lunedì 10 settembre 2018

MARC CHAGALL


Marc Chagall

Come nella pittura
Così nella poesia


Si è aperta fino al 3 febbraio a Mantova, in concomitanza con il Festivaletteratura, la mostra dedicata a Marc Chagall (Vitebsk, 7 luglio 1887 – Saint-Paul-de-Vance, 28 marzo 1985), il pittore che insieme a Pablo Picasso e Roberto Delaunay ha forse ispirato il maggior numero di poeti, scrittori e critici militanti del Novecento. La mostra a cura di Gabriella Di Milia, in collaborazione con la Galleria Statale Tret’juakov di Mosca, è promossa dal comune di Mantova e organizzata e prodotta con la casa editrice Electa.

Marc Chagall come nella pittura, così nella poesia è allestita a Palazzo della Ragione che è stato restituito alla città a settembre, dopo un lungo e complesso intervento di restauro e di valorizzazione.

La mostra espone oltre 130 opere tra cui il ciclo completo dei 7 teleri dipinti da Chagall nel 1920 per il Teatro ebraico da camera di Mosca: opere straordinarie che rappresentano il momento più rivoluzionario e almeno nostalgico del suo percorso artistico. 17 pannelli, tempere e gauache su tela di grandi dimensioni (tra cui Introduzione al Teatro ebraico, 284 x 787 cm), costituiscono un prestito eccezionale della Galleria Statale Tre’jakov di Mosca, di assai rara presenza in Italia.
Lo spazio espositivo è articolato su più livelli di lettura e interpretazione nell’ambito del confronto tra il Palazzo della Ragione, la mostra e la ricostruzione del Teatro ebraico. Nella struttura espositiva infatti il Teatro è stato ricreato come un ulteriore “spazio nello spazio”, e considerato come un’unica opera d’arte da esporre nella sua configurazione originale.

Una selezione di opere emblematiche (dipinti e acquarelli) di Marc Chagall degli anni 1911 – 1918 accompagna l’allestimento immersivo del Teatro ebraico da camera, insieme a una serie di acqueforti, eseguite tra il 1923 e il 1939, tra cui le illustrazioni per le Anime morte di Gogol, per le Favole di La Fontaine e per la Bibbia.
Le incisioni si inseriscono nel percorso espositivo a testimoniare lo stretto rapporto tra arte e letteratura nel periodo delle avanguardie.

Chagall arriva a Parigi nel 1910 all’età di ventitrè anni. La sua luce lo folgorerà, lo aggredirà, lo condurrà attraverso i meandri della propria memoria fantasmagorica, delle proprie origini: russe orientali, ebree, popolari. Mai si aggrapperà completamente alla “Ville lumiére”, eppure è certo che nessun’altra accademia avrebbe potuto concedergli quello che scopre qua “mordendo le esposizioni, le vetrine, i musei”. Ė qua infatti che si stanno giocando i grandi mutamenti artistici del XX secolo. Grazie a Gaiguin, Van Gogh e Seurat, Matisse e i Fauves affidano al colore puro il pieno potere dell’espressività pittorica. Mentre il rinascimento della funzione creativa del piano ad opera di Cézanne porta i cubisti a comporre un linguaggio organizzato all’interno di una struttura compositiva aprospettica.

Lo smarrito Chagall invece, incantato dalle vie e dai quadri, dalla libertà che scuote l’aria e la cultura, sentendo per la prima volta su di sé il peso e la responsabilità della parola artistica, entra in campo appropriandosi della nuova superficie figurativa. Arricchendola attraverso l’incanto di immagini metaforiche e oniriche, fantastiche, di un contenuto poetico fino ad allora sconosciuto. Trasponendo nel dipinto gli impulsi del cuore. Unendo in modo singolare l’aspetto più razionale e formale dell’arte occidentale a quello più profondamente passionale, visionario e leggendario, esaltato e mistico dell’universo d’Oriente. Rifiutando, nella totalità, sia il cubismo che il fauvismo: il primo perché concepito troppo razionalisticamente, il secondo perché troppo preoccupato al discorso cromatico in senso formale.

Nella mostra mantovana, nel grande pannello Introduzione al teatro ebraico, che occupava la parete sinistra della platea, si avverte subito che Chagall si è svincolato da quel che era diventato il suo modo abituale di fare pittura, sperimentando metodi più sintetici e immediati.
Le strisce di fondo, che si intersecano in settori curvilinei, sono modulate dal nero alle più impalpabili, chiarissime tinte. Sono geometrie che dividono in comparti i singoli protagonisti di una grande parata e, nello stesso tempo, li tengono insieme. La parte sinistra del dipinto, con il gruppo dei ritratti a grandezza naturale dei personaggi attivi nell’impresa del regista Granovskij al critico Efros, agli attori, è scherzosa, come per sdrammatizzare le difficoltà da affrontare. Lo stesso Cagall, portato in braccio da Efros, appare il simbolo di un atteggiamento battagliero. L’artista mette insieme gesti, caratteri, funzioni, situazioni di una umanità che vive l’incerto presente, coinvolta in incidenti di ogni tipo e condizionata da manie che la fanno apparire isolata nella bizzarria di una nuova condizione.
Volendo accettare tutti gli elementi contraddittori di un momento storico colmo di interrogativi l’artista doveva sentirsi fortemente combattuto. Probabilmente riuscì a contenere tutte le spinte contrarie e opposte per la sua vicinanza al chassidismo, il movimento mistico ebraico che gli suggerì i modi di affrontare le difficoltà della vita quotidiana insieme a tutto il grande subbuglio psicologico di quegli anni russi brulicanti di violenza e sogni impossibili. La saggezza chassidica cresceva nella gioia piena della vita, alla tavola del rabbino nei giorni di festa, mediante sentenze, epigrammi, leggende, improvvisazioni esegetiche che puntavano alla redenzione dal peccato con il paradosso e l’ironia.
Oppure nelle capriole per le vie e nei mercati che esprimevano la fiducia nell’emozione spontanea come mezzo di comunicazione con Dio. Nello spazio di massima evanescenza a destra, i tre saltimbanchi, che ricordano i pagliacci del teatro popolare ebraico, sono degli svitati, dei folli di Dio, che uniscono santità e allegria. Questa parete dipinta con pennellate leggere ed euforiche indica che qualcosa di nuovo è avvenuto nella mente dell’artista e che egli è pronto a realizzare nuovi capolavori.


Maria Paola Forlani

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