giovedì 27 luglio 2017

Sassoferrato

Dal Louvre a San Pietro:
la collezione riunita


Uno degli artisti più noti del Seicento per i suoi quadri religiosi è Giovanni Battista Salvi, detto il Sassoferrato dalla città dove nacque nel 1605, posta tra Urbino e Fabriano. Ricevette i primi rudimenti della pittura da suo padre Tarquinio, com’esso pittore. Lavorò in Umbria e specialmente in Roma, dove morì verso il 1685.
Perchè ha sempre affascinato ed interessato un ampio pubblico Sasseferrato ?
E pure non esiste un pittore meno creativo di lui, stucchevole, noioso, ripetitivo; e però sublime. Pittore di essenze e non di esistenze. Sassoferrato non crede alla evoluzione dell’arte. Ha stabilito prima del Bellori il primato di Raffaello e vuole continuare il suo cammino, indifferente al tempo e alla storia.

Sarà interessante verificare un giorno i confini dell’ossessione della ripetività in Sassoferrato, l’annullamento della gerarchia delle repliche – quando autografe e originali – senza discontinuità qualitativa, con lo stesso impegno in una versione o nell’altra. Per lui non c’è un originale e una replica: l’impegno e la concentrazione  sono gli stessi. Sassoferrato, nel suo fare, come ripete se stesso, può ripetere Raffaello senza diminuirlo, tentando di riprodurre la tensione pittorica.

Il suo obiettivo è la perfezione, nell’atarassia, nell’indifferenza, nella contemplazione. E non è un caso che i riferimenti pittorici di Sassoferrato, la cui fedeltà al reale poteva farlo ascrivere fra i naturalisti, siano Guido Reni e Domenichino, idealisti irriducibili, in una condizione intrinsecamente contradittoria. Potremmo dire che Sassoferrato dipinge realisticamente, quasi iperrealisticamente, l’idea, inseguendo un bello senza tempo che ha in Raffaello l’archetipo e in Molcalvo, in Scipione Pulzone, in Carlo Dolci e in lui – come più tardi in Overbeck e nei Nazareni – gli interpreti irriducibili di quel mondo.

Dopo più di due secoli è tornata a casa l’Immacolata Concezione, capolavoro di Giovan Battista Salvi detto il Sassoferrato. La magnifica pala, oggi al Museo del Louvre, venne trasferita in Francia da Dominique-Vivant Denon, direttore del Museo Napoleon; da allora non è più rientrata in Italia. Era tra i tesori della millenaria abbazia benedettina di san Pietro a Perugia.

L’Immacolata Concezione del Louvre è esposta (fino al 01 ottobre 2017), accanto a una quarantina di dipinti, in parte del Sassoferrato (ben 17) eseguite per il complesso benedettino di San Pietro e in parte di famosi maestri ai quali l’artista si ispirò, come Pietro Perugino, il grande maestro umbro lungamente studiato da Sassoferrato.
L’intento del percorso espositivo è quello di far capire quanto il pittore rinascimentale abbia influito sulla visione dell’artista seicentesco, a cominciare dalla purezza formale delle immagini. Pari interesse Sassoferrato riservò alle opere di Raffaello. In mostra sono state messe a confronto due copie della deposizione Borghese di Raffaello, la prima di Orazio Alfani, la seconda di Giuseppe Cesari detto il Cavalier d’Arpino, proveniente dalla Galleria Nazionale dell’Umbria, con la bella versione dipinta da Sassoferrato nel 1639. Uno spazio significativo viene riservato anche alla cosiddetta Madonna del Giglio, immagine devozionale che assicurò grande notorietà al Sassoferrato: in mostra sono presenti tre versioni: le prime due vengono da Modena e da Bologna, la terza è di proprietà della Fondazione per l’Istruzione Agraria. In queste opere l’artista riprende un’antica immagine di culto realizzata da Giovanni di Pietro detto lo Spagna, dotassimo seguace di Perugino e Raffaello.

Di fronte a opere del genere, gli studiosi si sono legittimamente chiesti fino a che punto la pittura del Sassoferrato debba essere considerata originale. In realtà, e la mostra lo conferma in pieno, sarebbe sbagliato considerare il Salvi un mero imitatore, perché, come ha acutamente osservato Federico Zeri, egli non si limita a copiare le opere degli artisti presi a modello ma aggiunge sempre la sua personale interpretazione. Ciò emerge chiaramente dal confronto tra la bellissima Madonna del Tintoretto e la versione di mano del Sassoferrato, dove le forme turgide e quasi sensuali del pittore veneto vengono riproposte dal Salvi con un linguaggio più asciutto e temperato. In mostra non mancano, d’altra parte, opere in cui l’artista si palesa in tutta la sua eccezionale originalità. Ecco dunque la Giuditta con la testa di Oloferne, un dipinto che non è esagerato includere tra i capolavori del Seicento italiano, la grande Annunciazione della Vergine, opera di rara finezza esecutiva, i santi Benedetto, Barbara, Agnese e Scolastica, lavori in cui l’artista, pur rispettando l’autorità dei modelli, mette da parte ogni forma di deferente imitazione. Esemplari, in tal senso, è anche la Madonna con il Bambino e santa Caterina da Siena (Fondazione Cavallini Sgarbi), autentico vertice della pittura religiosa del Seicento.
Tutte le opere del Salvi conservate in San Pietro furono commissionate dall’abate Leone Pavoni che resse per lunghi anni la comunità benedettina di San Pietro.
Era di sua proprietà la magnifica Santa Francesca Romana con l’angelo, oggi custodita nella sagrestia della Basilica, per lunghi anni attribuita a Caravaggio, in realtà capolavoro di Giovanni Antonio Galli detto Spadarino, uno degli interpreti fedeli del maestro lombardo. In omaggio all’abate Pavoni, singolare figura di committente e collezionista, anche questo capolavoro si può ammirare tra le opere esposte nella mostra di San Pietro a Perugia.
La cura della mostra, arricchita da alcuni documenti inediti, è di Cristina Galassi, con la collaborazione di Vittorio Sgarbi. L’itinerario espositivo ha così il compito di dare luce a un artista efficacemente definito da Adolfo Venturi “un quattrocentista smarrito nel Seicento”:

La collaborazione con il Museo del Louvre, con la Galleria Nazionale dell’Umbria, con la Galleria delle Marche e con altre istituzioni pubbliche e private, certamente accrescerà, con questo evento, l’interesse verso Sassoferrato, originale artista del Seicento, ma rilancerà, al tempo stesso, il complesso di san Pietro, seconda realtà museale dell’Umbria dopo la Galleria Nazionale dell’Umbria nonché luogo che tuttora emana il fascino della sua storia millenaria.


Maria Paola Forlani

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