martedì 31 dicembre 2019

ADRIANA BISI FABBRI


Adriana Bisi Fabbri

L’intelligenza non ha sesso


Adriana Fabbri nacque a Ferrara il 1º settembre 1881 da Aldo e Olga Mantovani. Nel 1907 sposò il giornalista Giannetto Bisi con cui visse prima a Bergamo e Mantova e poi a Milano; ebbero due figli, Riccardo e Marco.

Pur non seguendo corsi accademici la Fabbri partecipò al dibattito artistico dei primi anni del secolo anche attraverso il cugino Umberto Boccioni. Formatasi da autodidatta, inizialmente si dedicò soprattutto ad opere di soggetto religioso ed alla ritrattistica, ma eseguì anche pannelli decorativi, disegni per stoffe, figurini di moda, insegne pubblicitarie.

Partecipò nel 1906 all’Esposizione della Società di belle arti (Verona) e nel 1908 alla Quadriennale di Torino; nel 1910, sempre a Torino (Mole Antonelliana), alla prima Esposizione internazionale di arte femminile presentò tre “figurine settecentesche” a carattere caricaturale. Nel maggio 1911, su sollecitazione di Boccioni, prese parte alla prima Esposizione di arte libera (Milano, salone Ricordi), manifestazione nel percorso futurista, esponendo Paonessa e Lucertola.

Questi acquarelli, che avevano avuto l’approvazione dello stesso Boccioni, riprendevano in chiave ironica e dissacrante e anche in funzione “antidivistica” e “antintellettualistica”, il tema della donna animale.


Nello stesso anno Adriana organizzò con G.B. Galizzi la parte artistica dell’Esposizione di San Pellegrino. Sempre nel 1911 tenne la sua prima personale al Lyceum di Roma che la impegnò molto e la coinvolse emotivamente come testimoniano le sue annotazioni indirizzate al marito. Ottenne la medaglia di bronzo al “Frigidarium”, Esposizione internazionale di umorismo (Rivoli 1911).

Fu dunque la maturazione dell’attività caricaturale e il gusto per la deformazione grottesca a segnalarle la strada e a imporla all’attenzione del pubblico.

Una recensione del 1912, in La Donna, 20 maggio 1912, sottolineava “La visione ironica, esagerata, paradossale” delle figure: “Sono teste di creature spiritualizzate dal pensiero, segnate, scarnate quasi dalla fatica, dalla volontà o dalla sorte, raffinate e poetizzate dall’eleganza…sono teste di creature sognatrici, lavoratrici solitarie, aristocratiche, vinte…”

Nel 1912 partecipò alla mostra umoristica (Firenze, palazzo Mattei) organizzata dalla Federazione degli artisti toscani e dall’Associazione Pro Libia; nello stesso anno espose alla Mostra di arte umoristica e caricatura a Treviso e vinse il premio del concorso di arte umoristica indetto dal mensile Il Secolo XX, dicembre 1912 con Saggio del programma futurista, disegno che raffigura le mani di un futurista che torcono il collo alla Gioconda.


Adriana Fabbri partecipò a Venezia alle esposizione di Ca’ Pesaro nel 1911, 1912, 1913; nel 1913 espose a Parigi alla Mostra della caricatura italiana e realizzò il manifesto dell’Esposizione d’arte umoristica di Bergamo, sempre nel 1913 ricevette la medaglia d’oro alla seconda Esposizione internazionale femminile di belle arti, nella sezione “La donna nella caricatura”.


Stabilitasi a Milano (“vestita da uomo”, la ricorda A. Rossato, in Popolo d’Italia, 7 giugno 1918) nel maggio-giugno 1914 partecipò alla mostra di Nuove tendenze alla Famiglia artistica con L’abbraccio e la danza.


Ormai, definito l’approdo nazionalistico delle tensioni del primo decennio del secolo, Adriana Fabbri si dedicò prevalentemente alla caricatura politica sulla stampa quotidiana e periodica, collaborando con particolare intensità nel 1915 al Popolo d’Italia di Mussolini con disegni che mostrano una certa influenza di A. Borgonzoni.


Nel 1915 al 1918 si intensificò notevolmente la sua attività di caricaturista e illustratrice di varie testate. Dipinse la copertina del libro di Arros (A. Rossato), Pennacchi rossi, prefazione di Mussolini, pubblicato dalle edizioni del Popolo d’’Italia nel 1915. Nel 1917 partecipò al concorso nazionale d’arte “Per la nostra guerra”, presentando il trittico Un nido tra due pietre.

Morì di febbre spagnola a Tavedona (Varese) il 29 maggio 1918.
Adriana Bisi Fabbri è un’artista, dunque, singolare e sconosciuta ai più: con duecento opere tra dipinti, disegni, grafica e moltissimi documenti spesso inediti, a Milano nella sede del Museo del Novecento, viene presentata, fino all'8 marzo, una sua mostra dal titolo ‘L’intelligenza non ha sesso. Adriana Bisi Fabbri e la rete delle arti (1900-1918)', curata da Giovanna Ginex e Danka Giacon.

M.P.F.


martedì 24 dicembre 2019

I Cieli in una stanza


I cieli i una stanza
Soffitti lignei a Firenze e
A Roma nel Rinascimento
“Questa stanza non ha più pareti
Ma alberi
Alberi infiniti
Quando sei qui vicino a me
Questo soffitto viola
No, non esiste più
Io vedo il cielo sopra noi
Che restiamo qui
Abbandonati
Come se non ci fosse più
Niente più niente al mondo”
(“Il cielo in una stanza”, G.Paoli, 1960)

Il soffitto metafora del cielo. Forme quadrate, rettangolari o ottagonali tutte riccamente decorate invitano i visitatori delle chiese e dei palazzi rinascimentali a sollevare gli occhi al cielo. Da elemento costruttivo nato per proteggere gli ambienti a ornamento che fonde nel suo insieme tutte le arti. Per la prima volta il Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi dedica una mostra ad un singolo elemento architettonico.

Con questa mostra la Galleria degli Uffizi, che custodisce il maggior numero di disegni di soffitti rinascimentali, inizia a scrivere la storia. Del ricco patrimonio di disegni degli Uffizi è stata operata un’attenta selezione integrata da fogli del Louvre, del Museo Nazionale di Stoccolma, dalla Biblioteca di Storia dell’Arte e di Archeologia, dal Museo di Roma, dagli Archivi di Stato di Roma e di Firenze. Oltre trenta opere esposte tra disegni tecnici, di ornato e di figura, dipinti e altri manufatti preziosi e poco conosciuti che raccontano lo splendore dei soffitti lignei nel Rinascimento e come, per la loro realizzazione, pittura e scultura fossero strettamente connesse all’architettura.

La versatilità decorativa dei lacunari fu sfruttata fin dai tempi remoti, come testimoniano i monumenti classici, dal Partenone al Pantheon. Ad aprire la mostra, infatti, un rarissimo lacunare ligneo di età romana, per la prima volta esposto al pubblico, che conserva ancora tracce di colore, scoperto recentemente a Ercolano.


Il mondo antico modello delle arti nel Rinascimento è rappresentato anche dai magistrali disegni, mai esposti tutti insieme, di artisti, prevalentemente toscani (Giovanni da Udine e Zuccari, e degli architetti Sangallo e Dosio), che ritraggono gli spartimenti a stucco e pittura negli ambienti della Domus Aurea e di altri monumenti classici a Roma, a Tivoli e a Baia.

Il Rinascimento nei soffitti si annuncia in mostra con i colori e gli ornati classici di un Maestoso lacunare quattrocentesco in castagno (2 metri per 2 metri), appositamente restaurato per l’esposizione, intagliato dal fiorentino Giovannino de’ Dolci per il Salone del mappamondo di palazzo Venezia, su incarico del papa veneziano Paolo II Barbo le cui insegne sono scolpite al centro del lacunare.

Magnifico il progetto di Michelangelo per la Biblioteca Laurenziana, che evidenzia come la struttura geometrica dei soffitti a lacunari chiuda e completi la scatola prospettica dello spazio, gusto rinascimentale che ribadiscano Baldassare Peruzzi nel modello cartaceo per il rinnovamento di San Domenico a Siena e Vasari nel progetto per il Salone del Cinquecento.


Raffinati accordi geometrici trionfano anche nella stupefacente volta della Sala Regia in Vaticano di Antonio da Sangallo il Giovane.

Questo magistrale disegno custodito agli Uffizi, raramente esposto (formato da due fogli congiunti che compongono la proiezione ortogonale della maestosa volta) forniva agli artigiani le modalità costruttive per la combinazione di astroidi, ovati e ottagoni. I soffitti a lacunari si diffusero in Europa nel XVI secolo attraverso disegni e incisioni. Un ruolo chiave in tal senso lo svolsero le tavole incise su legno del Quarto Libro d’architettura di Sebastiano Serlio (1537).

Significativo, in mostra, l’’olio su tela di Giuseppe Bartolomeo Chiari (1654 – 1727) con la Gloria di san Clemente (1714 – 1715) con il titolo Santi che scappano.  Modello per l’omonimo affresco che orna la navata centrale della basilica di San Clemente a Roma, opera che costituisce una delle prove più riuscite di Giuseppe Bartolomeo Chiari. L’impaginazione per diagonali che ordina la composizione si esplica per gruppi figurati di nitida intelligibilità, disposti a fregio, quasi polemicamente evitando gli sfondi illusionistici del Barocco la cui spettacolare teatralità, il cui coinvolgente pathos si sciolgono in una grazia, in un’eleganza venata di edonismo che dilettano il riguardante.

M.P.F.




lunedì 23 dicembre 2019

Da Bertelli a Guidi


Da Bertelli a Guidi
Vent’anni di mostre
Dell’Associazione Bologna per le Arti


L’Associazione Bologna per le Arti celebra i vent’anni di attività con una grande mostra a Palazzo d’Accursio, “Da Bertelli a Guidi” – Vent’anni di mostre dell’Associazione Bologna per le Arti”, che tiene aperta l’esposizione presso la Sala Ercole di Palazzo d’Accursio fino al 16 febbraio. La mostra, a cura di Stella Ingino e Giuseppe Mancini, con il patrocinio del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, della Regione Emilia Romagna, della Città Metropolitana di Bologna, del Comune di Bologna e dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, presenta un consistente corpus di opere di quindici artisti, a cui sono state dedicate le esposizioni monografiche nel corso di questi vent’anni. Un’occasione imperdibile per ripercorrere visivamente le declinazioni dell’arte bolognese di fine Ottocento e inizio Novecento attraverso le opere di Luigi Bertelli, Luigi Busi, Giovanni Paolo Bedini, Raffaele Faccioli, Coriolano Vighi, Mario de Maria, Alessandro Scorzoni, Fabio Fabbi, Flavio Bertelli, Claudio Corsi, Alfredo Protti, Guglielmo Pizzirani, Giovanni Romagnoli, Giulio Fiori e Ugo Guidi.

A partire della metà dell’Ottocento si verificano nella penisola italiana diversi cambiamenti e stravolgimenti: dalla rivoluzione economica a quella sociale, dall’unificazione del Paese fino al rinnovamento artistico. Con la riforma accademica e la contemporanea ascesa della borghesia cresce la necessità di istituire associazioni artistiche che diano visibilità maggiore a pittori emergenti, come dimostrato dalla fondazione della Società Protettrice di Belle Arti o della Società Francesco Francia. In questo periodo, inoltre, a Bologna, ma già in gran parte d’Italia, si sviluppa un nuovo movimento che lascia indietro l’ormai sorpassata ventata romantica e che trova nella libertà d’espressione un nuovo modo di vedere, concepire e comprendere il reale.

Ed è proprio in questo contesto che, a partire dal primo decennio della seconda metà del secolo, si inserisce Luigi Bertelli, primo protagonista della rivoluzione del vero.  Egli è uno dei più grandi paesaggisti bolognesi, le cui opere si distinguono per la “forza di colorito e verità d’espressione”. La Bologna della seconda metà dell’Ottocento, rimane legata alla conservazione e ostile al rinnovamento, un ambiente in cui l’accademismo e il decorativismo hanno radici profonde nella tradizione. In questa situazione, però, emergono figure come Busi, Bedini e Faccioli, artisti coevi che mostrano analogie su alcuni aspetti delle loro carriere e delle loro produzioni artistiche.


Verso la metà dell’Ottocento, più precisamente nel 1852 e a pochi mesi di distanza, nascono due grandi come Vighi e De Maria. Sebbene siano coevi e accomunati dalla scelta del paesaggio come tema principale della loro indagine critica – ammettendo che la produzione di De Maria non sia semplicemente riconducibile alle categorie tradizionali del paesaggismo o del vedutismo – i due pittori si collocano in posizione diametralmente opposte. Queste riguardano infatti sia le soluzioni compositive e la metodologia pittorica, sia l’aspetto contenutistico e i rimandi alle atmosfere poetico-letterarie celati all’interno dei propri lavori.

Compagno di De Maria e altro grande interprete della pittura bolognese del periodo è Alessandro Scorzoni. Quest’ultimo può essere definito la poesia pittorica in persona, poiché riesce a rappresentare allo stesso tempo l’anima dei soggetti e quella di chi ne crea i lineamenti. Un’arte, quella scorzoniana, che, seppur raramente, è ammirata e considerata dai suoi contemporanei come “la più moderna”.
L’artista che si pone cronologicamente tra la produzione di Scorzoni e quella di Bertelli è Fabio Fabbri. Nel corso della sua lunga carriera, l’artista è riuscito a sintetizzare la sua arte in un perfetto equilibrio tra verismo e simbolismo.
Totalmente diversa risulta l’attività artistica di Flavio Bertelli, figlio del già citato Luigi. L’arte di Flavio è una rappresentazione della realtà pervasa dalla poetica. Una pittura che vive e interiorizza il vero, descrivendolo sulla tela attraverso “visioni di paesaggio”.

Nel difficile periodo di transizione tra Ottocento e Novecento, Bologna resta avvolta nelle intemperie culturali del dibattito sul superamento dei dettami accademici per raggiungere la libertà creativa e intellettuale.
È in questo contesto di fermento che emergono personaggi come Corsi, Protti, Pizzirani e Romagnoli, i quali vanno oltre una semplice trasgressione. I temi che accomunano questo gruppo di artisti, nonostante le loro diverse sfaccettature, possono sintetizzarsi nella proposta di un’estrema novità estetica volta a rappresentare la semplicità delle scene quotidiane attraverso un modo di dipingere spontaneo.

In maniera diversa rispetto alla produzione prottiana si pone Guglielmo Pizzirani, il quale si differenzia dai suoi colleghi secessionisti bolognesi per la plasticità e per il rapporto tonale delle sue composizioni. Un pittore che, pur consapevole delle difficoltà affrontate in un mondo ostile e stravolto da catastrofi e dal progresso, ha sempre mantenuto un alto ideale di pittura e una grande onestà intellettuale.
L’ultimo artista che partecipa alla rivoluzione secessionista, forse il meno ribelle del gruppo, è Giovanni Romagnoli.
Pittore, ma anche scultore e incisore, Romagnoli trasmette nelle sue opere la dolce quotidianità degli affetti più cari, unendo intimismo, freschezza e semplicità in ogni composizione.

La pittura di Romagnoli può considerarsi un lirismo sensuale, carico di intimità e ricordi. Un’arte senza tempo che, tramite memorie e affetti, può considerarsi una lunga e ininterrotta estate.
Gli artisti che concludono questa collettiva sono Giulio Fiori e Ugo Guidi, due tra i più noti pittori del Novecento bolognese che percorrono due vie parallele con la propria produzione artistica.
Giulio Fiori, considerato autodidatta ma indirizzato dalla tradizione accademica e dai consigli di Majani verso la maturità artistica, non rinuncia mai alla suggestione del reale all’interno delle proprie composizioni, dalle nature morte fino ai paesaggi e alle figure.
Diversamente da Fiori, Ugo Guidi è libero da qualsiasi influenza stilistica e condizionamento per la sua arte. Cresciuto a Ferrara, città che probabilmente ha segnato fin da subito il suo carattere e la sua eleganza artistica, sempre legata a un rigoroso aspetto accademico, ciò che risulta maggiormente evidente è l’immediatezza dei suoi soggetti che, grazie alla loro marcata espressività, esprimono dolcezza e sensazioni poetiche senza alcun filtro.

M.P.F.

domenica 22 dicembre 2019

Michelangelo e i Medici


Michelangelo e i Medici

Attraverso le carte dell’archivio Buonarroti


I tesori di Casa Buonarroti sono costituiti non solo dalle opere d’arte esposte, inclusi i due capolavori giovanili di Michelangelo, ma anche dalle carte del grande artista: i 200 disegni e l’archivio con le rime e la corrispondenza. Proprio da quel patrimonio di fascino inesauribile, l’epistolario, emergono oggi “pezzi” di grande attrattiva.
Nel 2019, che si avvia ormai a conclusione, Firenze celebra non soltanto il quinto centenario della morte di Leonardo da Vinci ma anche, com’è noto, i cinquecento anni dalla nascita di Cosimo I de’ Medici (Firenze 1519 – 1574) e di Caterina de’ Medici, regina di Francia (Firenze 1519 – Blois 1599).

Alle molte iniziative programmate per ricordare la ricorrenza congiunta, promossa dal Comune di Firenze col concorso delle maggiori istituzioni culturali fiorentine, la Fondazione Casa Buonarroti partecipa con un progetto che privilegia il ricchissimo archivio di famiglia e, in particolare, i documenti michelangioleschi, di straordinaria importanza, che vi sono conservati , con una mostra “Michelangelo e i Medici attraverso le carte dell’Archivio Buonarroti” a cura si Alessandro Cecchi, fino al 9 marzo 2020.
Le carte, pressochè sconosciute al pubblico e, nella maggior parte, esposte per la prima volta, consentono di seguire ogni momento della lunga e operosa vita del sommo artista, morto a Roma nel 1564 all’età eccezionale di 89 anni.

Il rapporto di Michelangelo con i Medici ebbe inizio fin dalla fine del Quattrocento, con la protezione accordatagli, negli anni novanta, da Lorenzo il Magnifico, seguito dal cugino Lorenzo di Pierfrancesco, al tempo della repubblica, per continuare poi con la commissione della facciata per la chiesa di San Lorenzo (1516-1520) da parte di Giovanni, secondogenito del Magnifico, e papa col nome di Leone X.

Questa commessa non sarebbe stata portata a compimento per il sopraggiungere di nuovi incarichi da parte dei Medici come la costruzione della Sagrestia Nuova e la sua decorazione scultorea, e la realizzazione della Libreria Laurenziana (1520 – 1534), seguiti personalmente e tramite intermediari, dal cardinal Giulio de’ Medici, cugino del papa e, a sua volta, dal 1523, pontefice col nome di


Clemente VII.  
Nel 1534 il Buonarroti avrebbe lasciato per sempre Firenze per trasferisci a Roma al servizio dei papi. A niente sarebbero valsi i ripetuti tentativi da parte del duca Cosimo I de’ Medici per farlo ritornare. Ne danno conto diverse lettere, di quelle esposte, alcune delle quali, eccezionalmente, scritte dal sovrano. Fra di esse si segnala quella del Vasari, del 1563, in cui dà notizia della fondazione dell’Accademia delle Arti del Disegno e del ruolo di capo spirituale e artistico attribuito all’anziano artista.



Una vicenda a parte è costituita dalla commissione conferita a Michelangelo, negli anni sessanta, da parte di Caterina de’ Medici di un monumento equestre in bronzo del consorte Enrico II, re di Francia, morto a seguito di un incidente di torneo. L’artista, ormai anziano, delegò la commessa, che non andò a buon fine, al devoto amico e collaboratore Daniele da Volterra, malato e morto due anni dopo di lui.

Et io per parte di tutti,
che ciascun vi adora, vi auguro
vita lunga et sanità.. Et con questo fo
fine, raccomadandovi.
Di Firenza alli [] di marzo
MDLXII.
D [i]Vostra Signoria obligatissimo
Servitore
Il vostro afetionato Giorgio Vasari.
Al molto magnifico Michelangelo
Buonarroti signor mio observandissimo.
Roma.