mercoledì 23 febbraio 2022

Maddalena. Il mistero e l'immagine


Dopo aver esplorato il mito di Ulisse e con la fortuna visiva della Divina commedia la complessità del mondo dantesco, i Musei San Domenico di Forlì rivolgono l'attenzione alle vicende figurative di una figura altrettanto popolare che occupa uno spazio, in gran parte ancora da indagare, nella storia e nell'immaginario dell'Occidente. Si tratta di una donna misteriosa, oggetto di infinite discussioni, ma molto amata e sempre sotto il riflettore delle lettere come nelle arti, per il ruolo che ha avuto nella vita e nella morte di Gesù di Nazareth.

Appare infatti tra i protagonisti nei momenti decisivi come quelli della crocifissione, della sepoltura, della scomparsa del corpo e della annunciata resurrezione.

Maria Maddalena, o Maria di Magdala, dal suo luogo di origine sulle sponde del lago di Tiberiade, fu una delle prime e più fedeli tra i discepoli di Cristo che avrebbe seguito, insieme ad altre donne, dalla Galilea sino al Golgota.  Sembrerebbe la prima ad aver trovato vuota la tomba dove era stato deposto Gesù, come l'unica a vedere due angeli e ancora la prima a incontrare il Signore risorto, parlargli e forse toccarlo: l'episodio misterioso e discusso sul versante teologico del "Noli me tangere".


Per tutto questo e molto altro, pensando alla sua presenza in altri luoghi e circostanze delle Sacre scritture, la Maddalena ha goduto di una enorme fortuna traslata dalla letteratura alle arti figurative, dal teatro al cinema ed altre forme di spettacolo. Si è andata così formando nei secoli, dalla tarda antichità sino a oggi, una straordinaria galleria di immagini dove la sua figura ha subito continue mutazioni, perchè ogni epoca vi si è rispecchiata in maniera diversa sempre nel tentativo di spiegarne il mistero. Ma questo non è mai stato svelato, per cui si è perpetuato il fascino di questa donna leggendaria.

Peccatrice e santa. Eppure, è a lei che il Salvatore risorto avrebbe affidato una missione apostolica, inviandola ad annunciare a Pietro e agli altri discepoli la propria resurrezione.

Rispetto alla sua immagine canonica fissata nei vangeli ufficiali, la figura della Maddalena, transitando dai vangeli "non gnostici" e, a partire dal III secolo, nella letteratura dei Padri della Chiesa, ha assunto un ruolo sempre maggiore e si è


arricchita di nuovi contenuti. A un certo punto la sua identità verrà addirittura a confondersi, ma paradossalmente anche ad arricchirsi, con quella di altre donne ricordate nelle Sacre scritture.

Come Maria di Betania, sorella di Marta e forse di Lazzaro, che avrebbe unto Gesù ancora vivo prima della Passione, un gesto d'amore premonitore della sepoltura; o come una figura anonima, ma significativamente indicata come "peccatrice", cioè una prostituta che avrebbe anch'essa unto il Cristo in casa di "Simone il fariseo" Episodio particolarmente toccante, destinato a una grande risonanza nelle arti che sembrano interessare la commozione espressa dal nel Vangelo di Luca, quando si parla appunto di questa peccatrice", sottolineando come <<venne con un vasetto di olio profumato; e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e lo cospargeva di olio profumato>>.

Poi Maddalena comparirà ancora ancora, addirittura come apostola  evangelizzatrice della Francia e infine verrà confusa con santa Maria Egiziaca, una giovane prostituta alessandrina convertita e vissuta da eremita per tutto il resto della sua vita. Quella che poi le arti rappresenteranno some Maddalena penitente. Era inevitabile che questa figura caleidoscopica esercitasse una enorme suggestione sull'immaginario occidentale e in particolare sulle arti.

La sfida della mostra di Forlì è quella di seguire, cercando un filo conduttore e rendendo conto delle diverse suggestioni, una figura figura di estensione secolare e dai tratti spesso complessi da decifrare. Forte delle duecento opere esposte, il percorso della mostra parte dalle suggestive testimonianze dell'arte paleocristiana, dove prevale l'immagine della santa testimone della morte e della resurrezione di Cristo, per arrivare alla pittura del Novecento dove emergono le inquietudini della peccatrice redenta, della donna più vicina nella sua fragilità umana ai tormenti di Gesù.


L'immagine della Maddalena ai piedi della croce, davanti al sepolcro, difronte al Cristo risorto (il "Noli me tangere"), come quella della "mirofora", cioè colei che "porta il sacro unguento", è transitata a partire dalla tarda antichità tra i portali, i capitelli e le vetrate delle chiese soprattutto in Francia e in Italia, mentre la pittura e poi la scultura - pensiamo a Donatello e a Desiderio da Settignano - hanno fatto rivestire alla Maddalena i panni della predicatrice e della penitente eremita, ricoperta dai suoi lunghissimi capelli. E' prima con Giotto e poi con Masaccio, nella sconvolgente Crocifissione di Capodimonte, che assistiamo a un'umanizzazione della santa e del suo dolore, che poi troverà ampia eco nel Rinascimento, tra Giovanni Bellini, Botticelli, Filippino Lippi e quei potenti plasticatori, come Nicolò dell'Arca, Guido Mazzoni e Vincenzo Onofri, che nelle loro sacre rappresentazioni la interpretano come una donna disperata, fermandone i tratti fisiognomici e la gestualità in una sorta di dolore universale.


L'iconografia della "mirofora", del "Noli me tangere", della penitente transitano, in una sorta di esaltante gara espressiva tra campioni, nei capolavori dei protagonisti della pittura europea tra Cinque e Seicento: Tiziano, Savoldo, Correggio, Barocci, Pietro da Cortona, Caravaggio, Reni, Vouet, Lanfranco, Domenichino, Cagnacci, Furini, Dolci, George de La Toure, Ribera. Quando il tema sembra essersi esaurito, in un periodo che va dalla seconda metà del Seicento alla prima del secolo successivo, la Maddalena torna, prepotentemente protagonista e sempre più umana, a occupare gli orizzonti della sperimentazione tra neoclassicismo e romanticismo, Batoni, Mengs, Canova, Hayez, Delacroix, Scheffer, Delaroche ne fanno l'icona della inquieta femminilità moderna che verrà consegnata al simbolismo di Bocklin e Redon. Mentre nella scandalosa Crocifissione (1941) di Guttuso la prostituta redenta diventerà - rappresentata nuda ai piedi della croce - il simbolo di una umanità disperata alle soglie di una delle più grandi tragedie della storia


M.P.F.

martedì 15 febbraio 2022

Le tre pietà di Michelangelo




Una mostra grandiosa che celebra uno dei più grandi artisti italiani: Michelangelo. Al museo dell'Opera del Duomo sarà visibile, dal 24 febbraio al 1 agosto, la mostra "Le tre pietà di Michelangelo. Non vi si pensa quanto sangue costa". L'esposizione pensata in occasione dell'incontro "Mediterraneo frontiera di pace 2022", che vedrà riunirsi i Vescovi e i Sindaci del Mediterraneo a Firenze e a cui interverrà anche Papa Francesco, metterà per la prima volta a confronto, vicina l'una all'altra, nella sala della Tribuna di Michelangelo del Museo, l'originale della Pietà Bandini, di cui è da poco terminato il restauro, e i calchi della Pietà Vaticana e della Pietà Rondanini provenienti dai Musei Vaticani. A cura dei direttori dei musei Barbara Jatta, Sergio Risaliti, Timothy Verdon, la mostra è un progetto che vede eccezionalmente coinvolti i Musei Vaticani, il Museo dell'Opera del Duomo, il Museo Novecento di Firenze, il Castello Sforzesco di Milano e le istituzioni dell'Opera di Santa Maria del Fiore, Comune di Firenze, Comune di Milano.

Cosa si vedrà nella mostra

Collocate una vicina all'altra, le tre Pietà offriranno l'opportunità di studiare l'evoluzione dell'arte di Michelangelo nonchè la sua maturazione spirituale, dalla prima giovinezza - quando a Roma scolpì per l'antica San Pietro l'opera ora nella navata laterale nord della Basilica - alla sua ultima stagione, quando, ormai vecchio, mise mano alla Pietà oggi a Firenze e poi alla Pietà Rondanini conservata a Milano.

Si tratta di un percorso lungo più di cinquant'anni, che conduce dall' ambizione

del giovane che scolpì il proprio nome sul petto della Madonna della versione vaticana, all'immedesimazione personale dell'anziano artista, che in quella del Museo dell'Opera raffigura se stesso nelle sembianze di Nicodemo. Vicino alla propria morte, Michelangelo meditava profondamente sulla Passione di Cristo, come egli stesso fece capire in un coevo disegno della Pietà, donato alla marchese di Pescara Vittoria Colonna, dove scrisse la frase dantesca: "Non vi si pensa quanto sangue costa (Paradiso XXIX, 91)". Risultato sublime di questa meditazione spirituale fu l'esecuzione della Pietà Rondanini, la cui estrema bellezza rifulge nel tramonto della figura.

Nel prossimo autunno i tre calchi di gesso della Pietà originali saranno esposti a Milano nella sala delle Cariatidi di Palazzo Reale in un nuovo allestimento appositamente progettato.

Le tre pietà

La prima Pietà scolpita da Michelangelo


La prima Pietà di Michelangelo fu realizzata a ridosso del giubileo del 1500, quando il cardinale Jean Bilhéres de Lagraulas commissionò al giovane Buonarotti " una Vergine Maria vestita con Cristo morto, nudo in braccio". Il committente era a Roma dal 1491, come capo di una delegazione inviata da Carlo VIII di Valois presso la corte papale per preparare la riconquista francese del regno di Napoli. Il giovane scultore fiorentino poteva dedicarsi al tema del dolore materno e soprattutto al mistero dell'Incarnazione che "tra le opere di Dio è quella che più sorpassa la ragione", come ricordava San Tommaso "poichè non si può pensare nessun'opera divina più mirabile di questa, che il vero Dio, il Figlio di Dio, diventasse vero uomo".

Con la Pietà Vaticana (1498-1499), l'artista impressionò il suo tempo: tale era la bellezza di quel Cristo nudo sorretto amorevolmente dalla Vergine, una giovanissima ragazza umile e casta, avvolta in un profluvio di panneggi per cui Maria Madre e sposa. Quella giovinezza venne criticata dai più, parendo poco consona alla Madonna. Come ci ricordano le fonti, Michelangelo si difese dalle critiche spiegando che la verginità e la purezza mantengono giovani e belle le donne. Il capolavoro venne collocato nella cappella di Santa Petronilla poco prima del 1500, anno del giubileo. Successivamente la Pietà fu spostata in San Pietro, e nel XVIII secolo fu esposta a destra della navata dove ancora oggi la si può ammirare. In questa Pietà Michelangelo è riuscito a rappresentare la divinità di Gesù calandola nel corpo di un uomo di 33 anni. Cristo appena deposto dalla croce pare dominare in seno alla giovane madre raggiante nella sua bellezza, luminosa visione di grazia e di umiltà. La morte non oltraggia quel mirabile uomo: il più bello tra gli esseri viventi. Nel corpo intatto, senza segni di violenza subita, si legge già il risorto, colui che vince la morte

La seconda Pietà scolpita


Molti anni dopo la Pietà vaticana, Michelangelo tornò a scolpire lo stesso soggetto. Nel fra tempo, Roma era saccheggiata, la Repubblica di Firenze era crollata e i Medici erano rientrati in città. Michelangelo ha lasciato Firenze nel 1534 e si è stabilito per sempre a Roma. Dopo la morte di Alessandro de' Medici, ucciso dal cugino Lorenzo, il duca Cosimo I comanda come un principe assoluto. Nel 1547 muore Vittoria Colonna alla quale l'artista era legato spiritualmente. Michelangelo è un artista ormai anziano sempre più concentrato sul destino umano, sulla morte e resurrezione di Cristo, lavora in preda a frequenti crisi depressive. Vive di contrasti, tra l'attrazione per la bellezza, il pungolo dei sensi e il desiderio di ascesi. Comincia a temere la propria morte, il giudizio divino. Fa voto di povertà. Si aggrappa infine alla croce e mette al centro della sua esistenza e della sua ispirazione Cristo, salvatore dell'umanità. L'esecuzione della Pietà Bandini è lunga e difficile, la datazione controversa. Di sicuro il maestro cominciò a lavorare il blocco intorno al 1547. Tuttavia Michelangelo non portò a termine il lavoro, e la statua, prima di essere venduta nel 1561 a Francesco Bandini, fu conclusa in alcune parti da Tiberio Calcagni, principale assistente del Buonarroti. La statua avrebbe dovuto essere collocata in Santa Maria Maggiore a Roma, probabilmente per la sepoltura di Michelangelo. Vi si lesse infatti una profonda e intensa meditazione sulla Morte e la Redenzione, sul Sacrificio di Cristo e la Salvezza, merce anche il tranfert nella figura di Nicodemo.

Secondo Alessandro Parronchi il blocco prelevata da Sarravezza è usato per la realizzazione del gruppo era uno di quelli avanzati per la tomba di Giulio II. Quel marmo, come ricorda anche Vasari, era pieno di impurità ed estremamente duro, tanto che al contatto con lo scalpello emetteva nugoli di scintille. Nel 1553 Vasari, in visita allo studio dell'artista, ebbe l'impressione che Michelangelo esitasse a mostragliela non terminata. Cercando di variare la posizione delle gambe di Cristo, lo scultore provocò la rottura di un arto. Successivamente, intorno al 1555, prese a martellate la statua rompendola in più punti. Infatti, ancora oggi si osservano segni di rottura sul gomito, sul petto, sulla spalla di Gesù e sulla mano di Maria. Alla morte dell'artista nel 1564 si pensò di utilizzare il gruppo per la sepoltura di Michelangelo a Firenze in Santa Croce. L'opera invece rimase nella villa Bandini a Montecavallo e solo nel 1674 venne acquistata d Cosimo III de' Medici che la destinò ai sotterranei di San Lorenzo. Nel 1722 la Pietà fiorentina fu trasferita in Santa Maria del Fiore. Dal 1981 si trova nel Museo dell'Opera del Duomo.

L'ultima Pietà detta Rondanini


Il progetto risalirebbe agli anni tra il 1552 e il 1553. Secondo le fonti, Michelangelo vi lavorò fino all'ultimo. Infatti, l'opera fu rinvenuta nello studio di Michelangelo dopo la morte. Nell' inventario redatto in quei giorni la Pietà è descritta in questi termini: "Statua principiata per un Cristo et un'altra figura di sopra, attaccate insieme, sbozzate e non finite". Nel gruppo si alternano parti condotte a termine, riferibili alla prima stesura, e parti non finite, legate ai ripensamenti della seconda versione.

Acquisita dai marchesi Rondanini nel 1744, la pietà è arrivata a Milano dove si conserva nel Castello Sforzesco dal 1952.

Esito finale di un lungo percorso di arte e fede la Pietà Rondanini è piuttosto una preghiera che un'opera d'arte, o meglio è la dimostrazione artistica del fatto che l'uomo di fede ha visto oltre le apparenze reali, che la mano non riesce a restituire quanto l'occhio interiore ha potuto contemplare. Siamo già in un'esperienza di notte oscura. Al posto dei sogni, tante volte riferisce le sue aurorali invenzioni, qui  ad aprire la strada all'immaginazione dell'artista è la visione mistica del cristiano immerso in una riflessione notturna sull'Unigenito, sulla passione morte e resurrezione di Cristo. Gesù e Maria sembrano esseri fantasmatici, la pietà tende a farsi materia di luce. Cristo esausto sembra scivolare verso la tomba e con il figlio anche la Madre, la cui umanità è come interamente assorbita dal sentimento di amore. Un unico destino travolge miracolosamente madre e figlio in questa metamorfosi mistica, la stessa già provata al momento dell'annunciazione. Ancora una volta Maria è talamo per il suo Signore. L'evidente inclinazione delle due figure, a una visione laterale, pare suggerire una riflessione sulla Resurrezione e l'Annunciazione. Se osserviamo bene infatti i due corpi paiono distaccarsi dal suolo, e assieme raggiungere il Padre.

M.P.F.