sabato 31 ottobre 2020

GEMITO.

 


Gemito. Dalla scultura al disegno


Il destino di Vincenzo Gemito scultore, pittore e disegnatore di straordinario talento è condiviso da Napoli e Parigi, dove sé già tenuta la mostra al Petit Palais a cura di Jean-Loup Champion, Maria Tamajo e Carmine Romano, con successo non prevedibile per un artista fuori dallo star system dell’Ottocento-Novecento. Ora il maestro torna nella sua città, al Museo di Capodimonte, con un allestimento di felice qualità. Di qui il titolo della mostra ‘Gemito Dalla scultura al disegno ’ (fino al 15 novembre).



Vincenzo fu abbandonato dalla madre il 7 luglio 1852 nella “ruota degli esposti” del convento dell’Annunciata: fu accolto da una famiglia povera e buona: presto mostrò che la sua vita era segnata dal destino dell’arte.


A solo 17 anni scolpisce il
Giocatore e a 23 i busti di Morelli, Verdi e Michetti, che divenne suo amico. Si lega ad artisti sradicati e anticonformisti, ma la sua formazione è nella strada tra i vicoli della città, scoprirà il Museo nazionale Archeologico e lì attinge con una incredibile voracità dall’Antico. La sua prodigiosa attività si snoda su un fil rouge che parte dai presepi della tradizione napoletana dei pastori di San Gregorio Armeno e giunge al prodigio della scultura alessandrina.

Una vera passione che l’accompagna per tutta la vita fino alla tarda terracotta con il busto di Alessandro Magno (1920-25) e alle tante ‘
Meduse’. L’enorme successo del busto di Giuseppe Verdi, realizzato quando il maestro nel 1872 tenne la prima dell’Aida al San Carlo, gli apre le porte di Parigi per l’Esposizione universale del 1878.


Qui presentò il
Pescatore napoletano che porta al petto il pescato ed è tra le più celebri opere di Gemito, con il Fiociniere, il Malatiello, l’Acquaiolo, il Pastore degli Abruzzi, omaggio al suo amico Michetti. La critica non fu favorevole al Pescatore, ma il successo di pubblico gli conferì un alone di celebrità. Sculture “realiste” certo, ma non accademico. In mostra c’è una Ballerina di Degas, che Gemito conobbe a Parigi quando vi giunse con Antonio Mancini, con il quale condividerà lo studio nel convento di Sant’Andrea delle Dame, nei pressi dell’Accademia di Belle Arti dove studia la collezione dei gessi.

Nel 1872 incontra Mathilde Duffaud, modella francese più grande di lui di nove anni. Se ne innamora e la porta al Mojariello. Il ritratto di lei in terracotta resta tra i suoi capolavori. Quando l’artista va a Parigi, Mathilde lo raggiunge malata. Lui fa di tutto per curarla. Rientrati a Napoli, le condizioni di salute della donna precipitano: lei muore nell’aprile del 1881. A sculture e disegni assai intensi di questa bella donna è dedicata una sezione della mostra. Sconvolto dalla morte di lei, l’artista si rifugia a Capri e disegna tanto: è la sua terapia. Nel 1882 incontra Anna Cutolo, che conosciamo anche nel ritratto Donna con ventaglio di un caposcuola come Domenico Morelli.


Dal loro matrimonio nasce la figlia Peppinella, presente in tanti disegni e sculture, poi valida collaboratrice di un padre così strampalato. Anna è soggetto privilegiato: a lei è dedicata una sezione della mostra che fa pendant con quella di Mathilde. Ma il destino è barbaro e Nannina tra atroci sofferenze si spegne nel 1906. Gemito con uno spietato senso della forma la ritrae nella sua lunga agonia.

La salute instabile di Gemito, le sue turbe psichiche lo portano periodicamente in case di cura. Nel 1883, con l’aiuto del barone belga Oscar du Mesnil, di cui farà un busto in bronzo (1885) e tanti ritratti, apre una fonderia a Margellina. La sua opera è testimonianza della consapevolezza di quanto accade nell’arte europea. Si pensi solo allo straordinario
Autoritratto (1915) in terracotta che sembra uscito dal crogiulo dell’Espressionismo, ma tanti sono i rimandi alla modernità, visto che Gemito muore nel 1929.


Nel 1885 il re Umberto I gli commissiona la colossale statua di Carlo V per una nicchia della facciata del Palazzo Reale, ma la sua salute mentale torna a vacillare. Finora lo scultore ha rappresentato solo scugnizzi, le sue donne, gente del popolo e illustri contemporanei, ma mai una statua di soggetto storico di proporzioni colossali in marmo, materiale che non ama. Gemito non è al suo meglio, non è uno scultore cesareo come Antonio Canova.



In mostra ci sono i modelli in gesso e bronzo del Carlo V. Quando il marmo viene collocato nella nicchia, Gemito si avvede di un errore nella posizione dell’indice allungato della mano destra e lo fa correggere: il dito in gesso, nelle dimensioni del marmo, è stato donato nel 2018 al Museo di Capodimonte.


L’artista ha una forte sensibilità autocritica e l’angoscia che segue a questa commissione lo prostra profondamente. Il suo stato mentale è tale che il maestro viene ricoverato in una clinica psichiatrica. Dopo una lunga degenza, si richiude nella casa di via Tasso, in un esilio volontario per vent’anni.

Così scriveva nel marzo 1928: <<Se all’artista manca la cognizione del passato non potrà mai fare un capolavoro>>. Con questo sogno, nel marzo successivo, Gemito chiuse gli occhi: aveva settantasette anni. Con lui con Medardo Rosso, la scultura aveva trovato i sui valori più sicuri, la sua piena libertà espressiva oltre le ultime resistenze dei pregiudizi estetici, ideologici e accademica. Nel più giusto senso della parola era cioè diventata scultura contemporanea.



M.P.F.

giovedì 29 ottobre 2020

TIEPOLO

 

 Tiepolo


Fino al 21 marzo 2021, le Gallerie d’Italia – Piazza della Scala ospitano l’esposizione “Tiepolo. Venezia, Milano, l’Europa”, a cura di Fernardo Mazzocca e Alessandro Morandotti, con il coordinamento generale di Gianfranco Brunelli.


La mostra, organizzata in collaborazione con le Gallerie dell’Accademia di Venezia, rappresenta un’occasione per approfondire l’opera dell’artista a Milano, nei palazzi Casati Dugnani e Clerici, e di come da qui sia stato proiettato verso l’Europa, in Germania e in Spagna.


Tiepolo muove i suoi primi passi nella Repubblica della Serenissima a partire dal 1715, beneficiando di un particolare clima storico-politico che mette Venezia al sicuro per quasi un secolo dalle turbolenze europee di quegli anni, garantendo allo stesso tempo la proliferazione delle arti e delle lettere.


Contemporaneo di Canaletto, Tiepolo seppe conquistare il favore del clero e dell’aristocrazia veneziana decorando chiese e palazzi con la sua pittura, su tela e a fresco, allegorica, mitologica e sacra, ricca di teatralità e magnificenza.


La grandezza di Tiepolo, che lo renderà uno degli artisti più acclamati e ricercati della sua epoca, in un certo senso anticipatore dell’Illuminismo, si deve in primis alla sua capacità di osservazione della natura, che divenne la sua principale fonte di ispirazione, alla sua inesauribile vena narrativa e alla maestria tecnica dell’uso dei colori, luci e prospettiva.


Proiettato ai vertici dello scenario artistico internazionale diverrà un artista ricercato in tutte le corti d’Europa.

Il percorso pensato dai curatori è suddiviso in diverse sezioni, si apre con le opere degli anni della formazione di Tiepolo, tra cui è possibile ammirare capolavori straordinari delle giovanili mitologie dell’Accademia di Venezia, al Martirio di San Bartolomeo realizzato nel 1722 per la chiesa di San Stae a Venezia – vero e proprio museo della pittura veneziana del primo Settecento – esposto accanto al coevo Martirio di San Jacopo del Piazzeta, realizzato per lo stesso cantiere.

Seguono i grandi cicli di tele per palazzi veneziani fatti decorare dalle ambiziose famiglie di nuova nobilitazione, i Sandi, gli Zenobio, che suggellano gli anni della prima maturità di Tiepolo, capace di orchestrare composizioni a molte figure e di rielaborare le storie antiche con capriccio e fantasia.


Si prosegue con le diverse tappe milanesi (1730-1731, 1737 e 1740). La mostra permette di ammirare una serie di opere restaurate per l’occasione, normalmente poco o nulla accessibili al pubblico, quali gli affreschi della basilica di Sant’Ambrogio e quello eseguito per Palazzo Gallarati Scotti. I due affreschi staccati eseguiti per Sant’Ambrogio raccontano eventi sacri con toni epici del grande pittore di storia, mentre l’allegoria di Palazzo Gallarati Scotti esibisce un’invenzione aerea del Tiepolo di cui riproporrà molte varianti in opere successive.


È possibile seguire le fasi preparatorie dell’affresco per la Galleria del piano nobile di Palazzo Clerici attraverso alcuni disegni e un meraviglioso bozzetto proveniente dal Kimbell Art Museum di Fort Worth (Stati Uniti).



Le produzioni tedesche sono esemplificate dal bozzetto per una sala della Residenza di Würzburg proveniente da Stoccarda, per l’elettore di Sassonia e re di Polonia Augusto III: il Banchetto di Antonio e Cleopatra, qui documentato nella variante della National Gallery di Londra.



Gli anni della Germania e della Spagna sono gli anni della stretta collaborazione tra Tiepolo e i figli, su un confronto tra padre e figlio, con il San Francesco d’Assisi riceve le stimmate di Tiepolo senior del Museo del Prado da una parte e Abramo e gli angeli della Galleria dell’Accademia di Venezia, di Giandomenico dall’altra.


M.P.F.

mercoledì 28 ottobre 2020

Le Muse nascoste

 


Le muse nascoste

A lungo prevaricate e messe in secondo piano dagli uomini che transitavano nella loro vita “le donne nell’arte” trovano finalmente la visibilità che meritano nel libro di Lauretta Colonelli “Le muse nascoste”.

A un certo punto le Muse divennero donne. Da divinità eteree si fecero carne e ossa ed entrarono nelle vite vissute. Non c’era più bisogno di invocarle, come ai vecchi tempi dei poeti greci. Erano diventate reali: presenti anima e corpo. Cucinavano, lavoravano, cucivano, facevano figli, erano mogli, amanti, spesso compagne di giorni e avventure quotidiane. Erano anche moltissimo altro. Ma che scrivessero, suonassero o dipingessero meglio di molti uomini, in quel momento, alla storia non interessava granchè. Oggi ci guardano dai quadri, silenziose. Le abbiamo viste mille volte, nei musei o sui libri, senza sapere chi fossero. Attirati dall’opera d’arte e dalla firma dell’autore come se in fondo, anche per noi, fossero solo personaggi in scena e recitassero.

Ha le mani di una bambina, piccole e paffutelle. La faccia grande, di una donna di mezza età, segnata da rughe profonde. È alta poco più di una bambola. Da cinque secoli guarda dall’alto in basso i visitatori fissando nei loro i suoi occhi scuri. Per cinque secoli l’hanno chiamata “la nana del Mantegna”. Perché fu Andrea Mantegna a dipingerla tra il 1465 e il 1474, sulle pareti della Camera degli sposi nel torrione nord orientale del Castello di San Giorgio, a Mantova.


In realtà si chiamava Lucia. Ma il suo nome si era perso. Come quello della moltitudine infinita degli anonimi che Michel Foucault etichettò <<hommes infâmes>>, non perché senza morale, ma perché privi di fama, di voce, di racconto di sé. Tra questi spiccavano i buffoni di corte, segnati dalle più varie disabilità: nani, gobbi, pazzi, stolti che dai tempi più antichi e fino al secolo dei Lumi rappresentarono una delle più sofisticate e crudeli manifestazioni del lusso delle case regnanti. Usati come oggetto di curiosità e di sollazzo, come buffoni e giullari, spesso come compagni di gioco dei bambini, erano ritenuti proprietà privata, e come tale vezzeggiati, nutriti, agghindati, e qualche volta ritratti in seno alla famiglia che li possedeva. Per lungo tempo si è pensato che i Gonzaga avessero costruito per i nani un appartamento in miniatura dentro Palazzo ducale. Ancora nel 1914 la guida rossa del Touring ne riportava la descrizione: quattro salette, scale, corridoietti e camerini minuscoli, dove i visitatori camminavano curvi, a fatica. Finchè non si è scoperto che l’appartamento è in realtà una riproduzione ridotta della Scala santa di Roma, davanti a San Giovanni in Laterano.

C’erano nani alla corte spagnola, come Maribàrbola e Nicolasio Pertusato, al servizio della famiglia reale <<con paga, raciones y cuatro libras de nieve durante el verano>> ritratti da Velàzquez in Las meninas. E nani alla corte di Pietro il grande in Russia e a quella dei Medici a Firenze, dove Morgante fu dipinto nudo dal Bronzino e scolpito dal Gianbologna a cavallo di una lumaca. Spesso venivano chiamati con soprannomi irridenti, come Gigante, Diamante, Bocciolo, Barbino.

Anche la nana di casa Gonzaga diventò Diamantina, nome immaginato nel 2016 dalla storica del Rinascimento Nadeije Laneyrie-Dagen, non per spregio, ma perché la piccola donna è incastonata come una pietra preziosa nella raffigurazione della famiglia regnante. L’abito rosso di Lucia è di scarlatta vermiglia, una delle stoffe più preziose dell’epoca, tessuta con la migliore lana inglese e tinta con il “vemillon”, come veniva chiamata la cocciniglia mediterranea, l’insetto da cui si estrae il colorante. Le maniche sono di velluto pavonazzo, il velo finissimo che copre la fronte e i capelli è pari a quello  della sua padrona ‘madonna Barbara’. Perfino il fazzoletto sfrangiato tra le mani trasmette un messaggio sulla sua intimità con la famiglia Gonzaga: tenere un fazzoletto in mano era, a quel tempo, tipico delle donne che vantavano un titolo di nobiltà. Per i costumi dei nani, come viene confermato dai conti conservati nei fondi dei guardaroba delle corti, non si badava a spese, dato che erano obbligati, come tutti gli altri membri della corte, a seguire il cerimoniale e a valersi in maniera adeguata ai suoi rigidi protocolli.


M.P.F.

martedì 27 ottobre 2020

I MACCHIAIOLI

 

I Macchiaioli


Capolavori dell’Italia che risorge

 

Si è aperta a Padova, Palazzo Zabarella, fino al 18 aprile 2020, la mostra “I Macchiaioli. Capolavori dell’Italia che risorge”

Oltre 100 capolavori di intensa emozione che raccontano di un Uomo eroico ed instancabile, pronto a ripartire ogni giorno a dispetto di qualsiasi difficoltà.

Un mostra a cura di Giuliano Matteucci e Fernando Mazzocca.


Un mondo immediato quello dei macchiaioli; un mondo la cui assenza racconta dei valori dell’uomo, dell’uomo eroico e instancabile, della sua forza e del suo coraggio, della sua voglia di ripartire giorno dopo giorno a dispetto di qualsiasi difficoltà. La mostra inizia con il tema dei mercanti. Principali artefici della fortuna dei Macchiaioli nei circuiti del gusto internazionale erano stati i colti esponenti delle colonie francese e agloamericana residenti a Firenze, che si erano interessati alle prime ardite affermazioni della ‘macchia’, contribuendo ad orientare il gusto dell’aristocrazia più aggiornata e dell’alta borghesia verso una pittura sperimentale, nota e apprezzata prima all’estero che in Italia.


Inserendosi in questo vivace contesto un mercante intelligente e sensibile come Giacomo Molena che scommette subito sul talento del giovane Signorini acquistandone le prime opere. Anche Luigi Pisani, che pure aveva fondato la sua sontuosa Galleria di piazza Ognissanti per sostenere la pittura più commerciale e ufficiale apprezzata alle mostre delle Promotrici, rivolse il suo interesse ai Macchiaioli per non lasciare scoperto un eventuale settore del mercato e per averne genialmente intuito la futura riabilitazione.

Questo fiuto lo ritroviamo anche in un personaggio di nicchia come Pilade Mascelli, esperto di letteratura francese e frequentatore di Giovanni Pascoli, che deve avere intravvisto un sottile rapporto tra la poesia naturalistica delle
Myricae pascoliane e il lirismo di certi paesaggi macchiaioli da lui acquistati. Chiude questa schiera un mercante dotato di un occhio critico eccezionale come Mario Galli.

 



 La collezione Angiolini è una straordinaria raccolta, formatasi nel secondo dopoguerra, dell’imprenditore e mercante d’arte livornese Alvaro Angiolini, che è rimasta ancora intatta e viene qui presentata al pubblico per la prima volta attraverso una serie di capolavori. Essa riassume nel suo spirito la vicenda collezionistica e la fortuna dei Macchiaioli, ricollegandosi alle origini e alla successiva evoluzione degli studi che ha portato alla loro consacrazione internazionale. Alla sua formazione ha contribuito in maniera determinante il rapporto tra Angiolini e un protagonista della rivalutazione dell’Ottocento italiano, il gallerista e storico milanese Enrico Somarè che ne ha orientato in maniera decisiva le scelte.


A questa relazione privilegiata e a un gusto orientato verso opere di grande formato, preferite alle tavolette che tanta parte avevano avuto in un certo tipo di collezionismo precedente, si deve l’acquisto di opere fondamentali, straordinari capolavori che segnano l’evoluzione della ‘macchia’, come le
Acquaiole livornesi e “Pio bove”, traguardi del primo e dell’ultimo Fattori, ‘Aspettando’, vertice del giovane Signorini, seguita dai successivi Ore d’ozio a Riomaggiore e Una via del Vecchio mercato, sino all’intensità lirica dell’incantevole Ritorno dai campi di Cabianca e alla squisita raffinatezza di un’opera davvero rara come il Ritratto della signora Elvira Bistandi Mariani .

Gli ‘amici e mecenati’ rappresentano la categoria di collezionisti di pittura macchiaiola dove l’alto censo si fa garante di affinità intellettuali che aprono la strada al contatto con una pittura ‘europea’ nel senso più aggiornato e attuale del termine.


La categoria dei primi collezionisti unisce personalità molto diverse fra loro, come è naturale quando un movimento artistico si affaccia per la prima volta sulla scena e ancora non ha subito quel processo di storicizzazione che lo connota come ambito privilegiato di interessi e come riflesso del gusto di un determinato settore della critica o della società. Gli amici artisti, in veste di raffinati amateur e sottili intenditori, si erano subito dati al sostegno dei Macchiaioli – pensiamo a Martelli e Banti -, intravedendo nelle loro opere il germe di una rivoluzione artistica che avrebbe aperto le porte alla modernità, e di cui peraltro essi stessi erano parte integrante.




M.P.F.

giovedì 22 ottobre 2020

Vittorio Corcos

 

Vittorio Corcos.


Ritratti e sogni.

Nella Parigi di fine Ottocento, la Villa Lumiére che incantava artisti e intellettuali, per conquistare il passaporto di “pittore di successo” bisognava passare dallo studio del mercante ed editore Adolphe Groupil. Ci arrivò Giovanni Boldini, diventando il ritrattista delle donne più affascinanti della Bella Époque. E altrettanto fece nel 1880 Vittorio Corcos, livornese classe 1859, che contese al collega ferrarese una clientela di dame sofisticate e bellissime disposte a posare per lui. Entrambi provenivano dalla provincia italiana, scalpitanti di lasciarsi alle spalle le polveri di antichi maestri e desiderosi di buttarsi nel vortice di novità che prometteva la capitale francese. Ci arrivarono e frequentarono gli stessi salotti, in primis quello del pittore Giuseppe De Nittis.


Ma l’analogia tra i due finisce qui perché Boldini si lascerà travolgere dall’ efervescenza parigina e delle sue donne che sprigionano una forza dirompente, sensuale e ammiccante, mentre Corcos tornerà in Italia, nel mondo dorato dell’alta borghesia toscana, ed esprimerà una bellezza femminile che si racchiude in una dimensione interiore, intima e composta. Nei suoi dipinti c’è poco posto per una sensualità esibita in incarnati rosei: tutto si concentra in sguardi profondi ed enigmatici, in pose precise che rivelano l’animo e i sentimenti dei suoi personaggi.


Lo si può constatare alla mostra “Vittorio Corcos. Ritratti e sogni” aperta fino al 14 febbraio a Bologna nella sede di Palazzo Pallavicini.


Nel percorso, curato da Carlo Sisi, compaiono una quarantina di opere, provenienti da collezioni private e da importanti musei pubblici quali la Galleria d’Arte Moderna di Roma o gli Uffizi, presentate in sei sezioni tematiche: La famiglia e gli amici. Nel salotto della “gentile ignota”; Gli anni di Parigi; il primato del ritratto; Luce mediterranea; Stati d’animo.



Uomini illustri, giovanotti che amoreggiano con timide ragazze, ma anche donne affascinate che trasmettono una sottile inquietudine popolano l’universo di Corcos che aderisce al naturalismo, al verismo, e solo in parte viene scombussolato da temi saturnini.


È lo specchio della sua biografia. Nel 1886 l’artista lascierà Parigi per rientrare a Livorno, quindi a Firenze dove sposerà Emma Ciabatti, vedova Rotigliano, che lo introdurrà nella scena culturale e intellettuale del tempo, tanto che nel salotto e nell’atelier di Corcos siederanno Giovanni Pascoli, Giosuè Carducci, Pietro Mascagni. E ancora donne aristocratiche e artiste quali Isadora Duncan e la principessa Maria Josè.



Per Corcos arte fa rima con modernità, e tanto basta a conquistare le corti europee: nel 1904 ritrae l’imperatore Guglielmo II, nel 1922 la regina Elena di Savoia. Dalla sua terra la Toscana, prenderà una luminosità che nei suoi dipinti si traduce in una perenne primavera.


Solo a tratti Corcos lascia emergere un lato più oscuro o un atteggiamento più sfumato, come nell’opera “Sogni”, manifesto della mostra. È il ritratto di Elena Vecchi, figlia dello scrittore Jack La Bolina, che venne presentato a Firenze nel 1896 suscitando un “chiasso indiavolato” perché, come riportarono le cronache, quella ragazza era stata ripresa in maniera troppo esplicita intenta a sognare <<ciò di cui non dovrebbero sognare le ragazze>>.


M.P.F.