lunedì 13 marzo 2017

MANET

Manet

E la Parigi moderna


Manet impressionista? Una cosa è certa: che in un’epoca in cui l’apparenza prevale sulla realtà, egli si è mostrato come il precursore di una nuova ottica figurativa. Uno dei primi ad avere il coraggio di liberare la pittura da schemi fissi basati soltanto sulla convinzione di raffigurare la natura tale e quale la si veda, senza tener conto per nulla delle emozioni che essa può invece trasmettere in maniera diversa a ognuno. Senz’altro trasgressivo, per ciò, sia nella composizione che, soprattutto, nella stesura del colore, ha segnato con la sua opera un punto di partenza verso nuove soluzioni teoriche e tecniche.

Ma per quanto abbia percorso a tratti la via insieme a Monet, Renoir, Pissarro e altri artisti “maledetti”, per quanto abbia in certo qual modo fatto scuola e dato l’esempio di un’arte di rottura, la sua strada resta tenacemente autonoma. Basta guardare quel suo attaccamento così radicato alla tradizione, la rigida e a volte statica eleganza delle figure che, anche quando non risultano definite, vengono delineate con prudenza e mai risolte bruscamente, con pochi colpi di pennello.


Nello stesso modo i suoi bianchi tenui non hanno nessuna intenzione di provocare o inquietare lo spettatore. Vogliono solo illuminare con delicatezza l’immagine, far capire con chiarezza l’importanza di riuscire a cogliere l’attimo fuggente della luce, che tutto rischiara, tutto addolcisce.

La mostra Manet e la Parigi moderna aperta fino al 2 luglio a Milano al piano nobile di Palazzo Reale – intende raccontare il percorso artistico del grande maestro. Edouard Manet, iniziatore di una nuova pittura, scopre la “meravigliosa” modernità, in una Parigi in piena trasformazione, una città che soleva girare quotidianamente a piedi in lungo e largo, da autentico pedone e osservatore appassionato del suo tempo. Sulla scia di Baudelaire, si afferma come un “pittore della vita moderna” e sceglie di affrontare temi nuovi che osserva per la strada, al Teatro dell’Opera, nei bar e nei “caffè-concerto”. Le opere presenti in mostra arrivano dalla prestigiosa collezione del Musée d’Orsay di Parigi: un centinaio di opere, tra cui 54 dipinti – di cui 16 capolavori di Manet e 40 altre splendide opere di grandi maestri coevi, tra cui
Boldini, Cézanne, Degas, Fantin-Latour, Gauguin, Monet, Berthe Morisot, Renoir, Signac, Tissot. Alle opere su tela si aggiungono 11 tra disegni e acquarelli di Manet, una ventina di disegni degli altri artisti e sette tra maquettes e sculture.

Promossa e prodotta da Comune di Milano-Cultura, Palazzo Reale e MondoMostre Skira, curata da Guy Cogeval, storico presidente del Musée d’Orsay e dell’Orangerie di Parigi con le due curatrici del Museo Caroline Mathieu, curatore onorario e Isolde Pludermacher, capo-curatrice del dipartimento di pittura, l’esposizione intende celebrare il ruolo centrale di Manet nella pittura moderna, attraverso i vari generi cui l’artista si dedicò: il ritratto, la natura morta, il paesaggio, le donne, Parigi, sua città amatissima, rivoluzionata a metà Ottocento dal nuovo assetto urbanistico attuato dal barone Haussmann e caratterizzata da un nuovo modo di vivere nelle strade, nelle stazioni, nelle Esposizioni universali, nella miriadi di nuovi edifici che ne cambiano il volto e l’anima.

Manet per tutta la vita coltiverà grandi rapporti d’amicizia e complicità con poeti e letterati come Charles Baudelaire, con cui sviluppa un profondo legame, Emile Zola,

che prenderà da subito posizione difendendolo strenuamente dai rifiuti del Salon; Stéphan Mallarmé, che frequenta il suo atelier discutendo animatamente di pittura e poesia e in numerosi articoli lo elogia come caposcuola e maestro dell’ “atmosfera luminosa ed elegante”; la pittrice Berthe Morisot, che diventerà nel 1874 sua cognata sposando il fratello Eugéne e sarà per molti anni sua intima amica, e altri celebri artisti come Dagas, Monet, Renoir. La mostra parte dunque da intensi ritratti di Zola, Mallarmé e Morisot, realizzati da Manet tra il 1868 e il 1876, esposti accanto a quelli di altri pittori come Edgar Degas con Ritratto degli incisori Desboutin e Lepic (1876-1877), Giovanni Boldini  con  Henri Rochefort  (1882 circa), Charles Emile Auguste Duran detto Carlus-Duran che ritrae sia Manet (1880 circa) che Fantin-Latour e Oulevay (1861).


Ѐ a Goya  attraverso le Majas al balcone (1810), che Manet si ispirerà per un grande olio intitolata Al balcone, (1868/69) presente in mostra. Ѐ un’opera molto importante nell’attività dell’artista perché indica un chiaro momento di passaggio da una concezione a un’altra del dipingere. Qua difatti, grazie alla realistica rappresentazione della figura umana creata da Goya e al nuovo modo di concepire la luce degli impressionisti, Manet incomincia a staccarsi definitivamente dalla mera tradizione classica. Ne è prova la vivacità della composizione che ci fa illudere di trovarci davvero davanti a un balcone con le saracinesche aperte, faccia a faccia con le due donne e l’uomo, che sembra ci stiano guardando. Una sensazione accentuata dal senso di profondità della scena, nonché dallo splendido e ardito verde smaltato della ringhiera: uno dei tanti effetti cromatici che continuano a sbalordire.

Già nella natura morta del Vaso con Peonie su piedistallo, il rosso lacca dei fiori in secondo piano lascia stupefatti per l’audacia e la modernità raggiunte.

Ma l’espressione più tipica della rivoluzione cromatica di Manet è il Piffero di reggimento, del 1866 (logo della mostra). In poche altre opere di Manet, come questa, il soggetto supera il significato e il valore contingente per diventare un esempio eccezionale di “pittura”. Nella figura del soldatino (per cui posa effettivamente un piccolo suonatore militare condotto nello studio di Manet dall’amico comandante Lajosne) ritroviamo le influenze della pittura giapponese (nella stilizzazione e nella stesura di tinte piatte) e quelle di Velàzquez e Goya (nell’assenza di ogni elemento nell’ambiente).

Il personaggio ci appare piantato sulla gamba destra, in perfetto equilibrio, la gamba sinistra tesa, le braccia raccolte a portare alla bocca il piffero; e la silhoutte, definita da un contorno netto, reso ancor più forte ed evidente dalle bande nere dei pantaloni, si stacca sullo sfondo, dove non c’è traccia di separazione tra piano orizzontale e piano verticale. Tre colori fondamentali: il rosso dei pantaloni ritagliato sull’ocra dello sfondo, e sottolineato dalla grossa linea nera della banda; il nero del giubbetto e del cappello, che diventa una macchia rinunciando alla definizione delle forme delle braccia; l’ocra dello sfondo che con sfumature più scure ai bordi della tela, “crea” lo spazio in cui vive e suona il protagonista. Il rapporto principale tra i due toni fondamentali, il rosso e il nero, è sottolineato dall’oro dei bottoni e delle decorazioni, e del bianco della sciarpa che sorregge l’astuccio dello strumento.
Ma il nero più vivace è senza dubbio quello degli occhi del soldatino, sottolineati nella loro espressività dal tratto incisivo delle sopracciglia




Maria Paola Forlani. 

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