domenica 7 ottobre 2018

? War is over


? War is over.

Arte e conflitti
Tra mito e contemporaneità


Il Mar di Ravenna presenta fino al 13 gennaio 2019 la mostra ‘War is over. Arte e conflitti tra mito e contemporaneità, a cura di Angela Tecce e Maurizio Tarantino (catalogo SAGEP). Il percorso raduna una sessantina di artisti e percorre i secoli: si va infatti dal monumento funebre cinquecentesco di Guidarello Guidarelli e di Rubens fino a protagonisti del Novecento come Picasso, Marinetti e De Chirico giungendo, attraverso l’informale, la Pop art di Robert Rauschemberg e Andy Warhol e i concettuali, fino ad oggi.


Ė una mostra un po’ diversa dalle tante che, nel centenario del 1918, hanno riflettuto sulla guerra. Anche qui il tema è il conflitto, che purtroppo sembra inevitabile. Non a caso troviamo come ideale incipit della rassegna due frasi eloquenti: una di Eraclito: “La guerra è padre di tutte le cose, di tutte è re”, l’altra di Primo Leni: “Guerra sempre”. E a queste se ne potrebbero aggiungere una terza di Epedocle, che considerava il conflitto un elemento della natura, come l’acqua, il fuoco, l’aria.
Ineliminabile, dunque. Tuttavia attraverso l’arte, che è sempre dialogo e non violenza, la mostra esplora non solo i miti guerrieri, i temi delle armi, delle frontiere, dei vinti, ma anche le speranze di pace. Si inizia col Guidarello (1525) che, oltre il lutto, sembra esprimere con la sua grazia gli “amorosi sensi” che, foscolianamente, ci legano a chi non c’è più. Si continua con Ettore e Andromaca di De Chirico: due manichini che, evocando l’Iliade, si abbracciano prima della battaglia. De Chirico però elimina la figura del figlioletto Astianatte, perché i manichini non possono generare nuove vite.
Picasso con l’opera in mostra, Jeux des pages, 1951, torna a una riflessione sui disastri della guerra iniziata nel 1937 con Guernica e che si concluderà con le due grandi composizioni del 1952 intitolate La Guerre e La Paix. Tra queste due si situa cronologicamente Jeux de pages, scena di ambientazione medievale in cui, in presenza di un frate, due paggi attendono l’uomo d’arme in sella al cavallo, protetto da armatura e scudo. Eseguito il 24 febbraio del’51, il dipinto appare come variazione sul tema dell’incisione di Albrecht Dürer Il cavaliere, la morte e il diavolo e si inserisce nella serie dedicata a paggi e cavalieri che l’artista realizza nei primi mesi dell’anno. In un’ambientazione architettonica a tratti cubista si assemblano figuratività diverse, dal parodistico realismo con cui traccia i volti delle due figure a destra, al disegno abbozzato e fanciullesco del paggio a sinistra; a questi fa da contrappunto il volto del cavaliere, che l’artista riduce, con spirito surrealista, a profili di ferro cesellato e borchiato. Il tono ludico evocato dal titolo e dalle decorazioni arabesche è tuttavia smorzato da una predominanza di colori scuri, che trova il culmine nella maschera del cavaliere, quasi presagio di morte che sottende all’attività militare cui allude il dipinto.


E ancora le lacerazioni di Burri o le esplosioni luminose di Punta Campanella di Shozo Shimamoto. Segue l’emozionante Weltanschauung, 2007, di
Emilio Isgrò: un mosaico di cartine geografiche cancellate che, accostate l’una all’altra, esprimono un senso di convivenza difficile. Ma anche di inaspettata speranza. Un nucleo di grande suggestione della mostra è costituito dal “corpo a corpo”, attraverso i secoli, di immagini guerresche: il vaso con scene di battaglia tra greci e troiani e il frammento marmoreo con un legionario, l’Alabardiere di Rubens, fino al guerriero postmoderno per eccellenza, il maestro Joda di Guerre Stellari.

I tre grandi temi che hanno ispirato la scelta degli artisti si intersecano ad ogni piano per rendere più fitta la trama della mostra: ai teatri di guerra fanno riferimento, tra gli altri, Christo, William Kentridge, Jake & Dinos Chapman, col loro minuzioso catalogo degli orrori, Gilbert & George, reporter dei conflitti urbani, Michal Rovner, con la sua indagine sul rapporto tra individuo e moltitudine, Alfredo Jaar e Robert Capa.


I vecchi e nuovi miti aleggiano nell’opera di Robert Rauschemberg, nel denso e magmatico mare di Anselm Kiefer, nella denuncia di Jan Fabre (nascosta sotto una coltre cangiante), nel dramma silente del lavoro di Jannis Kounellis in Andy Warhol e Hermann Nitsch, mentre sono esercizi di libertà le opere di Mimmo Paladino, Marina Abramovič, Michelangelo Pistoletto e le poetiche installazioni di Studio Azzurro.

Di grande impatto è l’opera di Renato Guttuso Fucilazione in campagna 1939.
L’opera, il cui impianto compositivo si ispira ai grandi dipinti ottocenteschi e in particolare a Los fusilamentos del tres de mayo realizzato da Goya nel 1814, affronta, forse per la prima volta, un tema dai forti risvolti politici, segnando così l’avvio del nuovo corso che caratterizzerà la successiva produzione dell’artista siciliano, e che è stato poi definito <<realismo lirico>>.
Questa tela è dedicata all’uccisione del poeta Federico Garcìa Lorca, fucilato dai franchisti nel 1936 durante la guerra civile spagnola, ma il titolo, volutamente ambiguo, era stato scelto per lasciare intendere che raffigurasse in realtà un delitto di mafia, per non rischiare di incorrere nella censura fascista.


Benedetto Croce, alla domanda Si può abolire la guerra? Rispondeva che una qualche forma di guerra continuerà sempre, perché la guerra è insita alla vita, e che semmai si trattava di provare a evitare nel secolo ventesimo e nei paesi di Europa, quella empirica guerra, che si fa coi cannoni e con le navi corazzate; che costa miliardi, quando non si fa, e decine di miliardi, quando si fa; e da cui il vincitore stesso esce spossato e vinto.

Come si sa, la speranza di Croce è stata crudelmente disillusa, e il secolo ventennio ha visto strumenti di guerra ben più potenti e atroci dei cannoni e delle corazzate, a partire dalla prima guerra mondiale. Il mito degli uomini e dei popoli che si rinnovano, delle nazioni che ringiovaniscano, delle masse che fanno la storia, diede vita a un’orribile carneficina. E invece di un nuovo Eden scrive Claudio Magris, in cui avrebbe dovuto vivere felice e buono il nuovo Adamo, vennero a regnare Mussolini, Hitler, Stalin.
I testi e le opere esposte alla mostra ravennate, colloquiando tra loro, ci ricordano che il dialogo, la gestione dei conflitti e delle tensioni, la dialettica fondata sulle ragioni di ognuno non sono la pace, anzi ne sono ben lontani, ma rappresentano l’unica vera alternativa alla guerra.

Maria Paola Forlani

Nessun commento:

Posta un commento