martedì 28 novembre 2017

I GRANDI MAESTRI

I Grandi Maestri.

100 anni di fotografia Leica


Si è aperta a Roma nel Complesso del Vittoriano la mostra I Grandi Maestri. 100 anni di fotografia Leica (unica tappa italiana, fino al 18. febbraio 2018) che rende omaggio alla prima macchina fotografica 35 mm provvista di pellicola, alla fotografia d’epoca e a tutti gli artisti che hanno utilizzato la Leica dagli anni venti ai giorni d’oggi, celebrando le loro immagini.

Oltre 350 opere dei maggiori e più prestigiosi autori – da Henri Cartier-Bresson a Gianni Berengo Gardin, da William Klein a Robert Frank, a Robert Capa a Elliot Erwitt e molti altri ancora – decine di documenti originali, riviste e libri rari, fotografie vintage, macchine fotografiche d’epoca, compongono questa ricca esposizione.
Nel 1914, quando costruì la prima macchina compatta con pellicola cinematografica 35 mm, Oskar Barnack aveva già individuato alcune soluzioni che si ritrovano come tratti distintivi anche nei modelli di Leica digital più recenti.

Molto prima della Leica, Oskar Barnack (1879 – 1936) era un appassionato fotografo amatoriale, ma pare sia stata proprio la pesante e inflessibile macchina a lastre 13x18 a spingerlo a cercare qualcosa di più maneggevole. Insomma Barnack aveva già una certa esperienza quando nel 1914 adattò quella che chiamava “la macchina lilipuziana” – poi “Leica” – alla pellicola cinematografica. Forse all’inizio voleva solo capire come inserire e far scorrere la pellicola, ma presto cedette al desiderio di esporre una striscia con l’aiuto di questo nuovo apparecchio.


Barnack si cimentò nella fotografia di ritratto, riprese individui ma anche gruppi; realizzò foto di paesaggi e di animali – una produzione di cui ci restano duecento fotografie in tutto – mostrando un’ampia gamma di possibilità fotografiche, presentate in bianco e nero e in formato sia verticale che orizzontale.

Ciò che conta, tuttavia, non è solo questa capacità di spaziare tra generi diversi. Ben più importante è lo sguardo fresco, innovativo con cui il taciturno ingegnere tedesco riuscì ad anticipare quel movimento di avanguardia fotografica che più di dieci anni dopo si diffuse con il nome di “Neues Sehen” (“Nuova Visione”).
L’invenzione della Leica non ha solo rappresentato la “nascita” di un nuovo apparecchio fotografico. Con il suo corpo macchina piccolo ma estremamente efficiente, la Leica ha rivoluzionato la pratica fotografica e allo stesso tempo ha spianato la strada a nuovi scenari visivi.

Chi aveva una Leica sempre “al collo” non era più un osservatore distaccato del mondo ma parte degli eventi intorno a lui e questo portò alla nascita di un universo visivo che infrangeva ogni regola per spalancare lo sguardo su una nuova era.

Certamente, anche prima della nascita della Leica sono state realizzate molte fotografie di valore e impatto giornalistico. Eppure, questa macchina ha rivoluzionato profondamente il fotogiornalismo. Piccola, del peso di appena 400 grammi ed estremamente compatta grazie all’obiettivo retrattile Elmar: la Laica era sempre a portata di mano. Non dava nell’occhio e permetteva anche di scattare fotografie in rapida successione, aspetto che ben si adattava al nuovo genere del reportage. Inoltre, gli obiettivi intercambiabili (dagli anni Trenta in poi) consentivano di cogliere aspetti diversi della realtà senza cambiare punto di osservazione.

Nel 1930 Erich Salomon fu il primo a portare la Leica negli Stati Uniti e, durante la Guerra civile spagnola, divenne uno strumento indispensabile per autori come Henri Cartier-Bresson, David Seymour e Robert Capa.


Mentre in Germania il dibattito tra le due guerre era monopolizzato dalla “Neues Sehen” e dalla “Nuova Oggettività”, in Francia la fotografia intraprese una strada che entrò nella storia del mezzo come “fotografia umanista”.
Il riformismo sociale, il trauma della Prima guerra mondiale e la letteratura sempre più coinvolta nella descrizione della vita quotidiana delle persone comuni crearono le premesse per la nascita di un’arte fotografica meno interessata agli esperimenti formali che alla vita “vera”: il mondo cittadino come proscenio, la vita di ogni giorno come teatro – riflesso diretto di stati di aggregazione profondamente umani – furono ciò che spinsero i fotografi a lavorare vagabondando per le strade, in un’affinità intellettuale con scrittori come Mac Orlan e in seguito come Jacque Prévert.


Se da un lato non esistono più riviste illustrate che possano o vogliono permettersi di assumere in pianta stabile i fotografi, dall’altro le fotografie sono entrate nella collezione dei musei, nelle gallerie d’arte, negli smisurati archivi delle banche immagini, e gli autori con una maggiore sensibilità artistica sono diventati, volenti o nolenti, un punto di riferimento della cultura visiva postmoderna.

Nell’esaminare il settore con un occhio particolare alla fotografia Leica contemporanea, viene naturale distinguere sei diversi generi di fotografie d’autore – le cui linee di demarcazione sono, ovviamente, piuttosto sfumate.


I giovani fotografi continuano a essere fedeli al reportage, ma non viaggiano più su commissione, spesso si dedicano per lunghi periodi a progetti personali cercando di elaborare uno stile riconoscibile che li distingua nella massa di immagini usa e getta veicolato dai media elettronici.


Il reportage fotografico – solitamente di viaggio – si è trasformato in un’analisi critica e sofisticata di un mondo in subbuglio. Eppure resta attuale, così come lo studio delle tematiche sociali, che tuttavia è ora contraddistinto da un personale punto di vista narrativo.


I fotografi utilizzano la loro macchina per superare traumi individuali o anche solo per esplorare la realtà circostante, creando una sorta di diario visivo: alcuni di loro usano intenzionalmente l’attrezzatura per violare le regole riportate sulle istruzioni, spingendo sempre più in là i limiti del mezzo, alla ricerca di un modernismo classico che potremmo forse chiamare “visualismo”. Altri, fotocamera alla mano, si pongono domande fondamentali: in che modo ci serviamo delle immagini? In che modo le immagini si servono di noi? Come influenzano i nostri pensieri, la nostra conoscenza? Il materiale esistente viene recuperato, classificato e riattivato in questo contesto. “Citazionismo” è lo slogan del momento: le sue manifestazioni spaziano dalle istantanee alle foto iconiche, arrivando fino al cinema.



Maria Paola Forlani

lunedì 27 novembre 2017

II BIENNALE D'ARTE DON FRANCO PATRUNO

II Biennale d’arte

Don Franco Patruno
2017


Ferrara, Palazzo Turchi di Bagno, 5-18 Dicembre 2017


Questa seconda edizione della Biennale d’arte “don Franco Patruno” si apre con un respiro più ampio. Non sono state modificate le caratteristiche del bando iniziale.
Ѐ sempre una Biennale riservata ai giovani artisti. Restano invariati i premi-acquisto e la mostra personale del vincitore. Ѐ cambiata la geografia di riferimento, dilatata ora a tutto il territorio nazionale.
La Biennale d’arte “don Franco Patruno” è una riflessione sulla contemporaneità, sulle risposte e sulle sollecitazioni con le quali l’esperienza artistica si inserisce nella realtà dei nostri giorni.
Nel decennale della scomparsa è giusto ricordare la figura per la quale è nata questa Biennale. Don Franco Patruno è stato un punto di riferimento religioso, intellettuale, artistico per generazioni di giovani, artisti e non solo. I molti legami con il nostro territorio e la sua azione infaticabile dedicata alla scrittura, alla pittura, alla promozione viva della cultura sono nella memoria di quanti lo hanno conosciuto. In questo decennio per ricordare don Franco si sono svolte molte iniziative quali la pubblicazione di parte dei suoi scritti, l’esposizione di sue opere grafico-pittoriche, convegni e conferenze. Questa biennale diventa l’occasione per dare continuità alle sue idee, allo spirito con il quale amava vivere tra i giovani per ascoltare le emozioni che l’arte sa trasmettere attraverso le sue variate forme di espressione.
G.C.


Dieci anni sono un intervallo di tempo sufficiente per cogliere l’entità di un lasciato culturale e umano, e ragionare su quello che di don Franco Patruno, scomparso appunto un decennio fa, significa inevitabilmente riflettere anche sulla misura della sua assenza. L’impronta delle idee e degli stimoli che don Franco ha elargito nel corso della sua vita si riconosce nitidamente nelle personalità di molti di coloro che, in un modo o nell’altro, hanno avuto la possibilità di entrare in contatto con lui. Quanto abbia quindi inciso la figura di don Patruno nel nostro territorio è presto detto: moltissimo. Basti scorrere negli archivi la mole di attività organizzate e curate, soprattutto nel ventennio in cui è stato direttore dell’Istituto di cultura “Casa Cini”: centinaia di mostre di arte contemporanea e altrettanti convegni, incontri e dibattiti con le personalità più rilevanti della scena intellettuale italiana.
Ma più facilmente l’importanza di questa presenza – e quindi, oggi, di questa assenza – si può misurare dal numero di occasioni in cui il suo nome viene ancora fatto non solo per rievocare un’epoca brillante della città in termini di elaborazione di idee e progetti, ma per citare un modello imprescindibile di vigore intellettuale purtroppo non ben conosciuto da chi era troppo giovane in quegli anni o addirittura doveva ancora nascere.

Uno dei “segreti”, se così si può dire, del carisma della sua personalità consisteva nel suo modo di affrontare ogni questione con uno spirito lontano da ogni paternalismo, moralismo o pregiudizio. Se a ciò si aggiunge la sua attività di artista si può intuire quanto lontano dagli stereotipi legati al suo ruolo sacerdotale sia il ricordo che ha lasciato. Con delicatezza e intelligenza ha saputo creare uno spazio comune di confronto con chiunque, e soprattutto con chi si faceva portatore di idee lontane dalle sue scelte, offrendo una dimensione di piena libertà di ragionamento e di espressione. Ciò che per lui, in ultima analisi, contava davvero era la possibilità di rintracciare nel confronto degli strumenti che permettessero di avvicinarsi insieme al senso profondo dell’esistenza. Ѐ una delle sue tante lezioni, questa, che non sembra affatto essere diventata obsoleta.



Massimo Marchetti

mercoledì 22 novembre 2017

25 ANNI DI FONDANTICO

25 anni di Fondantico
Dipinti dal XIV al XVII secolo

Ѐ con la consueta passione e consolidata esperienza di oltre trent’anni di attività che la Galleria d’Arte Fondantico di Tiziana Sassoli organizza nella storica e nobile sede di Casa Pepoli Bentivoglio il venticinquesimo “Incontro con la pittura” intitolato 25 anni di Fondantico. Dipinti dal XIV al XVIII secolo.
Il questa nuova mostra autunnale, che celebra il 25º appuntamento annuale, sono esposte circa trentacinque opere realizzate da importanti maestri non soltanto emiliani, com’è stato fin qui nella tradizione di Fondantico, attive dal Trecento al primo Ottocento.
Apre la rassegna un raro dipinto raffigurante la Madonna dell’umiltà di Lippo di Dalmasio. La pregevole tela è un esempio importante della frequentazione del tema mariano da parte di Lippo di Dalmasio, che vi avrebbe profuso “ un’aria così santa e devota” (Malvasia) da venire soprannominato in età di Controriforma “Lippo delle Madonne”.
Segue nel secondo Cinquecento La Sacra famiglia con Santa Caterina dell’elegante Lorenzo Sabbatini. Seduta al centro della composizione, la Vergine regge sulle ginocchia un Gesù un po’ cresciuto, mentre si volge verso Caterina con la quale intrattiene un profondo gioco di sguardi. Un rame, accanto, raffigura il Matrimonio mistico di Santa Caterina del suo allievo Denys  Calvaet, fiammingo attivo a Bologna e primo maestro di Guido Reni.
Segue La Sacra Famiglia con santi su rame di Bartolomeo Cesi, che ci mostra una pittura orientata sui nuovi indirizzi della Controriforma. Capolavoro dell’affascinante pittrice Lavinia Fontana è la magnifica Sacra famiglia con i Santi Caterina, Elisabetta e Giovannino, tela datata 1591, su cui l’artista non esitò ad apporvi la propria firma. In scena una complessa sacra conversazione, con la Madonna che si china a protendere il Bambino verso Caterina, inginocchiata ai piedi del suo trono. Alle sue spalle Giuseppe, visibile a mezza figura, si volge verso Elisabetta, cugina della Vergine, che, seduta a sua volta in secondo piano, trattiene tra le braccia il piccolo Giovanni. Oltre che per la vivacità dei due bambini, la tela si anima per la ricchezza dell’ordito cromatico, nel quale spiccano i rossi, i gialli e i verdi, talora mescolati fra loro in sontuosi cangiantismi.

Accanto appare un’opera degli esordi di Guido Reni, principale interprete del classicismo locale del Seicento, è una tela con Santa Cecilia, in cui il giovane artista si esercita copiando la celebre figura dipinta da Raffaello nel capolavoro dell’Estasi di santa Cecilia (Bologna, Pinacoteca Nazionale).

Ad arricchire la quadreria secentesca intervengono le opere di allievi di Guido Reni: Giovan Giacomo Sementi e Pier Francesco Cittadini, rispettivamente con un dipinto di soggetto allegorico e una deliziosa Santa Barbara. Tra i discepoli di Reni figura anche il fiammingo Michele Desubleo, in grado di combinare nei suoi dipinti classicismo e naturalismo, di cui sono esposte due tele: una bellissima Madonna della rosa e una fiera Sant’Orsola.
La prima metà del secolo XVII vede inoltre la presenza di Matteo Loves, un pittore nato a Colonia in Germania ed entrato a far parte della bottega del Guercino, dove acquisisce una personale e suggestiva maniera, ben illustrata da una toccante Madonna con il Bambino.

Nella seconda metà del Seicento si collocano le opere di Flaminio Torri e Lorenzo Pasinelli, entrambi allievi di Simone Cantarini, del modenese Francesco Stringa, rappresentato da una coppia di ovali, di Giovan Gioseffo dal Sole, grande decoratore e anticipatore di soluzioni fatte proprie del secolo successivo, e ancora del giovanissimo Donato Creti, la cui ricercatezza è ben testimoniata da un’intensa Testa di giovane donna.


La scelta antologica prosegue con Giovanni Odazzi, artista romano autore di due ricchi e luminosi quadri con L’adorazione dei Magi e La moltiplicazione dei pani e dei pesci.
Il versante classicista del Settecento bolognese è rappresentato da Ercole Graziani, mentre quello barocchetto è illustrato da opere di Francesco Monti e Nicola Bartuzzi detto l’Anconitano, del quale figurano in mostra una Rebecca al pozzo e un Martirio di Sant’Antonio. Lo stesso Bertuzzi collabora in qualità di figurista con Vincenzo Martinelli, il più apprezzato temperista bolognese della seconda metà del XVIII secolo, autore di ariose vedute. Da segnalare poi due dipinti péndant di Candido Vitali, protagonista in città nel genere della natura morta.




La mostra propone inoltre due opere di grandi dimensioni: un dipinto raffigurante un episodio della vicenda di Rinaldo e Armida trattata nella “Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso, opera del rarissimo Ciro Maria Paris Porroni allievo di Francesco Monti, e la Trasfigurazione del veronese Giambettino Cignaroli, proveniente dalla chiesa di San Salvatore in Corte Regia di Verona e di solenne impianto monumentale.
Il Cristo trasfigurato si libra sulle nuvole a certificare la propria natura divina. L’episodio, ricco di tradizione pittorica, si verificò allorchè, appartatosi sul monte Tabor con Pietro, Giacomo e Giovanni, Gesù cambiò di aspetto emanando luce dal volto e dalle vesti e chiamando a testimonianza la Legge e i profeti. I discepoli, appena destatisi da una strana sonnolenza, lo videro così sfolgorante in vesti candide, intento a dialogare con Mosè ed Elia, prima che una voce divina lo dichiarasse il Figlio eletto.
Ѐ quanto viene appunto raffigurato in questa smagliante pala d’altare, i cui caratteri veneti sono ben evidenziati dalla tavolozza schiarita, basata su toni pastellati e dalla limpida composizione giocata su diagonali.
La mostra si chiude con opere di due importanti esponenti della corrente neoclassica: Felice Giani, con un delizioso Matrimonio mistico di Santa Caterina, e Filippo Pedrini, autore di un incantevole piccolo rame con Venere e Amore bendato.

Lo studio delle opere nel catalogo è curato con il consueto rigore scientifico dal professor Daniele Benati dell’Università di Bologna, e da suoi brillanti collaboratori.


Maria Paola Forlani  



martedì 21 novembre 2017

LA TROTTOLA E IL ROBOT

La Trottola e Il Robot

Tra Balla, Casorati e Capogrossi


Al PALP Palazzo Pretorio di Pontedera si è inaugurata, fino al 22 aprile 2018, la grande mostra La Trottola e il Robot. Tra Balla, Casorati e Capogrossi, curata da Daniela Fonti e Filippo Bacci di Capaci e promossa dalla Fondazione per la Cultura Pontedera, dal Comune di Pontedera e dalla Fondazione Pisa, in collaborazione con l’Istituto di Birobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

L’esposizione nasce intorno ad una prestigiosa collezione di giocattoli d’epoca di proprietà del Comune di Roma, presentando insieme agli antichi balocchi circa 110 opere di artisti italiani attivi tra il 1860 e il 1980. La Trottola e il Robot mette a confronto due aspetti della creatività legati all’infanzia, quello che si traduce negli oggetti concreti, i giocattoli, creati un tempo dagli artigiani e poi dall’industria, e quello che rappresenta e interpreta il gioco infantile nelle arti figurative e plastiche italiane, dalla fine del XIX secolo alla seconda metà del XX.
Si tratta di due universi separati, che solo di quando in quando hanno trovato modo di rispecchiarsi gli uni (i giocattoli) nelle altre (le opere d’arte) e il lungo racconto di figure ed oggetti che si snoda nelle sale espositive di Palazzo Pretorio, offre da differenti, dialettici o integrati punti di vista un osservatorio inedito e suggestivo sui mutamenti della società italiana nel corso dei decenni, sulle variazioni dei modelli pedagogici, di vita e di pensiero e sul rapporto spesso controverso fra il mondo degli adulti e quello – assai più misterioso – dei bambini.

Le opere degli artisti italiani che hanno prediletto il tema dell’infanzia, dialogano in mostra intorno ad alcuni temi chiave, con nuclei di oggetti ludici, scelti di volta in volta per la loro valenza sociale, didattica, ma anche più latamente simbolica e onirica; di questi sono messi in evidenza il mutamento formale, l’avvicendarsi dei materiali in uso, il loro attingere ai mutamenti tecnologici in atto.

Fra i temi significativi individuati nella sequenza espositiva, la casa coincide con la rappresentazione dello spazio interno, dell’intimità domestica nella quale si svolge la vita quotidiana dell’adulto e il gioco del bambino. Grandi modelli di casa di bambola, differenziati fra il modello alto borghese e quello più dimesso, bambole d’epoca, arredi in miniatura sono posti a confronto con le opere di Zandomenighi, Balla, Casorati, Cambellotti, Francalancia, Campigli, Viani, Pirandello, Novelli con giocattoli creati dagli artisti. Il rapporto del bambino con la vita degli adulti, oltrechè nel gioco, si configura nei modelli dell’educazione infantile che per tradizione vi sono associati; gli artisti ritraggono volentieri i momenti di formazione del fanciullo, dell’apprendimento scolastico all’educazione al canto, alla musica, alla lettura. In sala opere di Mancini, Cambellotti, Lloyd, Levi, Capogrossi, Casorati, Mafai, Pirandello. Il gioco all’esterno predispone il bambino a una diversa percezione del mondo con una dilatazione degli orizzonti immaginativi nella quale rientrano la piena percezione di sé e del movimento, il tema del viaggio, dell’esotismo;

Trepido segno il vostro gioco / ignari / esprimete con quello
antiche cose / meravigliose / sopra il verde tappeto, all’aria, ai
chiari / soli d’inverno
( Da Squadra paesana di Umberto Saba)

alle pareti opere di Muzzioli, Corcos, Boccioni, Müller, Erba, Magri, Sartorio, Gentilini.

Il Teatro e il circo protraggono lo stupore del gioco fino all’età adulta; le opere di Balla, Cambellotti, Depero, Casorati, Natali, Capogrossi, Levy s’ispirano a questo “doppio” fantastico del mondo che si rinnova sempre e si mettono a confronto con modellini teatrali, giostre per bambini e marionette.
 Giochi senza età

richiama la valenza pedagogica del gioco, la capacità di sviluppare nel fanciullo, e più tardi nell’adulto, le sue doti di apprendimento, le facoltà critiche e tutte quelle attitudini all’organizzazione dell’azione nello spazio e nel tempo; i quadri e le sculture (di Boccioni, Pasquarosa, De Pisis, Raphael, Severini, Novelli, Santoro, Novak) hanno per protagonisti i giochi, dal domino alle carte, dagli scacchi ai tarocchi.

La sala degli automi, infine, rinvia allo sviluppo, illustrato attraverso i giocattoli presenti nella collezione, del tema dell’automazione, che dai primi ingenui elementi a molla arriva ai più sofisticati congegni moderni. Molti artisti che nel corso di un secolo hanno riflettuto sulla possibilità di creare copie di sé animate meccanicamente, sull’ambivalenza uomo/manichino, sulla sua trasformazione in robot meccanico: la Metafisica, il Futurismo, più tardi l’irridente Patafisica hanno a diverse riprese rilanciato il tema, con valenze espressioniste, giocose, tragiche o ironiche (in mostra opere di Grassi, Sironi, Pannaggi, Prampolini, Depero, Casorati).


 Soprattutto il non senso, l’ironia, l’immaginazione sono le caratteristiche dell’arte di Enrico Baj. Legato fin dagli anni cinquanta alle avanguardie internazionali, ma sempre con tono irridente rispetto alle posizioni più intransigenti. Il suo interesse per la patafisica, inventata dallo scrittore Alfred Jerry come “scienza delle soluzioni immaginarie”, investe pienamente la poetica dell’artista, il suo andare controcorrente, anche come impegno politico (noto è il suo grande dipinto I funerali dell’anarchico Pinelli).

Il grande mosaico realizzato a Pontedera, che si sviluppa per 100 metri accanto alla ferrovia, completato e inaugurato un anno dopo la morte dell’artista, è un interminabile racconto fantastico, certamente rivolto alla immaginazione dei bambini, dove le figure, animali, fantocci, maschere, oggetti meccanici e tanto altro, sembrano agitarsi, muoversi in uno spazio indefinito. L’artista donò al Comune di Pontedera 11 bozzetti preparatori, in parte esposti in questa mostra.



In questa sezione si stabilisce un significativo collegamento con l’ambito di ricerche nella birobotica condotte dall’Istituto Sant’Anna di Pisa, centro di eccellenza universitaria italiano e partner della mostra.


Maria Paola Forlani