lunedì 1 ottobre 2018

Gauguin e gli Impressionisti


Gauguin

e gli
Impressionisti
Capolavori dalla Collezione Ordrupgaard


Dipinti di Cézanne, Degas, Gouguin, Manet, Monet, Berthe Morisot, Renoir, Matisse sono proposti nella mostra in Gauguin e gli Impressionisti. Capolavori dalla Collezione Ordrupgaard, fino al 27 gennaio 2019, a Padova, nella sede di Palazzo Zabarella, a cura di Anne-Birgitte Fonsmark e Fernando Mazzocca (catalogo Marsilio), organizzata da Ordrupgaard, Copenaghen e dalla Fondazione Bano e dal Comune di Padova.

Gauguin e gli Impressionisti. Capolavori dalla Collezione Ordrupgaard consente al pubblico italiano di ammirare una strepitosa selezione di opere, il fior fiore della Collezione creata ai primi del Novecento dal banchiere, assicuratore, Consigliere di Stato e filantropo Wilhelm Hansen e da sua moglie Henny. Collezione che è considerata oggi una delle più belle raccolte europee di arte impressionista.
Hansen, che sino ad allora aveva collezionato solo pittura danese, fu affascinato dalla nuova pittura francese in occasione del suo primo viaggio d’affari a Parigi nel 1893.


Se consideriamo i dipinti di Corot presenti nella raccolta, dobbiamo riconoscere al grande collezionista danese il fiuto, poichè non era facile avendo comunque la possibilità di attingere al meglio in una produzione immensa e molto presente al mercato, nella scelta di quei capolavori che aiutassero a capire il ruolo di “traghettatore” tra la grande tradizione del paesaggio classico – il pittore confessò di guardare a <<Poussin che voleva raggiungere e anche superare>> - e le sperimentazioni en plein air che avrebbero aperto la strada alla rivoluzione impressionista.

Scriveva Ėmile Zola di Corot:<< Se i toni velati, che gli sono abituali, sembrano collocarlo fra i sognatori e gli idealisti, la fermezza e la solidità del tocco, il sentimento del vero che ha della natura, la comprensione degli insiemi, soprattutto l’esattezza della armonia dei valori, ne fanno uno dei maestri del naturalismo moderno>>.

Con l’altra passione di Hansen, Gauguin, sicuramente il pittore rappresentato a livello più alto nella collezione, siamo in un contesto molto diverso, in una dimensione affatto nuova che ha reciso ogni legame con la tradizione e con la visione della realtà legata ancora alla sua trasposizione nell’ideale. Gauguin rappresenta il rifiuto decisivo e spettacolare della società e dell’ideologia borghese della fine dell’Ottocento, delle seduzioni della cosiddetta Belle Ėpoque. Questo sia per quanto riguarda le scelte di vita che quelle artistiche. La sua decisione di fuggire lontano dal suo luogo di nascita, Parigi, in quella che lui considerava la più primitiva e quindi la più bella e felice società, corrispondeva alla sua ricerca di un’arte arcaica, incontaminata, capace con il suo fascino intatto di rivitalizzare le tradizioni moribonde dell’Occidente.
Dopo travagliati ritorni a Parigi, delusioni con i galleristi, con i drammi famigliari e la società organizzata, riprende la via di Tahiti, nel febbraio del 1895, ormai deciso a non più tornare. Forse non si sente più la forza per lottare, per contrastare da solo un mondo distratto e crudele con chi rifiuta le sue regole, forse ha nostalgia del candore e della purezza dei primitivi: il suo destino, di uomo e di artista, è là, nelle isole lontane dell’Oceania. La famiglia, gli amici, la gloria, sono parole quasi senza senso per Gauguin, ormai posseduto dal demone della rivolta: così egli fugge, cerca la pace, di un sereno rapporto con il mondo interiore, turbato da angosce e da dubbi, in un ambiente umano e naturale più congeniale al suo temperamento.
Nella sua vita, forse, non tutto è sbagliato: le tele e i colori gli offrono ancora la possibilità di creare realtà consolanti, di dar vita a immagini felici e gioiose, calde di esuberanza vitale. E se l’angoscia dello spaesamento talvolta opprime la sua anima, se nella sua mente risuonano ossessive domande senza risposta
“Da dove veniamo? Che cosa siamo? Dove andiamo?, ebbene, anche queste inquietudini interiori abbiano un volto, trovino la loro forma sensibile, perché una vita di sogni ingenuamente arditi non sarà vissuta invano.
La pittura del secondo soggiorno tahitiano e del periodo alle Marchesi testimonia questa dura lotta, questo generoso tentativo di superare i confini stessi della pittura in una creazione di forme plastiche che concretizzano il dramma di un’anima, i suoi turbamenti, le sue cadute, le sue ribellioni. Talora le preoccupazioni simboliche restano su un piano puramente internazionale, quindi letterario, talora la volontà di sintetizzare lo porta a risultati preziosamente ornamentali, ma più spesso il desiderio di stile e la ricerca di significato si incarnano in immagini che mantengono ancor oggi la loro vitalità espressiva.
Il dio egizio e il feticcio primitivo si sono congiunti nella realtà rappresentata da Paul Gauguin, il “bianco” della Maison du Jouir.

Nel ritratto di giovane donna (Vaïte (Janne) Goupil), (della collezione Hansen Ordrupgaard, logo della mostra) fu una committenza di Auguste Goupil, desideroso di avere il ritratto della figlia, la modella è ritratta quasi frontalmente. Con la sua aria distaccata, l’abito marrone da missionaria e la sedia a schienale alto in stile coloniale, è quasi l’antitesi delle esotiche donne polinesiane succintamente vestite che erano le abituali modelle dell’artista. Se quelle venivano spesso dipinte come bambine, e in genere lo erano, questa ragazzina europea di nove anni è stata ritratta con un’espressione pessimista da adulta che, nel contesto di Gauguin, si potrebbe pensare rappresenti un ritratto della malvagità europea. Ha un pallore quasi caricaturale, spezzato solo dalla fessura rossa della bocca, e il viso – che sembra una maschera di porcellana – manca di espressività. Solo i fiori sulla borsa di paglia e su una spalla, e lo sfondo astratto del quadro, indicano un legame con l’ambiente esotico della sua infanzia.

Maria Paola Forlani


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