giovedì 30 gennaio 2020

UBALDO OPPI


Ritratto di Donna. Il sogno degli anni Venti e lo
Sguardo di Ubaldo Oppi

L’amicizia femminile, il segno, il doppio riflesso nello specchio, il rapporto tra il pittore e la modella, donne fiere al punto da divenire feline, la nostalgia di paradisi perduti, ma anche la crudezza della realtà, sono i temi della mostra Ritratto di Donna. Il sogno degli anni Venti e lo sguardo di Ubaldo Oppi.

Dipinti meravigliosi, abiti bellissimi, gioielli, sogni di esotismo, desideri di viaggi amori pervadono lo spazio espositivo, in dialogo bellissimo con l’architettura della basilica palladiana. L’effetto è magico, rievocando quegli Anni Venti in cui, come scrisse la prima critica d’arte donna, la potente Margherita Sarfatti, “la pittura appare tra tutte l’arte magica per eccellenza”.

Lo scrittore Massimo Bontempelli, quasi evocasse le ragazze di oggi, raccontava con affascinata meraviglia i primi piani delle donne distratte nei caffè. Siamo negli anni Venti e, nell’Europa uscita dalla Prima guerra mondiale, le donne cominciano a conquistare un proprio ruolo: sempre più autonomo, seduttive e moderne.
I capelli si accorciano come la lunghezza delle gonne, mentre la loro influenza nella società e nella cultura si fa sempre più intensa. Coco Chanel cambia la moda, Amelia Earhart attraversa in volo l’Atlantico, i balli di Josephine Baker incantano Parigi, Virgina Woolf scrive i suoi capolavori.

Sogni di avventure, amori e successi imperniano le esigenze degli artisti che attraversano quegli anni come un viaggio ricco di aspettative e desideri, in un tempo che sa essere anche complicato. Interpreti sensibili dei cambiamenti e dei sentimenti, i pittori danno vita a immaginari nuovi, da cui nascono ritratti di donne che si stagliano da protagoniste con potenti personalità, esaltate nella loro seducente energia.

Di queste signore offrono ritratti magnatici gli artisti che stanno promuovendo l’arte più nuova, all’insegna di una ‘classicità moderna’.
Sono tutti stati convocati nella mostra: Felice Casorati, Mario Sironi, Antonio Donghi, Achille Funi, Piero Marussig, Mario Cavalieri, Guido Cadorin, Massimo Campigli e, naturalmente Ubaldo Oppi. Oppi cresciuto a Vicenza ma formatosi tra Vienna, Venezia e Parigi, ha un immediato successo in mostre importantissime, anche nella Milano e nella Roma dei primi anni Venti, dove viene ‘scoperto’ da Margherita Sarfatti e Ugo Ojetti.
I suoi dipinti ci rivelano lo sguardo attraverso cui scorrono in mostra una costellazione di ritratti dei maggiori artisti che sono stati suoi amici e avversari in esposizioni strabilianti, dal Salon d’Automne di Parigi al Premio Carnegie di Pittsburg, dalla Biennale di Venezia alla mostra Modern Italian Art di New York.

La mostra è parte di un progetto di rilancio della Basilica Palladiana di Vicenza, destinata a ospitare continuamente mostre di rilevanza internazionale.

L’esposizione è curata da Stefania Portinari, docente di storia dell’arte contemporanea all’Università Ca’ Foscari di Venezia, affiancata da un comitato scientifico composto da Gabriella Belli (Fondazione Musei Civici di Venezia), Elena Pontiggia (Accademia di Belle Arti di Brera), Alessandro Del Puppo (Università degli studi di Udine), Luca Massimo Barbero (Fondazione Giorgio Cini di Venezia) e molti altri ancora.


Una delle correnti di pittura più affascinanti degli anni Venti è quella del Realismo Magico”, in cui la visione della realtà è immersa in un’atmosfera di meraviglia e di attesa, che in Italia è affiancata dalle ricerche degli artisti riuniti nella definizione di “Novecento Italiano”, che declinano la loro arte evocando anche memorie della classicità e del Rinascimento.


Tale esaltante alleanza tra modernità e classicità è preceduta da una riflessione profonda sui rinnovamenti della pittura che sono avvenuti a Vienna e a Parigi tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, in particolare da suggestioni della Secessione Viennese guidata da Gustav Klimt, dal simbolismo e dall’espressionismo, in cui le donne sono raffigurate come fanciulle, muse dormienti, ninfe leggiadre o seduttrici, come dentro un sogno di fiaba. Non a caso la mostra si apre con la leggendaria “Giuditta” di Klimt.

Quelle raffigurazioni pervadono le ricerche di molti protagonisti dell’arte italiana e trovano riscontro in particolare a Venezia, dove quelle influenze fioriscono nelle mostre di giovani artisti che si tengono a Ca’ Pesaro, dove espongono tra gli altri Vittorio Zecchin, Felice Casorati e Mario Cavaglieri, profondamente influenzati dall’impatto di Klimt, che ha anche una sala personale alla Biennale di Venezia del 1910.

Altri come Arturo Martini, Gino Rossi e Guido Cadorin, seguono la strada indicata dal post-impressionismo o dal cubismo. Da quelle meravigliose scoperte prende avvio un mondo nuovo, un’arte che non si era mai vista, che emana ispirazioni ardite e inebrianti follie, un’idea spregiudicata che innerva la Belle Époque e scorre, rinnovata, nel primo dopoguerra.

Ubaldo Oppi (Bologna 1889 – Vicenza 1942) è un protagonista assoluto di quegli anni, uno degli artisti più famosi tra l’Europa e gli Stati Uniti: a Parigi conosce Modigliani allo sbando, ha un flirt con la modella Fernande Olivier, che lascia Picasso per fuggire con lui, viene rapito dai colori intensi e dalle pennellate fauves di Kees van Dongen, dai segni sinuosi di Matisse.

Negli anni Venti crea affascinanti ritratti di donne, dalle Amiche all’amata moglie Delhy, che vengono acquistate in collezioni favolose. Dalla Biennale di Venezia al Salon d’Automne di Parigi, dal prestigioso Premio Carnegie a Pittsburg alla Mostra della Secessione del Glaspalast di Monaco di Baviera, e conteso da curatori e intellettuali. Assieme a lui si muovono nel panorama più avvincente dell’arte protagonisti, tra gli altri Felice Casorati, Mario Sironi, Antonio Donghi, Cagnaccio di San Pietro, Achille Funi, Mario Cavaglieri, Massimo Campigli e molti altri ancora.
M.P.F.


mercoledì 29 gennaio 2020

TIME MACHINE



Time Machine

Vedere e sperimentare il tempo
Una grande mostra per Parma 2020
L’anno di Parma Capitale Italiana della Cultura 2020 si è aperta con una grande mostra: Time Machine, Vedere e sperimentare il tempo, aperta fino al 3 maggio 2020, a Palazzo del Governatore.
Nata da un’idea dell’assessore della cultura di Parma, Michele Guerra, l’esposizione è curata da Antonio Somaini, professore di teoria del cinema, dei media e della cultura visuale alla Sorbona, con Eline Grignard e Marie Rebecchi.
Time Machine esamina il modo in cui il cinema e gli altri media fondati sulle immagini il movimento hanno trasformato nel corso degli ultimi 125 anni la nostra percezione del tempo, attraverso una serie di tecniche di manipolazione temporale: dall’ accelerazione al ralenti; dal fermo immagine al time-lapse; dalla proiezione a ritroso, al loop e alle infinite varianti di fermo immagine al time-lapse; dalla proiezione a ritroso, al loop e alle infinite varianti di quella operazione cinematografica fondamentale che è il montaggio.

Cinema, video e videoinstallazioni proposte dunque come vere e proprie “macchine del tempo”, secondo tre diverse eccezioni: come media che rendono possibili diverse forme di viaggio nel tempo; infine, come media che operano diverse forme di manipolazione temporale.

È quindi un’esposizione legata a doppio filo al claim di Parma 2020: la cultura batte il tempo.
Punto di avvio del percorso espositivo sono due eventi risalenti al 1895: la prima pubblicazione del racconto fantascientifico The Time Machine: An Invention di H.G. Wells e la prima presentazione pubblica del Cinématographe dei Fratelli Lumiére. La mostra si snoda poi fino alle ultimissime tecniche di manipolazione temporale delle immagini in movimento prodotte attraverso l’intelligenza artificiale, il machine learning e le reti neutrali.
Articolata in diverse sezioni, la mostra è un viaggio affascinante nel tempo, che si rivela in tutta la sua relatività e plasticità, la mostra è un viaggio affascinante nel tempo, che si rivela in tutta la sua relatività e plasticità attraverso opere di artisti e fotografi come Douglas Gordon, Rosa Barba, Tacita Dean, Jeffrey Blondes, Grégory Chatonsky, Ange Leccia, Jacque Perconte, Robert Smithson, Alain Fleischer e Filmmakers come Martin Arnold, Harun Farocki, Jean- Luc Godard, Billi Morrison, Gustav Deutsch, Ken Jacobs. Malena Szlam.

Lungo le 25 sale del Palazzo del Governatore si articola un percorso immersivo tra immagini, proiezioni ed estratti filmici provenienti dal cinema delle origini e dal cinema sperimentale, dal cinema classico e da quello contemporaneo, dal cinema scientifico e da quello documentario, dalle videoinstallazioni e da alcuni momenti scelti della storia della fotografia.

‘Ci sono milioni di immagini che si assomigliano e poi c’è il programma che si divide, uno che produce nuove immagini con rumore, perché il rumore permette di produrre differenze in una certa misura, e un’’altra parte del programma che controlla i risultati e sa cosa deve confrontare per determinare l’efficacia di un’immagine.  É lo stesso programma che si duplica e ne osserva la percezione e il mondo, cioè i dati, a cui deve riferirsi.

È difficile sapere che la macchina guarda a se stessa, controlla i risultati, il confronto con dati esterni. Fa tutto questo lavoro in modo che tu possa percepire qualcosa ed è allora che lei entra nel tuo mondo e diventa un secondo mondo, un mondo che lei entra nel tuo mondo e diventa un secondo mondo, un mondo che tu hai desiderato, ma di cui non hai previsto la forma. Ti trovi di fronte a qualcosa di esterno a te, come un mondo più grande di te, che trabocca la tua percezione. Questo mondo che avete creato macchine per produrlo, ma non è il vostro mondo’.


“ Nell’universo quale è rappresentato dal cinematografo, le relazioni spaziotemporali costituiscono il fattore fondamentale di una realtà che consiste puramente nella facoltà di prestarsi a localizzazioni, del resto incerte, nello spazio-tempo”
Jean Epstein, L’intelligence d’une machine,


La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Skira con 11 testi scritti da figure di primo piano, a livello internazionale più i tre curatori e 11 sezioni iconografiche ( Time Machines, Time Axis Manipulation, Flows, Instants, Time-lapse, Multiple Expoures, Animate / Inanimate, Re-montage, Loops & Reversals, Deep Time, Machine Visions ).

M.P.F.

martedì 28 gennaio 2020

Donne nell'Arte. Da Tiziano a Boldini


Donne nell’Arte. Da Tiziano a Boldini
“Donne nell’Arte. Da Tiziano a Boldini” è una mostra, curata da Davide Dotti, a Palazzo Martinengo a Treviso. Un’esposizione affascinante che documenta quanto l’universo femminile abbia giocato un ruolo determinante nella storia dell’arte italiana, lungo un periodo di quattro secoli, dagli albori del Rinascimento al Barocco, fino alla Belle Époque.
Promossa dall’Associazione Amici di Palazzo Martinengo, col patrocinio di Provincia e Comune di Brescia, Fondazione Provincia Eventi e MODICA – Movimento Italiano Casalinghe, con Fondazione Marcegalia Onlus, presenta oltre 90 capolavori di artisti quali Tiziano, Guercino, Pitocchetto, Appiani, Hayez, Corcos, Klimt, Zandomenighi e Boldini che, con le loro opere, hanno saputo rappresentare la personalità, la raffinatezza, il carattere, la sensualità e le più sottili sfumature dell’emisfero femminile, ponendo particolare attenzione alla moda, alle acconciature e agli accessori tipici di ogni epoca e contesto geografico.
Grazie alla collaborazione con la Fondazione Marcegaglia Onlus, è possibile approfondire tramite appositi pannelli di sala alcune tematiche di grande attualità sociale e mediatica quali le disparità tra uomini e donne, il lavoro femminile, le violenze domestiche, l’emarginazione sociale e le nuove povertà. Le opere d’arte sono quindi formidabili veicoli per sensibilizzare il pubblico – soprattutto quello giovane – verso argomenti di grande importanza socio-culturale.

Il percorso espositivo, suddiviso in otto sezioni tematiche – Sante ed eroine bibliche; Mitologia in rosa; ritratti di donne; Natura morta al femminile; Maternità; lavoro; Vita quotidiana; Nudo e sensualità – documentano il rapporto tra l’arte e il mondo femminile per evidenziare quanto la donna sia sempre il centro dell’universo artistico.
“Dopo il successo registrato quest’anno con “Gli animali nell’ arte ” - afferma il curatore Davide Dotti – ho deciso di proseguire il percorso di indagine su argomenti di grande attualità sociale e mediatica scegliendo per il 2020 il tema così affascinante e coinvolgente della donna che gli artisti, soprattutto tra XVI e XIX secolo, hanno indagato da ogni prospettiva iconografica, eternando le “divine creature” in capolavori che tutt’oggi seducono fatalmente il nostro sguardo.
Per il visitatore è l’occasione di compiere un emozionante viaggio ricco di sorprese, impreziosito da dipinti inediti scoperti di recente in prestigiose collezione private, opere mai esposte prima d’ora, e incontri ravvicinati con celebri donne del passato, tra cui la bresciana Francesca (Fanny) Lechi, ritratta nel 1803 dal grande Andrea Appiani in una straordinaria tela che dopo oltre venticinque anni dell’ultima apparizione è tornata visibile al pubblico”.
Tra i capolavori della mostra, si segnala la “Madonna penitente, un olio su tela di Tiziano, firmato per esteso, proveniente da una collezione privata tedesca, esposto per la prima volta in Italia. A proposito di questo dipinto, Peter Humfrey, una delle massime autorità a livello internazionale di Tiziano ha scritto

“si tratta di una variante di alta qualità di una delle composizioni più avidamente ricercate di Tiziano. Le altre redazioni autografe sono state dipinte non solo per i suoi più importanti committenti – come re Filippo II di Spagna – ma anche per altri illustri personaggi del suo tempo, quali Antoine Perrenot de Gravelle – consigliere dell’imperatore dell’ imperatore Carlo V d’Asburgo nonché vicerè del regno di Napoli – e il potente cardinale Alessandro Farnese. Le vigorose pennellate e il denso impasto cromatico, suggeriscono una datazione al 1558 – 1563 circa, in prossimità della realizzazione della versione della Maddalena penitente dipinta per Filippo II nel 1561.
Traendo ispirazione da testi sacri e libri agiografici, gli artisti hanno licenziato tele oggetto di secolare devozione che raffigurano le più famose sante della cristianità insieme al proprio attributo iconografico:  Maddalena col vasetto di unguenti; Caterina con la ruota dentata; Barbara con la torre; Margherita con il drago; Cecilia con gli strumenti musicali. Senza dimenticare le eroine bibliche quali Giuditta, Salomè, Dalila, Susanna e Betsabea, le cui tormentate vicende personali sono narrate nell’ Antco Testamento.
Anche la letteratura classica e la mitologia hanno fornito agli artisti infiniti spunti di riflessione, come nel caso delle storie che riguardano divinità ( Diana, Venere, Minerva, Giunone), celebri figure mitologiche (Leda, Europa, Onfale, Circe Dafne) e illustri donne del mondo antico che, con coraggio e drammatica determinazione, hanno preferito la morte al disonore.
Si pensi, a tal proposito, alla regina d’Egitto Cleopatra, che decise di togliersi la vita, dopo il suicidio dell’amato Antonio, per non consegnarsi viva nelle mani dell’acerrimo nemico Ottavio e subire la pubblica umiliazione; a Lucrezia, che si trafisse il petto con il pugnale dopo essere stata avvilita e violentata da Sesto Tarquinio; e a Sofonisba, che bevve il veleno inviatogli dal marito Messinissa per non vivere un’esistenza mortificata come schiava dei romani.
Soprattutto nell’ambito della pittura dell’Ottocento, vera protagonista della rassegna, la donna è stata colta nella sua dimensione quotidiana, alle prese con le faccende della vita domestica e del lavoro; nei panni di madre affettuosa che accudisce con amore i propri figli; ma anche in atteggiamenti maliziosi e in situazioni intime per esaltare la carica sensuale, come testimoniano gli straordinari capolavori di Giovanni Boldini, il più grande artista italiano della Belle Époque.
M.P.F.