domenica 30 gennaio 2022

Dai ROMANTICI a SEGANTINI

La nuova, grande mostra di Padova, Dai romantici a




Segantini. Storie di lune e poi di sguardi e montagne. Capolavori della Fondazione Oskar Reinhart (
Centro San Gaetano, aperta fino al 5 giugno 2022, promossa dal Comune di Padova e da Linea d'ombra) è il primo capitolo di un nuovo, ampio progetto espositivo, concepito da Marco Goldin con il titolo complessivo di "Geografie dell'Europa. La trama della pittura tra Ottocento e Novecento". Una sequenza di grandi esposizioni che darà vita a un vasto scenario sulla situazione della pittura in Europa lungo tutto il corso del XIX e parte del XX secolo, secondo una divisione nazionale o in aree contigue.

Le sezioni della mostra


1. di Acque, Prati e Montagne

Il paesaggio in Svizzera da Wolf a Colame tra Settecento e Ottocento

La prima sezione della mostra ripercorre la storia della pittura di paesaggio in Svizzera dall'ultimo quarto del Settecento, con l'opera nuovissima di Caspar Wolf dedicata alla montagna, fino agli anni sessanta dell'Ottocento. Un lungo percorso che segnala anche i due ambiti linguistici della Confederazione elvetica nei quali si sviluppa la nuova descrizione della natura rispetto alle regole del classicismo. La parte francese legata principalmente all'esempio di Corot, come in Alexandre Calame e Barthélemy Menn e quella tedesca legata all'esempio di Courbet, come in Robert Zund, Rudolf Koller e Frank Buchser.

E' evidente come agisca profondamente, nei quadri di Wolf, l'idea di Sublime che da metà del Settecento si manifestò negli studi di filosofia e di estetica da Kant a Schiller. E' seguendo questi concetti che egli dipinge le sue montagne e soprattutto i ghiacciai, spingendosi in zone fino a quel momento non percorse. La sua pittura è in effetti anche testimonianza. Questo accade nei quadri con il ghiacciaio di Grindelwald.

Con il giungere dell'Ottocento le cose cambiano e la pittura  svizzera guarda ripetutamente alla Francia. Calame e soprattutto Menn vivono entro uno spirito che fa loro ammirare le luci di Cotot, ma nel primo sono ancora molti i riferimenti al Sublime romantico. L'idea della realtà ha poi in Courbet il suo riferimento irrinunciabile, come dicono i quadri in questa sezione dei pittori invece di lingua tedesca, da Zund a Koller a Buchser. Essi ci mostrano, al pari di quanto accadeva in Francia, anche l'altro lato della pittura di metà Ottocento, meno legato al "paesaggio intimo" e invece attento alla trascrizione fiduciosa del vedere nelle sue strutture, comunque sempre fatte di luce nuova.

2. Il LUME della Luna e Altre storie

L'età romantica in Germania attorno a Friedrich

La seconda sezione della mostra è il trionfo della pittura romantica in Germania, da Runge a Dahl, ma specialmente grazie all'eccezionale esposizione di cinque dipinti di Caspar David Fiedrich. Egli, in modo poetico e toccante, coniuga l'osservazione talvolta microscopica con la vasta contemplazione, trascorrendo quindi dall'elemento soltanto legato al vedere fisico a quello psicologico,

Ha scritto: "Il compito dell'artista non consiste nella fedele rappresentazione del cielo, dell'acqua, delle rocce e degli alberi; la sua anima e la sua sensibilità devono al contrario rispecchiarsi nella natura, Riconoscere, penetrare, accogliere e riprodurre lo spirito della natura con tutto il cuore e con tutta l'anima è il compito di un'opera d'arte". Quindi, con un linguaggio di precisa aderenza alla realtà, tendere alle ragioni, dello spirito. Tanto le figure che ci volgono la schiera e guardano il paesaggio fanno acquisire allo spazio una identità sacra. In questo senso Friedrich ha dipinto quadri nei quali si attua una fusione piena tra figure, su un limite che si fa presto limite E' la forza misteriosa e segreta che palpita nel capolavoro Le bianche scogliere di Rugen. Ma poi sono i quadri amatissimi, con la luna al suo sorgere, prima bassa e poi alta nel cielo, quella luna inviolata dentro il groviglio e la matassa delle nuvole. Ci sono alcune belle frasi che sono state trovate e dedicate all'amore di Friedrich per la luna: "Fin dalla sua infanzia la luna esercitava una strana attrazione su di lui. Ed egli ne aveva coscienza. Diceva che, se gli uomini dopo la loro morte venivano trasportati in un altro mondo, lui lo sarebbe stato sulla luna. Era per lui l'emanazione dell'anima del mondo, il ponte luminoso tra qui e l'universo".

3. L'Italia, La Mitologia e il Viaggio

Bocklin, Pan e l'amore per il Bel Paese

La terza sezione della mostra ha al centro l'opera di un pittore, Arnold Bocklin, molto particolare sulla scena europea della seconda metà del XIX secolo. Campione di un simbolismo piuttosto eccentrico, l'artista di Basilea, sulla scia delle teorie di Burckhardt e soprattutto Nietzsche, che proprio 

nell' università di quella città insegnarono, ebbe negli ideali e nelle raffigurazioni del mondo classico il suo punto di supremo interesse. Mondo che poi, in perfetta sintonia con il suo tempo, viveva di un'adesione alla psicologia che gli fece evocare il mondo dell' interiorità, pur attraverso figure come quelle dei centauri, delle ninfe, dei satiri e molte altre ancora.

I quadri dipinti da Bocklin, nel primo periodo romano (1850-1857) risentono di uno sguardo profondo sulla natura. Lui assieme a Feuerbach e Von Marées, era uno dei cosiddetti Deutschromer, piccolo gruppo di tedeschi operanti a Roma.

Le caratteristiche animalesche e dionisiache esplorate da Bocklin, lo portano alla rappresentazione della scena cardine del periodo, quella di Pan nel canneto. Tratta dalle Metamorfosi di Ovidio la storia riesce a tenere insieme tanto l'elemento dionisiaco quanto quello apollineo. La rinuncia al desiderio sensuale per l'assenza della ninfa si volge in malinconia espressa da una musica elegiaca.

Elemento musicale che torna nel sensibilissimo dipinto Bambini che intagliano zufoli, a simboleggiare l'origine della musica, che nasce direttamente nella natura. Molti dei quadri di Bocklin sono realizzati in più versioni ed è questo il caso anche di Tritone e Neraide. Assieme a Pan e al suo seguito, l'altro grande tema preferito dal pittore per quanta riguarda la mitologia erano le creature del mare. Il mare principio maschile, è personificato da Tritone, mentre la terra principio femminile, dalla nereide.

4. Lo Sguardo e il Mistero del silenzio

Ritratti e realtà in Svizzera da Anker a Hodler

La quarta sezione della mostra include, nell'ambito del ritratto e della figura, con prove fortemente legate alla realtà, i due pittori più popolari in Svizzera nel secondo Ottocento, Albert Anker e Ferdinand Hodler. Quest'ultimo anche straordinario pittore di paesaggi, sia nel corso del XIX secolo sia, ancor di più, nei primi due decenni del successivo, come si vedrà nella sezione conclusiva.

Anker ha dipinto moltissime scene di vita quotidiana, diventate occasioni per un diario sentimentale che con frequenza si volge al racconto della vita dei bambini come nel meraviglioso ritratto della figlia Louise, a Parigi nel 1874, o in L'asilo, uno dei suoi quadri di maggior successo con gruppi di figure. Assieme alle tante immagini dei vecchi lungo le strade o nelle locande, del soldato che torna dalla guerra, dei funerali e dei matrimoni, del mondo della scuola e dell'intimità domestica, egli compone un vero e proprio poema che evoca il senso dell'identità nazionale. I ritratti e le figure di Ferdinand Hodler, dipinti negli stessi anni di quelli di Anker, hanno da un lato un'ascendenza francese che origina da Courbet, ma anche l'amore verso il naturalismo acuminato di Holbein. Il soggiorno a Parigi, tra il 1877 e il 1878, aveva intanto messo Hodler in contatto con un ambiente ricco di suggestioni straordinarie e gli aveva fatto visitare i grandi musei. La convalescente raggiunge certamente un punto avanzato, tra i rapporti tonali di Degas e l'annuncio delle inquietudine munchiane. Lo stesso spirito ormai più moderno che emerge nel ritratto di Louise-Delphine Duchosal figlia del poeta simbolista, in cui Holler apre all'individuazione della complessità psicologica esplorata proprio dei simboli.

5. Il Racconto della vita

Dal realismo all'impressionismo tra Austria e Germania

La quinta sezione della mostra indugia specialmente sulla situazione del realismo in Germania nella seconda metà dell'Ottocento, fino alle prove di alcuni pittori, da Lieberman a Slevogt a Corinth, nell'ambito impressionista Tutto questo preceduto da un pittore austriaco molto interessante Fernand Georg Waldmuller, il quale assai precocemente offre della natura una visione fresca e libera per il suo tempo, pregna di luci che amava cogliere soprattutto nelle ore del mezzogiorno.

La pittura di metà Ottocento in Germania è introdotta da una delle figure più ammirate in quella nazione nell'intero secolo, Adolph Menzel, colui che Degas considerava, di certo con il gusto dell'iperbole, "il più grande maestro vivente". Monzel ha incarnato da un lato il pittore storico per eccellenza, il favorito della Corte essendo stato anche insignito da un titolo nobiliare, ma dall'altro, soprattutto con i quadri a cavallo della metà del secolo, ha saputo dare prove di straordinaria sensibilità di luci e atmosfera.

In Germania è la figura di Courbet ad avere influenzato in modo assoluto la generazione di pittori nati tra la fine degli anni quaranta e i primissimi anni cinquanta, raccolti attorno a Wilhelm Leibl in una cerchia a Monaco di Baviera. La forza di verità della pittura del maestro di Ornans diede a tutti loro la certezza di poter finalmente abbandonare gli insegnamenti delle accademie che tendevano sempre al classicismo e alla idealizzazione delle figure e del paesaggio. La mostra di arte internazionale al Glaspalast di Monaco, nel 1869, con i quadri di Courbet che vi furono esposti, ma anche ritratti eseguiti da Manet, aprirono gli occhi a pittori come Leibi, Thoma, Von Uhde e Trubner, preseti in questa sezione.

6. La Valle incantata

Tra occhi, villaggi e montagne nella Svizzera che cambia colore da Segantini a Giacometti

La sesta sezione della mostra mette in scena il paesaggio, nella pittura svizzera tra Otto e Novecento, verso la descrizione di un colore che cambia e si fa modernissimo, tanto da appaiarsi alle migliori situazioni europee. E' questo il caso soprattutto di Giovanni Segantini e Ferdinand Hodler, esponenti, seppure in maniera diversa della grande famiglia del simbolismo internazionale. Ma a esiti di indubbia modernità, tra Van Gogh e Gauguin, giungono anche C



uno Amiet e Giovanni Giacometti, praticamente coetanei essendo nati entrambi nel marzo 1868. Essi sono parte fondamentale della poesia in immagini della montagna svizzera, avendo come spazio dell'anima i luoghi attorno al passo di Maloja.

Vi sfugge soltanto Hodler, quasi sempre centrato sull'Oberland bernese. Il quadro si Segantini è stato dipinto negli anni trascorsi a Savognino, in val Sursette nei Grigioni prima del trasferimento a Maloja. Vi presiede un senso di sospensione cosmica, di calma, di beatitudine quotidiana e di spazialità quasi immisurabile, tanto da confinare con l'eterno. E' evidente come la tecnica divisionista non suggerisca soltanto la chiarità e perfino la trasparenza dell'aria, ma esprima anche la visione panteistica che fa diventare la natura non soltanto la cosa osservata ma anche visione interiore.

L'altra vasta tela compresa in questa sezione, e con cui si chiude la mostra, Sguardo sull'infinito, ci porta a Fernand Hodler. Ci porta a uno dei suoi temi più famosi, nel parallelismo dei corpi, realizzato in più di una versione.

Un'idea complessa che sembra quasi sintetizzare, al pari delle tante montagne da lui dipinte in quegli anni finali. il guardare alla conclusione della vita come a una sfuggente realtà presa ormai dall'infinito.

M.P.F













martedì 25 gennaio 2022

Paula Modersohn-Becker

 


Questo racconto è semplice e terribile, perchè quando il destino si inventa sceneggiature e riesce a scrivere finali odiosi, si quelli che al cinema ti fanno uscire tristi ed arrabbiati.

E' la storia di un rapporto di coppia, di compromessi, della difficoltà di riuscire a gestire affetti e passioni che appaiono inconciliabili. E' una storia di "scelte" che vede protagonista una ragazza tedesca dal talento straordinario, capace di raggiungere in una manciata di anni una densità di segno e di materia pari solo a Gauguin.


La prima donna che ha il coraggio, nel 1906, di realizzare il proprio autoritratto nudo, senza volersi mostrare bella, incinta quando non è incinta affrontando quello che sarà uno dei temi portanti della sua esistenza. Prima di lei Artemisia Gentileschi aveva avuto l'audacia di mostrare il proprio corpo.


Da quando è adolescente, la famiglia le chiede di sposarsi e fare figli. Frequenta corsi di buone maniere e di cucina e quando il padre va in pensione la richiama all''ordine, convinto che quella "follia dell'arte" non farà nulla di buono. Lei, invece, vuole solo dipingere, non vuole avere figli. Anzi forse sì, ma dopo i trent'anni, in un tempo indefinito. Ribalta di fatto le tre K dell'educazione femminile guglielmina "Kinder", "Kuche", "Kirche" (bambini, cucina, chiesa). Seguiamo questo suo percorso nelle tante lettere che scrive all'amico Reiner Maria Rilke (lui si diverte a chiamarla <<la pittrice bionda>>), suo coetaneo, uno dei più importanti poeti del Novecento.


Nata nel 1876, dopo aver studiato in Germania, va a Parigi dove passa dal figurativo fauve. Rimane folgorata dalla leggerezza di Cézanne, giungerà poi alle soglie di quel movimento, l'espressionismo, di cui sarà una pioniera, ma i cui sviluppi non riuscirà mai a vedere. Prende la materia, e non la usa solo per dipingere, ma "la plasma". E se serve, deforma le immagini, il paesaggio compreso il viso, quello delle sue amiche e dei suoi affetti.


Nell'aprile del 1889 si tiene a Parigi l'Esposizione universale per celebrare il centenario della Rivoluzione francese. In quell'occasione. In quell'occasione rivede il pittore Otto Modersohn, fondatore con Friz Mackensen di una colonia di artisti a Worpswede vicino a Brema, che lei aveva frequentato ventenne.. La moglie di Modersohn, già amalata, muore proprio in quei giorni, tanto che lui è costretto a rientrare precipitosamente a casa. Paula e Otto rimangono però in contatto, si scrivono, nasce una amicizia, la loro conoscenza diventa nel tempo una relazione, che sfocia in amore.


Per la gioia della famiglia che la vede "sistemata", Paula si sposa a venticique anni e si trova ad accudire la piccola Elizabeth, di tre anni, figlia della prima moglie di Modersohn. Ci prova, ma resiste solo ventiquattro mesi. E' affettuosa con la bambina, ma sente che la vita le scappa di mano


Si è anche imposta un orario di lavoro: alle nove, quando arriva la governante, dipinge. Pranza con il marito, lavora sino alle sette, cena. A poco a poco il desiderio di un impegno senza orari prende il sopravvento e la spinge a fuggire a Parigi, dove ha frequentato la Adémie Colarossi al quartiere latino, dove ci sono i suoi amici, dove ha lasciato i sogni. Il marito la lascia andare, e nel diario sottolinea il disagio della moglie: <<Ho avuto una discussione importante, fondamentale con Paula. Come prima cosa un grande difetto del nostro matrimonio è la sua mancanza di piacere sessuale>>. Lei gli invia lettere affettuose, ma la sua vita diventa una continua crisi di coscienza, tra l'amore per il marito e la difficoltà ad assumere un ruolo che non sente suo. Lui la aiuta a distanza, lei gli scrive per lasciarlo, ma non ci riesce. Una loro foto li blocca per l'eternità: lei lo tiene stretto, statica e inespressiva, lui guarda da un'altra parte. La famiglia la considera una mezza pazza, egoista. Il paradosso si raggiunge quando la madre pensa che Paula si comporti così <<perchè non riesce ad avere figli>>.


In una lettera a Rilke del 17 febbraio 1906 emerge il suo disorientamento: <<Non so nemmeno come firmare, non sono Modersohn e neanche Paula Becker>>.

Prende un atelier in avenue du Maine 14 a Motparnasse, dipinge ininterrottamente,

si nutre solo di pane e frutta. Nasce la serie degli autoritratti, dove ribadisce il concetto <<io sono io>>, ma poi si ritrae nuda con un bambino accanto.


Probabilmente ha una relazione a Parigi, ma alla fine scrive al marito e gli chiede se è proto a riaccettarla. Torna da lui e rimane incinta. Forse è quello che lei desidera veramente, ha compiuto trentun anni e ha al suo attivo settecentocinquanta quadri e mille disegni.


Il 2 novembre 1907 nasce Matilde (detta Tillie), Paula crede di aver fatto la scelta giusta, ma non si sente bene, tutti la obbligano a restare a letto, come si faceva al tempo. Lamenta forti dolori alle gambe, non lo può sapere, ma è intervenuta una trombosi venosa profonda, complicanza resa fatale dall'immobilità. Quando il medico torna a visitarla il 21 novembre le consiglia di alzarsi. Paula fa qualche passo, si siede, chiede di poter prendere la bambina tra le braccis, accusa un dolore insopportabile. Poi dice:<< Che peccato>>.


Colpita da embolia polmonare subito dopo. La sua arte verrà capita soltanto in seguito.


Il mecenate Ludwig Roselius nel 1927 apre a Brema un museo a lei dedicato, il primo per una donna, ma pochi anni dopo, indicata come<<degenerata>> dal regima nazista, l'arte di Paula Modersohn-Backer sarà messo al bando.

Nel 1909 Rilke pubblica Requiem. La prima lirica è per l'amica Paula: <<Tu sola torni, mi sfiori, qui t'aggiri, vuoi urtarti a casa che di te risuoni e ti riveli. Oh, non togliermi quello che lentamente imparo>>.

M.P.F.


lunedì 24 gennaio 2022

Juliet Manet. La mémoire impressioniste


Il 14 novembre 1878 nasce a Parigi Juliet Manet, prima ed unica figlia di Berthe Morisot e nipote di
 Edouard Manet. Nel 1874 Berthe aveva sposato Eugéne, il più giovane dei fratelli Manet e con la nascita di Julie, da lei descritta come <<una Manet fino alle punte delle unghie>>, aveva legato sempre il suo nome e il suo sangue alla famiglia del suo destino.

Spettatrice privilegiata delle vicende impressioniste, Julie inizia a dipingere fin da piccola e ancor prima di fare la modella alla madre, allo zio paterno e agli amici. Ogni tappa della sua vita, dai giorni trascorsi tra le braccia della tata ai primi giochi in giardino, alle pose in abiti eleganti o durante le lezioni di violino, non rimane impressa soltanto negli album di famiglia ma anche nella memoria collettiva della storia dell'arte.


Fin dalla nascita, Julie è fonte di ispirazione per Berthe che la soprannomina <<Bibi>> e la ritrae <<a tutte le età e in tutte le  situazioni, all'esterno, all'interno, all'esterno, sola o in compagnia, che dorme o che suona (...) in totale, in circa settanta tele di Berthe compare Julie, senza contare i pastelli, gli acquarelli, i carboncini!. Queste opere tracciano la storia di un amore felice>>.


Nel 1881, la pittrice ritrae la figlia di tre anni intenta a giocare sulle gambe paterne nel giardino di Bougival, mentre nel 1894 coglie l'intensità di una giovane adolescente in Julie sognante. Nello stesso anno anche Renoir dedica delle opere alla giovane Manet, in una è da sola con lo sguardo triste per la disgrazia appena vissuta della morte del padre e nell'altra è con la madre in una delle ultime immagini dove sono ritratte insieme e che mostra Berthe stanca, con i capelli improvvisamente diventati grigi, e Julie nel pieno della sua giovinezza. Tra Julie e Renoir, che nel 1887 l'ha ritratta nel celebre Julie Manet o Bambina con il gatto, si instaura negli anni un legame sincero che spinge Morisot a scegliere l'amico e collega come membro del consiglio di famiglia costituito dopo la morte di Eugéne per il supporto della giovane. Altra figura vicina a Julie è il poeta Séphane Mallarmè, nominato da Berthe suo primo tutore.


E' lui a regalarle l'amato levriero Laerte, a portarla ai concerti di musica classica le domeniche pomeriggio e poi a supportarla, primo tra tutti, nella realizzazione della grande mostra postuma dedicata a Berthe Morisot alla Galleria Durand-Ruel nel 1896, a un anno dalla sua morte. Tre anni prima, Julie ha iniziato a scrivere un diario per raccogliere pensieri, appunti e impressioni del quotidiano. Attraverso queste pagine, che accompagnano fino al 1899, emerge un'animata rappresentazione di un periodo vitale nella storia culturale francese. Ritroviamo le sue visite a Berthe a Giverny per vedere il ciclo delle Cattedrali di Monet appena realizzato: <<Ce ne sono ventisei, sono magnifiche, qualcuna tutta viola, altre bianche, gialle, con un cielo blu, rosa con un cielo verde, poi la nebbia, due o tre nell'ombra alla base e illuminate dai raggi del sole sulle torri (...). Questi quadri di Monet danno una lezione di pittura>>.

Quando Julie ha solo sei anni è con Berthe mentre dipinge alle Tuilleries e la pittrice racconta, contenta, di come la bambina veda il rosa nella luce e il viola nell'ombra.


La pittura è una grande passione per Julie che dipinge senza sosta nell'atelier della madre, copiando gli stessi soggetti e scegliendo gli stessi toni chiari e brillanti. La famiglia, che come primo regalo fa alla piccola una scatola di colori, conserva tutte le opere. Proprio la pittura ha soprattutto permesso alle due donne di mantenere un dialogo ininterrotto, rivelandosi così attività capace di offrire loro<<non soltanto un legame magico al di là della morte ma anche (di essere) uno specchio nel quale madre e figlia si guardano, si assomigliano, si confondono in un solo stesso amore.


I clima d'amore che Berthe è riuscita a creare intorno a Julie continua a vivere anche in sua assenza. Oltre a Renoir, Monet e Mallarmè, un altro amico della pittrice che si prende cura della giovane è Degas. E' lui a presentarle Ernest Rouart, figlio del pittore Henri e pittore anche lui, che nel 1900 diviene suo marito e con il quale Julie crea una copia attiva nell'arte come lo era stata quella dei genitori.


Se tra Berthe ed Eugéne è il fratello di Manet a scegliere di rimanere un artista amatoriale per sostenere la carriera della moglie, per Julie ed Ernest i ruoli si invertono. L'ultima esponente dei Manet, pur non abbandonando mai il pennello, non diventa infatti una pittrice professionista ma segue l'attività pittorica del marito e si impegna nella valorizzazione e diffusione delle opere della madre e dello zio. Oltre a raggruppare un'importante collezione che confluirà in parte nella raccolta del Musée Marmottan Monet di Parigi, si mobilita affinchè i dipinti di Berthe e di Eduard entrino in importanti musei pubblici. A distanza di cinquantacinque anni dalla morte di Jilie Manet è proprio il Musée Marmottan, da sempre legato alla sua famiglia, a dedicarle fino al 20 marzo 2022 un'esposizione con più di cento opere provenienti da musei internazionali e da numerose colle


zioni private. La mostra intende far luce non solo sulla giovinezza si Julie vissuta tra gli impressionisti ma anche sulle fasi successive di un'esistenza intensamente consacrata  del mondo dell'arte.

Lo sguardo delicato e intenso presente nei primi ritratti la accompagna fino alle ultime fotografie che la immortalano, seduta davanti ai capolavori dei suoi cari.

Guardiana della memoria di una delle famiglie artisticamente più influenti del secondo Ottocento francese, Julie Manet conserva negli occhi e difende in ogni momento della vita le immagini di una storia unica scritta con amore attraverso il linguaggio privilegiato dell'arte.


M.P.F.


giovedì 20 gennaio 2022

Francis Bacon. Man and Beat

 La mostra Francis Bacon.


Man and beast, curata dallo scrittore
Michael Peppiatt, amico del pittore, è la prima a mettere a fuoco uno dei temi cruciali nella ricerca dell'artista irlandese, quello della sua ossessiva fascinazione per gli animali, in stretto rapporto con le sue figure umane mai troppo lontane dalle bestie.

Il percorso espositivo si sviluppa attraverso la presentazione di quarantacinque dipinti (tra cui grandi trittici) divisi tematicamente e cronologicamente in otto sezioni, a partire dai più vecchi lavori degli anni Trenta e Quaranta fino all'ultimo del 1991, Study for a bull, mai esposto prima d'ora.

Per Francis Bacon (1909-1992), il fatto che l'essere umano continui a rimanere fondamentale in animale è una verità che caratterizza il fondo stesso della sua figurazione, dai primi terribili esseri metamorfici degli inizi ai corpi deformati dell'ultima fase. Per lui, sotto la struttura della civilizzazione, gli uomini sono come tutti gli altri animali dipendenti dagli istinti primari.


La mostra inizia con immagini di ibride creature surreali ispirate alla mitologiche Furie protagoniste dell'Orestea di Eschilo, metafore degli orrori del nazismo, così come quelle presenti in Fragment of Crucifixion (1950), dove un cane rabbioso e una specie di gufo prendono il posto dell'uomo. Temi analoghi si ritrovano in due grandiosi trittici dipinti negli anni Ottanta: Triptych ispired bay the Oresteia of Tryptich 1944.

Nella seconda sezione c'è un'impressionante serie di "ritratti" con fisionomie stravolte che mettono in questione i confini fra la specie umana e le altre. Sono esposte qui tra le sei Heads presentate nella prima mostra personale dell'artista nel 1949. Queste teste sono ingabbiate in "vetrine" cubiche, delle strutture trasparenti utilizzate in molti altri lavori successivi, come una sorta di dispositivo di congelamento della violenza espressiva dei personaggi.

E' il caso anche dei famosi ritratti del papa Innocenzo X, d'après Velàzquez, di cui si possono vedere qui due versioni.

Nella sezione seguente sono esposti dei quadri di animali


nelle savane, che nascono dall'esperienza dei due viaggi in Sud Africa nel 1950, e dall'utilizzo di immagini di libri fotografici sulla fauna selvatica. Ma la fonte priveleggiata per lo studio del movimento degli animali e dei corpi umani deriva soprattutto dalle straordinarie sequenze cronofotografiche realizzate da Eadweard Muybridge alla fine dell'800. Tra le opere che fanno parte della sezione su questo tema, troviamo per esempio Man and dog, e Two figures del 1953, in cui si vedono due uomini nudi che lottano.

A partire dagli anni Sessanta la rappresentazione delle figure nude maschili e femminili si caratterizza per un crescente distorsione e lacerazione delle forme anatomiche, come per esempio nel Portrait of Henrietta Moraes on a blue couch del 1967 o come in Triptych-Study for human body del 1970.


Una sala è dedicata che Bacon ha fatto del suo amante George Dyer. La relazione appassionata e burascosa inizia nel 1963 e dura quasi dieci anni fino al tragico suicidio di Dyer. Tra i ritratti più sconvolgenti è da citare Potrait of Geoge Dyer crouching del 1966, in cui vediamo il contorto personaggio nudo accucciato in mezzo a uno strano divano a forma di vasca circolare.

Al centro dell'esposizione spiccano per la loro potente e drammatica spettacolarità tre versioni di una scena di corrida, dove nella cruenta lotta tra il toro e il matador l'uomo e la bestia sembrano formare un solo intricato organismo.

M.P.F.