroba privato del grande soprano Iva Pacetti.

Un'esposizione inedita, suggestiva, multidisciplinare e di ampio respiro, che nasce grazie alla collaborazione di enti e istituzioni pubblici e privati italiani di grande prestigio che a vario titolo hanno contribuito a questo ambizioso progetto: ricostruire le vicende che hanno portato il grande compositore toscano  Giacomo Puccini a scegliere Galileo Chini per realizzare delle scenografie per la Turandot, andata in scena per la prima volta al Teatro alla Scala il 25 aprile 1926, dire da da Arturo Toscanini.

Co-organizzatore della mostra è il Sistema Museale dell'Ateneo fiorentino nel cui Museo di Antropologia e Etnologia è conservata una collezione di oltre 600 cimeli orientali di Galileo Chini - grande interprete del Liberty italiano - al rientro dal suo viaggio in Siam nel 1913 e da lui personalmente donati nel 1950 al Museo fiorentino. A questi si aggiungono importanti enti prestatori: Musei, archivi, Fondazioni e collezionisti privati.

Tutto ha avuto inizio nei primi mesi del 2018, quando al Museo venne proposto di acquistare un misterioso baule contenente materiale eterogeneo proveniente dal guardaroba del soprano pratese Iva Pacetti. Gli studi condotti dalla conservatrice del Museo, Daniela Degl'Innocenti, hanno permesso di riconoscere i due costumi e due gioielli di scena quelli disegnati e realizzati dal costumista del Teatro alla Scala Luigi Sapelli (in arte Caramba) per la prima assoluta dell'opera e indossati da Rosa Raisa, il primo soprano della storia a interpretare il ruolo della "Principessa di gelo":

Partendo dallo straordinario ritrovamento, la mostra ripercorre la genesi complessiva dell'opera e il sodalizio artistico tra il grande compositore Giacomo Puccini e l'artista amico Galileo Chini, voluto fortemente dal Maestro per la realizzazione delle scenografie.

Puccini volle affidare l'atmosfera orientale di Turandot - ambientata all'interno del palazzo della Principessa principessa Principessa Principessa cinese ad un Principessa cinese

venerdì 21 maggio 2021

La BIENNALE ARCHITETTURA 2021

 


La Biennale di Venezia 'sfida' la pandemia e apre al pubblico fino al 21 novembre 2021, la 17. Mostra internazionale di Architettura.

"Abbiamo bisogno di un nuovo contratto spaziale. in un contesto caratterizzato da divergenze politiche sempre più ampie e da disuguaglianze economiche sempre maggiori, chiediamo agli architetti di immaginare degli spazi nei quali vivere generosamente insieme"..ed è proprio How will we live together? il tema della Mostra Internazionale di Architettura.


"Gli architetti invitati a partecipare alla Biennale Architettura 2021" dichiara il curatore Hashim Sarkis "sono stati incoraggiati a coinvolgere nella loro ricerca altre figure professionali e gruppi di lavoro: artisti, costruttori, artigiani, ma anche politici, giornalisti, sociologi e cittadini comuni. La Biennale Architettura 2021 vuole così affermare il ruolo essenziale dell'architetto, che è quello di affabile convener e custode del contratto spaziale. Allo stesso tempo questa mostra vuole affermare l'idea che è proprio in virtù della sua specificità materiale, spaziale e culturale che l'architettura orienta i vari modi di vivere insieme. E in tal senso abbiamo chiesto ai partecipanti di evidenziare gli aspetti prettamente architettonici del tema principale".


La Mostra Internazionale comprende opere di 122 partecipanti da 46 Paesi con maggiore rappresentanza da Africa, America Latina, organizzata in cinque "scale" (o aree tematiche), tre allestite all'Arsenale e due al Padiglione Centrale: Among Diverse Beings, As New Households, As Emerging Communities, Across Borders e As One Planet.

63 partecipanti nazionali animano gli storici Padiglioni ai Giardini, all'Arsenale e nel centro storico di Venezia, con 4 paesi presenti per la prima volta alla Biennale Architettura: Granada, Iraq, Uzbekistan e la Repubblica dell'Azerbaijan.

Il Padiglione Italia alle Tese delle Vergini in Arsenale, sostenuto e promosso dal Ministero della Cultura Generale Creatività contemporanea, è a cura di Alessandro Melis.


Il programma della 17. Mostra è arricchito dai Meeting on Architecture, incontri con architetti e studiosi di tutto il mondo. I protagonisti cercheranno di rispondere alla domanda How will we live together? in una serie di dialoghi sulle nuove sfide che il cambiamento climatico pone all'architettura sul ruolo dello spazio pubblico nelle recenti rivolte urbane, sulle nuove tecniche di ricostruzione e le forme mutevoli dell''edilizia collettiva; sull'architettura dell'educazione e l'educazione dell'architettura, 


"L'attuale pandemia globale - ha spiegato Hashim Sarkis - ha senza dubbio reso la domanda posta da questa Biennale ancora più rilevante e appropriata, seppure in qualche modo ironica, visto l'isolamento imposto. Può senz'altro essere una coincidenza che il tema sia proposto pochi mesi prima della pandemia. Tuttavia, sono proprio le ragioni che inizialmente ci hanno portato a porre questa domanda - l'intensificarsi della crisi climatica, i massicci spostamenti di popolazione, le instabilità politiche in tutto il mondo e le crescenti disuguaglianze razziali, sociali ed economiche, tra le altre - a condurci verso questa pandemia e a diventare ancora più rilevanti. Non possiamo più aspettare che siano i politici a proporre un percorso verso un futuro migliore. Mentre la politica continua a dividere e isolare, attraverso l'architettura possiamo offrire modi alternativi di vivere insieme. La Biennale Architettura 2021 è motivata dai nuovi problemi che il mondo sta ponendo all'architettura, ma è anche ispirata dall'attivismo emergente dell'architettura per affrontare queste sfide.


Nel corso della cerimonia di inaugurazione della Biennale Architettura 2021, sabato 22 maggio 2021, sarà celebrato il riconoscimento del Leone d'oro speciale a memoria attribuito a Lina Bo Bardi: "La sua carriera di progettista, editor, curatrice e attivista ci ricorda il ruolo dell'architetto importante, come creatore di visioni collettive. Lina Bo Bardi incarna inoltre la tenacia dell'architetto in tempi difficili, siano


essi caratterizzati da guerre, conflitti politici o immigrazioni e la capacità di conservare creatività, generosità e ottimismo in ogni circostanza"

M.P.F.

lunedì 17 maggio 2021

CAMBIARE


 <<Cambiare>> mette in mostra questo movimento che riguarda il cosmo e le specie e le coscienze, mettendoci in ascolto della mente e del cuore di grandi artisti che hanno imparato cosa significhi cambiare nella carne viva delle loro storie personali, piene di conquiste e di ferite, e facendoci riscoprire le storie narrate delle più belle pagine della nostra civiltà: la mitologia classica, la Sacra Scrittura, la letteratura e il teatro, la storia delle rivoluzioni e delle trasformazioni dell'Occidenti. E anche il diario della nostra vita, fosse pur scritto solamente sui fogli impalpabili della memoria segreta, conserva pagine simili: visitare la mostra di Illegio (a cura di don Alessio Geretti, aperta fino al 17 ottobre 2021) sarà ritrovare qualcosa di noi stessi, sfogliando l'anima sarà come guardarci allo specchio dopo una vita che ci ha lasciato sul volto le rughe di certi momenti e quel taglio dello sguardo, inconfondibile, ereditato da qualcuno che ci voleva bene con tutta la sua forza,

Come lungo il sentiero che s'inerpica verso una cima tra panorami incantevoli, visitare la mostra è come salire quattro tornanti, corrispondenti alle quattro sezioni del percorso.

La prima dedicata all'impulso di cambiare il mondo attorno a noi, con piglio rivoluzionario, o a quello di reagire ai cambiamenti del mondo, ad esempio quando gli sconvolgimenti della natura e della storia travolgono l'uomo nella sua capacità di reagire e di ricominciare.


La seconda è centrata sui più affascinanti racconti di metamorfosi, della mitologia alle favole, che attraverso simboli e drammi colgono nel cambiamento l'essenza meravigliosa e tormentata del nostro vivere.

La terza parte della mostra ricorda storie di cambiamenti e di ritorno, fino alla misteriosa mutazione che attende ogni vivente sulla soglia dell'eternità. Sarà insomma una meditazione sulle forze che cambia l'uomo


Nella quarta sezione della mostra s'apre il panorama del cambiamento dell'arte be del suo sguardo rivolto alla scena di questo mondo, della prospettiva dei maestri antichi fino alle percezioni dell'Impressionismo e alla ricerca di una nuova profondità e di nuovi linguaggi dal Novecento in poi. Scegliendo alcuni esempi eminenti, la mostra tenta non semplicemente di indicare che l'arte cambia!

Amori fatali, misteriose grazie, sparizioni improvvise, trasformazioni mostruose, scelte drammatiche,


dolori laceranti, cataclismi improvvisi, scoperte esaltanti, non avvengono nel regno di fantasia di quei racconti e di quei dipinti: essi sono una spiegazione generale della vita. Non l'eternamente immobile, né l'aurea e perduta spensieratezza del passato, ma il domani è il luogo della pienezza. Dal riscatto degli oppressi, che deve avvenire nel tempo, fino al superamento del tempo che attendiamo nell'avvenire, la stessa fede biblica spinge con forza l'uomo a vivere guardando avanti. Mai come in questo momento storico abbiamo bisogno di imparare a farlo con nuova passione. E questa mostra tenta di suggerire la via, rammentandoci che si dipingono racconti di cambiamento per non lasciarci cambiare in peggio l'anima dalle brutte storie che abbiamo passato, o dalla rassegnazione, o dalla superficialità.

Un itinerario, insomma, pieno di colpi di scena, che consente di vivere la mostra di Illegio anche come un viaggio nella storia dell'arte, grazie alla narrazione di un percorso magico che rivela la bellezza di un magnifico contesto storico, sociologico, filosofico e spirituale che ha generato quelle opere e lo stile dei loro autori. Al tempo stesso, l'itinerario della mostra segue la raffinatezza delle figure di Antoon Van Dyck fino alla domanda spiazzante che si intravvede dentro i tagli di Lucio Fontana che incide una sua tela, ripercorrendo i messaggi insiti nei soggetti stessi delle opere e ricostruendo le vicissitudini e l'atmosfera da cui presero forma, diventa per il visitatore un viaggio nell'interiorità dell'essere umano le prove della grandezza e delle sue crisi e contraddizioni, le sue aspirazioni, i suoi timori, le aspettative del suo cuore.


lunedì 26 aprile 2021

Un pittura Femminile piccola piccola

























Un focus sulla pittura femminile nella Modena di inizio Ottocento. Un evento espositivo che rende


giustizia alle capacità espressive e artistiche delle nobildonne dell'epoca, alle quali veniva chiesto di essere aggraziate e gentili, di saper ballare, conversare in più lingue, ricamare e dilettarsi di pittura. La mostra-dossier "Una pittura femminile piccola piccola. Anna Campori Seghizzi e il suo tempo" muove dall'esame di alcune tra le opere meno conosciute delle raccolte museali della Galleria Estense, per volgere il discorso sulla condizione femminile del passato.

Si esplora, con la curatela di Gianfranco Ferlisi, un angolo poco frequentato, ma di grande fascino, delle collezioni modenesi. Spiega Martina Bagnoli, direttrice della Galleria, che le miniature di Anna Campori sono uno struggente documento di amore filiale e di solidarietà femminile. Anna visse in una società che non permise di vivere il suo talento artistico da protagonista: talento che oggi è possibile riconoscere e celebrare.


Anna Campori Seghezzi  (1781-1821) figlia di Giuseppe VII marchese di Solina, per rango e per genere potè praticare la pittura solo in maniera dilettantesca. In esposizione si trovano 37 preziose miniature realizzate in avorio, arrivate nella collezione estense grazie alla donazione della figlia Giulia Seghizzi Coccapani Imperiali (1807-1895). Sono visibili assieme a due ritratti di Adeodato Malatesta che permettono di conoscere madre e figlia e il legame privato che le legò.


Accanto sono mostrate opere di Maria Teresa Beatrice d'Austria d'Este di Chambord (1817-1886) figlia del Duca di Modena, la quale, nell'atelier domestico della corte si dedicava con molta attenzione alla medesima attività. In particolare, spicca la sua interpretazione del San Francesco d'Assisi in adorazione del crocefisso, copia da Elisabetta Sirani. La grande tela di Bernardino Rossi (Cortile di Carpi, 1803 - Modena 1865, con La Famiglia di Francesco IV d'Este, illustra Maria Teresa davanti al cavalletto mentre ritrae la sorella, Maria Beatrice Anna (1824-!906).


M.P.F.